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  • Martedì 30 ottobre 2018

L’area Schengen di fatto non c’è più

Da anni Francia, Germania, Austria, Danimarca, Svezia e Norvegia hanno reintrodotto i controlli alle frontiere in modo più o meno continuo, con grosse conseguenze

La polizia tedesca controlla le auto al confine tra Germania e Austria. (Matthias Balk/picture-alliance/dpa/AP Images)
La polizia tedesca controlla le auto al confine tra Germania e Austria. (Matthias Balk/picture-alliance/dpa/AP Images)

Da almeno tre anni Francia, Germania, Austria, Danimarca, Svezia e Norvegia hanno reintrodotto i controlli alle loro frontiere in maniera più o meno continuativa, sospendendo di fatto i trattati di Schengen, che normalmente permettono ai cittadini europei di muoversi liberamente sul territorio di 22 paesi dell’Unione (e di quattro esterni: Islanda, Liechtenstein, Norvegia e Svizzera). Le motivazioni per la sospensione dei trattati sono diverse – dagli attentati alla crisi migratoria – ma di fatto hanno prodotto un grosso cambiamento che, dice l’Economist, potrebbe avere conseguenze e costi economici e politici.

La convenzione di Schengen è entrata in vigore nel 1995, quando i primi sette paesi dell’Unione Europea eliminarono i controlli alle frontiere: l’Italia, che aveva ratificato la convenzione nel 1990, ha tolto i controlli nel 1997. Oggi Schengen riguarda oltre 400 milioni di cittadini che possono circolare liberamente senza bisogno di visto. Tra le altre cose la convenzione permette agli stati che l’hanno sottoscritta anche di reintrodurre temporaneamente i controlli ai loro confini nel caso in cui si verifichi una minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza interna del paese. La procedura prevede che lo stato membro faccia richiesta alla Commissione Europea, che valuta le motivazioni e decide se siano sufficienti per giustificare una sospensione del trattato.

Spesso gli stati richiedono di sospendere il trattato in occasione di eventi sportivi importanti, come gli Europei di calcio, o dei vertici politici e la modalità è sempre la stessa: i controlli possono essere reintrodotti per un periodo non più lungo di trenta giorni, rinnovabile per altri trenta. Nel caso in cui la minaccia continui, i controlli possono essere prolungati per periodi non superiori ai sei mesi fino a un massimo di due anni. Secondo i dati della Commissione Europea, dal 2006 Schengen è stato sospeso almeno un centinaio di volte. L’Italia ad esempio ha reintrodotto i controlli nel 2009 durante il G8 a L’Aquila e di nuovo nel maggio del 2017 durante il G7 di Taormina.

Sono ormai tre anni, però, che Francia, Germania, Austria, Danimarca, Svezia e Norvegia hanno reintrodotto i controlli alle frontiere. Il governo francese ha giustificato la sospensione di Schengen per ragioni di sicurezza: le frontiere francesi sono rimaste chiuse quasi ininterrottamente dall’attentato del 13 novembre del 2015 al Bataclan, dove furono uccise 90 persone. Il rischio di nuovi attentati terroristici ha permesso alla Francia di rinnovare i controlli per cinque volte, bene oltre i tempi previsti dagli accordi.

Gli altri paesi, invece, hanno reintrodotto temporaneamente i controlli alle frontiere esterne per limitare gli ingressi illegali di migranti. La Germania li ha reintrodotti al confine con l’Austria e l’Austria ha fatto la stessa cosa al confine con Ungheria e Slovenia. Tra il gennaio e l’agosto del 2018, 7.467 persone hanno attraversato illegalmente il confine austro-tedesco: di queste, 3.818 sono state rimandate indietro, mentre le altre stanno seguendo le procedure per la richiesta di asilo. Ad oggi anche il confine tra Danimarca e Germania è chiuso e sono stati ripristinati i controlli anche in Svezia e Norvegia per i traghetti che arrivano dai porti danesi e tedeschi.

In Francia Schengen rimarrà sospeso fino al 30 ottobre, mentre in Danimarca, Austria, Svezia e Norvegia i controlli rimarranno in atto fino all’11 novembre 2018. In Germania, invece, sembra che la cosa andrà ancora per le lunghe. «Il ritorno a uno spazio Schengen senza controlli alle frontiere interne è ancora il nostro obiettivo dichiarato», ha affermato il ministro dell’Interno tedesco Horst Seehofer, ma per ora secondo lui non ci sono le condizioni necessarie perché ciò avvenga. Seehofer ha chiesto il prolungamento dei controlli alla frontiere con l’Austria per altri sei mesi a causa «dei deficit ancora esistenti nella protezione delle frontiere esterne dell’Unione Europea» e «dell’aumento dei movimenti secondari» (gli spostamenti dei migranti tra stati dell’Unione Europea).

In realtà dal 2015 il flusso dei migranti su tutte le rotte è diminuito del 95 per cento, così come quello dei movimenti secondari, e mantenere le frontiere chiuse ancora a lungo potrebbe provocare una reazione a catena tra gli altri stati membri che comprometterebbe la stabilità dell’intera area Schengen, dice l’Economist. 

Come ha dimostrato la procedura per l’attivazione dell’articolo 50 per Brexit, l’uscita da uno dei trattati dell’Unione Europea non è una procedura semplice. Inoltre abolire Schengen sarebbe costoso per tutti i paesi europei, non solo per quelli che ne fanno parte, ma anche per quelli che aspettano di entrarci come Romania e Croazia: il Parlamento Europeo stima che la reintroduzione dei controlli alle frontiere costerebbe fino a venti miliardi di euro e circa due miliardi all’anno di spese per mantenerli effettivi. Il ritorno dei posti di blocco, inoltre, provocherebbe problemi e ritardi per chi si trova costretto ad attraversare il confine tra due paesi europei per lavoro e alla lunga la situazione diventerebbe insostenibile per il funzionamento del mercato unico: in Europa più del 70 per cento delle merci infatti è trasportato su strada e dal momento che gli autotrasportatori sono pagati all’ora, i costi per le imprese aumenterebbero per ogni ritardo sulla tabella di marcia.

Non siamo ancora vicini alla fine di Schengen ma c’è almeno un dato preoccupante in questa situazione: sembra che i paesi che hanno deciso di reintrodurre i controlli di frontiera non lo abbiano fatto solo per ragioni pratiche, ma più per ragioni politiche. Per esempio la necessità di mostrarsi duri e efficaci contro vere o presunte minacce alla sicurezza nazionale. E se il contesto politico non cambierà in fretta, dice l’Economist, queste decisioni potrebbero cominciare ad avere dei costi.