Il segretario di Stato americano Mike Pompeo in Arabia Saudita (LEAH MILLIS/AFP/Getty Images)
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  • mercoledì 17 ottobre 2018

Ci sono novità sulla sparizione di Khashoggi

Dettagli raccapriccianti sul probabile omicidio del giornalista saudita e informazioni sui sospettati e i loro legami diretti con il regime (che Trump ora difende)

Il segretario di Stato americano Mike Pompeo in Arabia Saudita (LEAH MILLIS/AFP/Getty Images)

Alcuni giornali statunitensi dicono di aver ottenuto nuove informazioni su 7 dei 15 uomini sauditi che avrebbero partecipato al sequestro – molto più probabilmente omicidio – di Jamal Khashoggi, giornalista dissidente saudita sparito lo scorso 2 ottobre nel consolato del suo paese a Istanbul, in Turchia. NBC News e il Washington Post hanno pubblicato le immagini dei passaporti con cui i sospettati hanno viaggiato in Turchia, ottenute da fonti turche – da giorni il governo turco fa trapelare informazioni alla stampa – e coerenti con i 15 nomi diffusi qualche giorno fa dal giornale turco Sabah. Il New York Times ha mostrato come alcuni di loro avessero legami diretti con la famiglia reale, in particolare con il potente principe ereditario Mohammed bin Salman. Se i 15 uomini sono stati davvero al consolato di Istanbul lo scorso 2 ottobre, significa che quasi certamente la sparizione (o l’omicidio) di Khashoggi è stata ordinata dal governo dell’Arabia Saudita.

I 15 sono arrivati a Istanbul il 2 ottobre su due voli charter diversi e sono ripartiti lo stesso giorno dopo essere andati al consolato saudita, sostengono diverse fonti turche. Al Arabiya, giornale saudita notoriamente poco affidabile e molto vicino alla famiglia reale, ha negato questa ricostruzione e ha detto che i 15 sauditi erano in realtà “turisti”, una versione poco plausibile. Il New York Times ha scritto di avere confermato che almeno 9 dei 15 cittadini sauditi sospettati di avere fatto sparire Khashoggi hanno lavorato per i servizi segreti sauditi, per l’esercito o per i ministeri.

Uno di loro, Maher Abdulaziz Mutreb, è un diplomatico che nel 2007 fu assegnato all’ambasciata saudita a Londra, e che di recente ha viaggiato molto insieme al principe ereditario saudita Mohammed bin Salman: è stato fotografato insieme a lui a Madrid, Parigi, Houston, Boston e New York. Un altro si chiama Abdulaziz Mohammed al Hawsawi ed è un membro della sicurezza di Mohammed bin Salman. Un altro ancora, Thaar Ghaleb al Harbi, è stato promosso lo scorso anno a grado di tenente della Guardia reale saudita, come riconoscimento per il coraggio mostrato nella difesa del palazzo del principe ereditario a Gedda. Nella squadra di Istanbul c’era anche Salah al Tubaigy, medico con alle spalle una carriera prestigiosa e che si descrive su Twitter come capo del Consiglio scientifico saudita della scienza forense. La presenza nella squadra di un esperto di autopsie, ha scritto il New York Times, sembra suggerire che l’omicidio di Khashoggi fosse parte del piano originale: cioè che fosse premeditato e non il risultato di un interrogatorio finito male, come è stato anche ipotizzato nei giorni scorsi.

A sostegno di questa ipotesi ci sono alcune informazioni ottenute da Middle East Eye (MEE), sito specializzato di cose mediorientali. MEE ha scritto di avere parlato con un funzionario turco che ha ascoltato l’audio dell’omicidio di Khashoggi (ottenuto probabilmente grazie alla sorveglianza del governo turco sull’ambasciata saudita). Secondo la fonte, «Tubaigy ha iniziato a tagliare il corpo di Khashoggi sul tavolo dello studio [dell’ufficio del Console generale] mentre era ancora vivo. L’omicidio è durato sette minuti». Mercoledì mattina, inoltre, il giornale filo-governativo turco Yeni Safak ha scritto di avere sentito una registrazione audio delle torture subite da Khashoggi all’interno del consolato, che sembra compatibile con la ricostruzione di MEE. Nelle registrazioni, dice Yeni Safak, si sentirebbe il console generale saudita Mohammed al Otaibi dire agli uomini che stavano torturando il giornalista: «Fatelo fuori di qui; così mi mettete nei guai». Uno dei torturatori avrebbe detto: «Stai zitto se vuoi continuare a vivere quando ritorni in Arabia Saudita». Otaibi ha lasciato la Turchia martedì pomeriggio. Una cosa da tenere presente è che in Turchia la libertà di stampa quasi non esiste più: se queste informazioni vengono diffuse e pubblicate, con ogni probabilità è perché il governo ha dato il suo benestare (e probabilmente ha fornito direttamente le informazioni).

Intanto il presidente statunitense Donald Trump è tornato a usare parole molto concilianti verso i suoi stretti alleati sauditi, dopo avere minacciato solo pochi giorni fa una «severa punizione». Prima Trump aveva detto che Khashoggi poteva essere anche stato ucciso da sicari, poi martedì sera ha scritto su Twitter: «Ho appena parlato con il principe ereditario dell’Arabia Saudita, che ha categoricamente negato di sapere qualcosa di quello che è successo all’interno del consolato turco. Durante la telefonata, era insieme al segretario di Stato Mike Pompeo e mi ha detto di avere già iniziato, e di avere intenzione di espandere rapidamente, un’indagine completa sulla vicenda. Le risposte arriveranno a breve». In un’intervista ad Associated Press, inoltre, Trump ha ribadito il concetto di fatto assolvendo l’Arabia Saudita, sostenendo che non si possa condannarla prima del tempo (un’espressione che aveva già usato riguardo alla nomina del giudice Brett Kavanaugh alla Corte Suprema, e alle accuse di stupro contro di lui).

Martedì un funzionario turco di alto livello ha detto ad Associated Press che la polizia turca ha ispezionato il consolato saudita a Istanbul e ha trovato «alcune prove» dell’omicidio di Khashoggi, ma non ha aggiunto altri dettagli. Finora non sono state diffuse comunicazioni ufficiali sul risultato dell’ispezione. La polizia ha detto che perquisirà anche la casa del console generale saudita e alcuni veicoli in dotazione al personale diplomatico.

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