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  • giovedì 4 ottobre 2018

Il successo della Verità

Come un giornale cartaceo – di questi tempi – è riuscito a vendere abbastanza da tenere i conti in attivo, al punto che ora vuole comprarsi Panorama

di Davide Maria De Luca – @DM_Deluca

«La stampa non è morta. Ha ancora una sua importanza, ha ancora un suo peso politico e noi siamo qui a testimoniarlo». Giovedì scorso il direttore e fondatore della Verità, Maurizio Belpietro, si trovava sulla terrazza dell’hotel Atlante Star, a Roma, per celebrare i primi due anni dalla nascita del suo quotidiano. Fondato nell’estate del 2016, senza nemmeno un sito internet, oggi La Verità è uno dei pochi quotidiani italiani con i conti in ordine e con la tiratura in aumento: 26 mila copie vendute ad agosto, in crescita del 14 per cento rispetto allo stesso mese del 2017. Non sono molte a confronto delle quasi 200 mila di Corriere e Repubblica, ma sono abbastanza per tenere il giornale in attivo, come hanno detto al Post fonti del giornale: una cosa rarissima, di questi tempi, per un giornale di carta. Nei progetti di espansione di Belpietro ora c’è l’acquisto di Panorama, lo storico settimanale di proprietà della casa editrice Mondadori per il quale La Verità ha appena fatto un’offerta.

Si potrebbe dire che dal punto di vista politico in Italia La Verità occupi il posto che negli Stati Uniti è di Breitbart News, il sito di news cofondato da Steve Bannon, l’ex consigliere e stratega di Donald Trump: su quasi ogni argomento, dalla politica alla religione passando per il costume, La Verità assume la posizione più a destra possibile, e la occupa nel modo più controverso possibile. Pochi giorni dopo la sparatoria di Macerata, per esempio, quando nel mezzo di un allarme internazionale sulla recrudescenza del neofascismo un estremista di destra si mise a sparare contro persone di colore per strada e contro una sede del PD, La Verità titolò: “Allarme antifascisti, forze di polizia schedate da Amnesty e ANPI”. Prima delle ultime elezioni regionali, invece, titolava in prima pagina: “Il Friuli Venezia Giulia si libera dal giogo LGBT”. Qualche tempo fa un titolo di taglio basso recitava: “La scuola deve insegnare alle ragazzine a vestirsi in modo decoroso”.

Ombre, cospirazioni e complotti vengono evocati molto spesso sulle pagine della Verità: per esempio lo scorso 8 marzo, quando era in corso un “Piano per tradire il voto” da parte dei “poteri forti in azione”. La sinistra italiana è spesso identificata come inconsapevole burattino di queste forze. I parlamentari europei del PD, per esempio, “sono al servizio di Soros“, mentre quelli di Roma obbediscono a “Lerner e Saviano”. Spesso questi “piani” sono indirizzati contro un “noi” che mette insieme il quotidiano con i suoi lettori, come lo scorso febbraio quando la Verità titolava “Il governo ci frega anche nello Spazio” (era un’inchiesta sull’Agenzia spaziale europea).

A volte sulla Verità i complotti assumono coloriture tali che viene da pensare che gli stessi redattori non si prendano troppo sul serio. A luglio un titolo di prima pagina parlava di “Ossitocina: arma finale pro invasione”, perché uno scienziato avrebbe proposto di “drogare gli italiani così non voteranno più Salvini”. Tra il serio e il faceto, quella che emerge dalle pagine della Verità è una narrazione coerente in cui le rivendicazioni femministe, le aperture della Chiesa agli omosessuali, l’immigrazione e i tagli alle pensioni costituiscono tutte insieme una minaccia continua per i valori e l’integrità dei lettori del quotidiano: soprattutto maschi italiani bianchi cattolici eterosessuali e di una certa età.

Questa scelta di argomenti e questo stile di titoli non sono unici in Italia. La Verità segue e amplia la strada già tracciata da Libero, un altro quotidiano estremamente conservatore che adopera spesso titoli controversi. La Verità è nata nella tarda estate del 2016 proprio da una sorta di scissione nella redazione di Libero, il quotidiano di cui Maurizio Belpietro fu direttore fino al maggio di quell’anno. Secondo i racconti dei protagonisti e le cronache di quelle settimane, gli editori di Libero – la famiglia Angelucci, che possiede anche il quotidiano romano Il Tempo – non erano contenti della linea del giornale, troppo critica con il governo (all’epoca Matteo Renzi era presidente del Consiglio ed era in corso la campagna per il referendum costituzionale). In un primo momento a Belpietro fu affiancato come condirettore Vittorio Feltri, suo storico collega e rivale (i due si sono alternati per anni alla direzione di Libero e del Giornale). Poi Belpietro venne definitivamente allontanato e Libero venne riportato su una linea meno anti-governativa dal nuovo direttore Feltri e dal suo vice Pietro Senaldi.

Belpietro portò via con sé alcuni dei giornalisti più apprezzati dai lettori di Libero: firme come Giampaolo Pansa, Mario Giordano e Luca Telese, giornalisti di inchiesta come Giacomo Amadori ed esperti conoscitori della “macchina” di un quotidiano come il condirettore Massimo De’ Manzoni e il caporedattore Claudio Antonelli. Con questo gruppo – piccolo, ma pieno di esperienza – Belpietro iniziò a raccogliere l’interessamento di possibili azionisti per fondare un nuovo quotidiano. «Era estate quando abbiamo fatto La Verità», ha raccontato Belpietro alla festa del giornale: «E mentre qualcun altro era in spiaggia noi abbiamo pensato che si potesse fare un quotidiano. Non avevamo la sede, non avevamo assunto nessuno, non avevamo un contratto con lo stampatore e non avevamo una linea telefonica: avevamo solo una testata che avevamo depositato a luglio».

La parte più difficile fu trovare i fondi. Nell’era della stampa digitale – che ha pure lei le sue sofferenze – nessuno pensava potesse essere conveniente investire in un quotidiano cartaceo, soprattutto visti i recenti fallimenti di esperimenti simili, come Pubblico e Pagina99. Dopo alcuni insuccessi iniziali, Belpietro investì personalmente i 300 mila euro di capitale con cui il giornale iniziò la sua avventura. La cifra non era particolarmente alta ma non lo erano nemmeno i costi del giornale, che aveva soltanto una piccola sede a Milano, otto giornalisti e un inviato.

«Facemmo la scelta di non fare come gli altri giornali», racconta De’ Manzoni ricordando la fondazione del giornale, che oggi di redattori ne ha una decina, più un paio di grafici e tre persone che si occupano del sito. De’ Manzoni spiega che il giornale ha investito fin da subito in una linea politica chiara e sul giornalismo “investigativo” e “di qualità”. Oggi la Verità può vantare diversi scoop: dalle numerose inchieste sulla famiglia Renzi, alcune delle quali riprese dalla magistratura, alle accuse mosse al Papa dell’arcivescovo Viganò. «Questo ha fatto sì che venissimo premiati in termini di credibilità, che si è tramutato in un premio anche in termini di copie vendute», dice De’ Manzoni. Anche l’idea di partire senza un sito internet faceva parte di questa volontà di fare “diversamente” da tutti gli altri. «Non volevamo un sito che cannibalizzasse il giornale», spiega De’ Manzoni e aggiunge che oggi il sito c’è, ma è esclusivamente a pagamento: «La nostra idea è che chi vuole leggere il giornale deve comprarlo».

Oggi Maurizio Belpietro è sia direttore che azionista di maggioranza del quotidiano, che può quindi seguire le inclinazioni dei suoi autori senza dover rispondere alle esigenze di un editore. Questo ha significato soprattutto schierarsi apertamente prima a favore della nuova Lega di Matteo Salvini, e poi a sostegno del nuovo governo di Lega e Movimento 5 Stelle. Questo è il tratto principale che distingue il quotidiano di Belpietro dagli altri quotidiani della stessa area, tutti in qualche modo legati al “vecchio” centrodestra formato da Lega e Forza Italia: un legame non solo politico, visto che il Giornale appartiene alla famiglia Berlusconi mentre il Tempo e Libero sono di un senatore di Forza Italia. «Oggi siamo agli antipodi del Giornale», spiega infatti De’ Manzoni, alludendo al fatto che il quotidiano della famiglia Berlusconi si è sostanzialmente schierato all’opposizione del governo Conte.

La Verità quindi ha potuto abbracciare in pieno non solo la Lega di Salvini (il giorno dopo le ultime elezioni ha titolato: “Il trionfo del Capitano, ora alla guida del centrodestra c’è lui”, utilizzando il soprannome di Salvini che utilizza la cerchia ristretta dei suoi sostenitori più entusiasti) ma anche il Movimento 5 Stelle, diventando così il quotidiano più vicino al governo.

Belpietro e le principali firme del giornale erano inizialmente molto scettiche nei confronti dei Movimento, e lo sono ancora verso politici come il presidente della Camera Roberto Fico (considerato troppo di sinistra). Ma con il Movimento “di governo” e “pragmatico”, quello di cui sono espressione soprattutto Luigi Di Maio e Davide Casaleggio, i rapporti sono molto migliori. A luglio la Verità ha dedicato una lunga e amichevole intervista a Casaleggio, e poche settimane dopo ha fatto lo stesso con la sindaca di Roma Virginia Raggi. Uno dei canali attraverso cui La Verità e il Movimento 5 Stelle comunicano è Visverbi, un’agenzia di comunicazione che cura l’immagine di Davide Casaleggio e ha ottimi rapporti anche con La Verità. Negli ultimi due anni ha organizzato tutte le feste del quotidiano, mentre Belpietro è uno degli ospiti fissi agli eventi organizzati dall’agenzia.

Oggi La Verità sta tentando di fare un altro passo importante nella sua storia finora di successo: l’acquisizione di Panorama, storico settimanale oggi in decadenza e sceso ad appena 15 mila copie vendute. Belpietro ha spiegato che, se l’offerta sarà accettata, intende rilanciare il settimanale in autonomia, senza limitarsi a farne un dorso del suo quotidiano, venduto esclusivamente in abbinamento con La Verità. È una sfida rischiosa per un giornale che ha fatto della prudenza e dei piccoli passi la ricetta del suo successo. Ma potrebbe essere un’altra scommessa vinta per Belpietro e soci, almeno se il gradimento di cui sembra godere il governo Conte rimarrà alto anche per chi sulla stampa sostiene la stessa linea.