(LUDOVIC MARIN/AFP/Getty Images)

L’Italia non è l’unica che contratterà la manovra economica con l’Europa

Anche Spagna, Francia e Grecia si trovano in una situazione simile: loro però negozieranno solamente qualche punto decimale

(LUDOVIC MARIN/AFP/Getty Images)

Da giovedì sera in Italia si parla molto dell’approvazione del Documento Economia e Finanza (DEF), con il quale il governo di Giuseppe Conte ha stabilito che nei prossimi tre anni il deficit potrà essere del 2,4 per cento rispetto al PIL, una percentuale tre volte superiore rispetto a quella prevista dal precedente governo di centrosinistra. Il governo italiano avrà tempo fino al 15 ottobre per inviarla alla Commissione Europea, l’organo comunitario che ha il compito di esaminarla e decidere se minaccia la stabilità del paese e più in generale dell’eurozona. Benché la soglia massima stabilita dai Trattati di Maastricht sia del 3 per cento, ci sono buone ragioni per pensare che la Commissione chiederà diverse modifiche. Il governo italiano però non sarà l’unico a trattare qualche punto decimale di deficit con la Commissione (anche se è il solo che finora ha avanzato richieste così lontane dalle ultime previsioni di spesa).

Di norma, durante una situazione di ripresa generale dell’economia, uno Stato sano dovrebbe progressivamente abbandonare politiche economiche espansive, a cui si ricorre solitamente in caso di crisi e contrazioni. Diversi paesi europei però, soprattutto quelli con un debito pubblico considerevole, ritengono di trovarsi ancora in una fase di assestamento, e perciò cercheranno di trattare con la Commissione per avere un margine più ampio per fare deficit, cioè spendere soldi che non hanno, prendendoli in prestito dai mercati internazionali. Oltre all’Italia, secondo un’analisi di Bloomberg, saranno in ballo anche Spagna, Francia e Grecia.

Il nuovo governo della Spagna, di centrosinistra, ha già promesso che non rispetterà il deficit al 2,2 per cento del PIL fissato per il 2019 dal governo precedente, di centrodestra. Nadia Calviño, la ministra dell’Economia, ha detto che punta a raggiungere il 2,7 per cento: si pensa che i soldi verranno spesi per aumentare lo stipendio dei lavoratori pubblici e la spesa militare.

Va detto che le cifre promesse dal nuovo governo sono comunque in calo rispetto agli anni scorsi: nel 2009, per esempio, la Spagna aveva un deficit dell’11 per cento rispetto al PIL, e ancora nel 2017 era superiore, seppure di poco, al 3 per cento. Diversi altri indicatori, come l’aumento del PIL e delle esportazioni, fanno pensare che l’economia spagnola si sia ripresa meglio di altre dalla crisi, e che quindi possa permettersi qualche decimo di deficit in più.

Si è parlato molto anche della situazione della Francia. Nei giorni scorsi si è saputo che il governo di Emmanuel Macron intende aumentare il deficit – passando dal 2,6 per cento del PIL del 2018 al 2,8 nel 2019 – e alcuni esponenti del governo italiano hanno colto l’occasione per chiedere un margine simile anche per l’Italia. La situazione della Francia però è un po’ diversa, come ha spiegato bene il corrispondente europeo della Stampa Marco Bresolin in una serie di tweet.

Benché il governo francese aumenterà il deficit sfiorando il 3 per cento, riuscirà comunque a diminuire dello 0,3 per cento il cosiddetto deficit strutturale, un altro importante parametro per la Commissione (che comunque aveva chiesto una riduzione dello 0,6: bisognerà trattare). C’entra il modo in cui lo Stato spende i soldi, e la Francia ritiene che i soldi spesi contribuiranno complessivamente a rendere più solida l’economia. L’Italia invece non riuscirà a farlo: Bresolin spiega che secondo le previsioni iniziali del ministro dell’Economia Giovanni Tria, con un deficit all’1,6 per cento l’Italia sarebbe riuscita a diminuire dello 0,1 il deficit strutturale. Ora che il deficit previsto dal DEF è salito al 2,4, sembra davvero difficile confermare quelle cifre.

La Grecia è appena uscita dal programma di aiuti internazionali ma resterà comunque soggetta a un monitoraggio trimestrale, e si è impegnata a raggiungere una serie di obiettivi di bilancio: un avanzo primario del 3,5 per cento fino al 2022 e poi del 2,2 per cento fino al 2060. L’avanzo primario è il saldo positivo tra le entrate e le uscite del governo, escluse le spese per interessi. Ancora nei prossimi anni, inoltre, il governo sarà costretto a ulteriori tagli delle pensioni e aumenti delle tasse. Per queste ragioni Tsipras non avrà moltissimo margine a disposizione: il governo greco non ha ancora rivelato le sue previsioni di spesa per il 2019, ma quasi certamente saranno al centro di trattative e negoziati con la Commissione, come capita ormai da diversi anni.

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