(Netflix)
  • Cultura
  • venerdì 21 settembre 2018

“Maniac” sta piacendo perché è abbastanza matta

È la nuova serie di Netflix con Emma Stone e Jonah Hill che fanno le cavie per un misterioso farmaco, e cambia genere un sacco di volte

(Netflix)

È uscita su Netflix Maniac, una nuova serie che ha abbastanza caratteristiche da emergere rispetto alle molte “nuove serie di Netflix” che escono ogni settimana. La prima è che i due protagonisti sono due degli attori più apprezzati della loro generazione: Emma Stone (La La Land, Birdman Crazy, Stupid Love, tra i molti) e Jonah Hill (The Wolf of Wall Street21 Jump StreetMoneyball). La seconda è che il regista di tutti e 10 gli episodi è Cary Fukunaga, cioè il regista della prima stagione di True Detective, che fu un evento televisivo come pochi altri negli ultimi anni. E poi c’è la trama, abbastanza originale e incasinata fin dal trailer, che infatti attirò da subito molte attenzioni.

Maniac è in parte ispirata a una serie tv svedese con lo stesso nome, e l’ha scritta Patrick Somerville, uno scrittore che finora aveva sceneggiato un paio di episodi della serie The Bridge  e aveva lavorato a The Leftovers. È ambientata in una New York di un futuro prossimo, che in molti hanno descritto però come retrofuturista: cioè come una New York del 2020 immaginata negli anni Ottanta, per intenderci. Jonah Hill è il rampollo di una ricca famiglia di industriali, da cui però è stato allontanato; soffre di schizofrenia. Emma Stone è una giovane donna senza scopo e ambizioni, dipendente da un farmaco misterioso che si dice “aggiusti” la mente delle persone.

Entrambi finiscono in modo diverso in un gruppo di cavie selezionate per testare il farmaco, in un esperimento guidato da un dottore interpretato da Justin Theroux, da molti celebrato come il miglior attore della serie. Da queste premesse piuttosto semplici, Maniac diventa una cosa matta e spezzettata, che passa da un genere all’altro in pochi minuti e che sostanzialmente ruota intorno ai viaggi mentali di Hill e Stone. Ci sono scene in cui sono degli elfi e delle altre in cui sono una coppia sposata nella Long Island degli anni Ottanta, per intenderci: entrambe si vedono nel trailer.

Il trailer in lingua originale

Sul New York Times, James Poniewozik ha scritto che una delle prime cose che si notano è che Fukunaga non ha messo nella serie le atmosfere gotiche e inquietanti di True Detective, ma ha invece adottato un’estetica colorata e vivace, che ricorda un po’ il design giapponese un po’ i videogiochi vintage. Secondo Poniewozik in Maniac c’è qualcosa di Westworld, per come intriga lo spettatore e per i momenti sconvolgenti, pur riuscendo a «mantenere le involuzioni alla Inception al minimo».

Ai critici è piaciuto molto come riesce a sviluppare i personaggi dei protagonisti nonostante i fuochi d’artificio e la trama fantascientifica. Sul Guardian, Lucy Mangan ha scritto che la si inizia per gli elementi cervellotici, ma che la si continua per come procede la psicologia dei personaggi. Hill, conosciuto come attore comico, è secondo Mangan bravissimo come attore drammatico, e Stone fa un personaggio molto più simile a quello che aveva in Birdman che a quello di La La Land. Come ha scritto Jen Chaney su Vulture, andando avanti è difficile distinguere cos’è vero da cosa no, e che nonostante i repentini cambi di genere e atmosfera è una serie che non perde mai il controllo. E la costante, secondo Chaney, è che fa ridere spesso: una delle qualità migliori della serie, dice, «insieme alla sua totale imprevedibilità».

Abbonati al

Dal 2010 gli articoli del Post sono sempre stati gratuiti e accessibili a tutti, e lo resteranno: perché ogni lettore in più è una persona che sa delle cose in più, e migliora il mondo.

E dal 2010 il Post ha fatto molte cose ma vuole farne ancora, e di nuove.
Puoi darci una mano abbonandoti ai servizi tutti per te del Post. Per cominciare: la famosa newsletter quotidiana, il sito senza banner pubblicitari, la libertà di commentare gli articoli.

È un modo per aiutare, è un modo per avere ancora di più dal Post. È un modo per esserci, quando ci si conta.