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  • Domenica 2 settembre 2018

Serbia e Kosovo vogliono fare un accordo storico

Riusciranno due paesi che fino a ieri si combattevano con le armi a scambiarsi pacificamente pezzi del proprio territorio?

(SASA DJORDJEVIC/AFP/Getty Images)
(SASA DJORDJEVIC/AFP/Getty Images)

Dalla fine della guerra del Kosovo, conclusa nel 1999, la fragile pace nei Balcani si è conservata grazie a una norma che viene ripetuta come una specie di mantra: ogni Stato si tiene il territorio che ha ottenuto (nel 2006 il Montenegro si è separato dalla Serbia, ma con un referendum tutto sommato indolore). Ora però gli stessi paesi che avevano combattuto la guerra del Kosovo, cioè la Serbia e il Kosovo, vogliono scambiarsi parte dei loro territori. Alcuni osservatori hanno elogiato il fatto che due paesi che erano in guerra fino all’altro ieri abbiano ripreso a parlarsi; altri temono che un accordo del genere possa avere un effetto domino e portare a una nuova fase di instabilità in tutta la regione, mettendo in discussione gli equilibri trovati negli ultimi anni.

Il Kosovo, una regione a maggioranza etnica albanese, si è separato dalla Serbia al termine di una guerra molto sanguinosa fra il 1996 e il 1999, che causò migliaia di morti. Formalmente dichiarò l’indipendenza il 17 febbraio 2008. Da allora è stato riconosciuto da più di cento paesi al mondo; fra cui però non c’è la Serbia, che ancora oggi lo considera alla stregua di una provincia “ribelle”. Negli ultimi tempi però i loro interessi si stanno allineando: entrambi aspirano a entrare nell’Unione Europea – e stringere pacificamente un accordo col proprio nemico darebbe un segnale di notevole maturità, che la UE chiede da tempo alla Serbia – e ad accogliere nei propri confini le rispettive comunità etniche.

Qualche giorno fa il presidente serbo Aleksandar Vučić e quello kosovaro Hashim Thaçi hanno partecipato a un panel dello European Forum Alpbach, un summit che si tiene tutti gli anni in un paesino nel sud dell’Austria. Durante la guerra del Kosovo Vučić e Thaçi facevano parte degli schieramenti opposti. A un certo punto Vučić ha detto al pubblico di non essere apprezzato da Thaçi «e nemmeno io apprezzo lui». Tutti e due però hanno spiegato che un accordo conviene a entrambi i paesi. Il 7 settembre si incontreranno di nuovo a Bruxelles per portare avanti i negoziati con la mediazione dell’Alto rappresentante dell’UE per gli esteri, Federica Mogherini.

Al centro della foto il presidente kosovaro Hashim Thaçi (con la cravatta rossa) e alla sua destra il presidente serbo Aleksandar Vučić, durante un incontro dello European Forum Alpbach, 25 agosto 2018 (HERBERT NEUBAUER/AFP/Getty Images)

Nessuno dei due paesi ha chiarito ufficialmente quale pezzo del proprio territorio intende scambiare, ma gli esperti sono riusciti a farsene un’idea. Florian Bieber, un esperto di Balcani che insegna all’università di Graz, ha indicato a Euronews due zone molto precise. Il Kosovo dovrebbe cedere alla Serbia quattro città nel nord del paese che secondo Bieber «non sono mai state davvero sotto il controllo del governo kosovaro», perché a maggioranza etnica serba: Leposavić, Zvečan, Zubin Potok e Mitrovica. In cambio il Kosovo dovrebbe ottenere il controllo della valle di Preševo, una zona nel sud della Serbia a maggioranza etnica albanese.

Fra le altre cose, l’accordo potrebbe comprendere anche un riconoscimento sostanziale del Kosovo da parte della Serbia – è ancora presto per aspettarsene uno ufficiale – un passo che fino a qualche tempo fa sarebbe stato impensabile.

Non è chiaro quanto lo scambio sia popolare tra i cittadini dei due paesi. Il primo ministro del Kosovo, per esempio, è contrario ai negoziati condotti dal suo presidente. Parlando con l’Irish Times, Ramush Haradinaj – che durante la guerra contro la Serbia era stato un generale dell’esercito ribelle – ha spiegato che un eventuale accordo «rimetterebbe in questione ciò che è stato già accettato, cioè il passato: nella nostra regione riaprire il passato significa farsi di nuovo la guerra».

Anche Bieber ritiene che nonostante lo scambio possa apparire di buon senso a un osservatore esterno e ottenere l’appoggio dei nazionalisti di entrambi i paesi, porterebbe con sé parecchi problemi: renderebbe ancora più isolate le minoranze non coinvolte nello scambio, per esempio, e potrebbe scontentare gli abitanti serbi che da un giorno all’altro si ritroverebbero a vivere in Kosovo, e viceversa: «esisteranno sempre persone che si troveranno dal lato sbagliato del confine», sostiene Bieber.

I diplomatici e funzionari europei sono più preoccupati dalle conseguenze che uno scambio del genere potrebbe avere in tutta la regione: la Russia – storico alleato della Serbia – potrebbe chiedere con maggiore spinta che i paesi occidentali accettino l’annessione della Crimea, avvenuta nel 2014 e mai riconosciuta dall’UE. Altre comunità che vivono al confine di paesi come la Bosnia, la Macedonia e il Montenegro potrebbero avanzare simili richieste.

«Nel mondo ideale, questo [negoziato] probabilmente non sarebbe mai accaduto. Ma questo non è il mondo ideale: questi sono i Balcani e quindi dovremmo occuparcene», ha detto a Politico un diplomatico europeo che ha chiesto di rimanere anonimo.