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  • sabato 17 febbraio 2018

Com’è il Kosovo a dieci anni dall’indipendenza

Il più giovane stato europeo ha ancora molti problemi da risolvere, da quelli economici alle divisioni etniche interne, oltre alle tensioni con la Serbia

Pavaresia Sopi, considerata la prima bambina a essere nata nel Kosovo indipendente, posa per una foto di fronte alla bandiera del suo paese nella scuola di Sllovi, in Kosovo, il 16 febbraio 2018; "pavaresia" significa "indipendenza" (AP Photo/Visar Kryeziu)

Con i suoi dieci anni, il Kosovo è il più giovane paese europeo: ottenne l’indipendenza dalla Serbia il 17 febbraio 2008, dieci anni fa, in seguito all’ultimo dei conflitti avvenuti nei paesi della ex Jugoslavia, a cui partecipò anche l’Italia come membro della NATO, nel 1999. L’indipendenza fu proclamata unilateralmente dopo che per quasi dieci anni il paese era stato amministrato da un protettorato internazionale delle Nazioni Unite: la Serbia non l’ha mai riconosciuta e con lei molti altri paesi, tra cui la Russia, la Cina e cinque membri dell’Unione Europea: la Spagna, la Slovacchia, la Romania, la Grecia e Cipro. L’Italia riconobbe l’indipendenza del Kosovo il 21 febbraio 2008, e negli anni il numero dei paesi che la riconosce è salito a 115. La Corte Internazionale di Giustizia, il principale organo giudiziario delle Nazioni Unite, ne dichiarò la legittimità nel 2010, nonostante la contrarietà della Serbia. Il problema del riconoscimento internazionale, però, è solo una delle questioni che il Kosovo deve ancora risolvere.

Il Kosovo si trova tra Serbia, Montenegro, Albania e Macedonia ed è grande un po’ più dell’Abruzzo. È il paese più giovane d’Europa anche per l’età media dei suoi abitanti: il 53 per cento della popolazione ha meno di 25 anni; l’età media a Pristina, la capitale, è di 28 anni. Le sei stelle che si vedono sulla sua bandiera rappresentano i sei gruppi etnici che lo abitano: albanesi (sono più del 90 per cento della popolazione), serbi, turchi, gorani, rom e bosniaci musulmani. Spesso nella vita quotidiana questi gruppi etnici conducono esistenze separate; succede anche nelle scuole, divise tra classi per gli studenti di etnia albanese e classi per quelli di etnia serba.

Le divisioni etniche esistenti nel paese hanno una lunga storia e sono accentuate dal fatto che secondo molti kosovari serbi i crimini compiuti durante la guerra del 1999 e negli anni precedenti, in cui ci furono azioni di pulizia etnica, non sono stati riconosciuti e puniti a livello internazionale. La popolazione è anche molto critica nei confronti di politici che hanno guadagnato importanza durante la guerra e che continuano a essere al potere. Ma ci sono anche frequenti e diffuse accuse di corruzione verso la classe dirigente: nella classifica dell’ong internazionale Transparency International, il Kosovo è al 95esimo posto per corruzione percepita, dietro quasi tutti i paesi europei e a molti stati africani e sudamericani.

Dallo scorso giugno il primo ministro del Kosovo è Ramush Haradinaj, leader del Partito Democratico del Kosovo, la principale forza politica di centrodestra del paese. Durante la guerra contro la Serbia, Haradinaj fu comandante dell’Esercito di liberazione del Kosovo (il gruppo armato che condusse la guerriglia contro la Serbia negli anni Novanta) e successivamente fu processato e assolto due volte per crimini di guerra da un tribunale internazionale. La Serbia lo accusa tuttora di aver torturato e ucciso molti civili serbi. Il presidente del paese invece è Hashim Thaçi, che era il leader politico dell’Esercito di liberazione del Kosovo.

Anche se negli ultimi dieci anni la crescita economica media è stata del 4 per cento, il Kosovo resta uno dei paesi più poveri d’Europa, con un tasso di disoccupazione del 30 per cento – del 50 per cento tra i giovani –, il più alto del continente. Lo stipendio mensile medio è di soli 360 euro. Dall’indipendenza, circa 190mila kosovari hanno lasciato il paese per andare a cercare lavoro nei paesi dell’Unione Europea e l’economia del Kosovo è dipendente dalle rimesse di questi emigrati: circa l’80 per cento degli investimenti esteri in Kosovo arriva da loro, e nella maggior parte dei casi consiste nell’acquisto di proprietà immobiliari a Pristina.

Pur essendo entrato in duecento organizzazioni internazionali (tra cui la FIFA e il Fondo Monetario Internazionale), a dieci anni dalla sua indipendenza il Kosovo non fa ancora parte delle Nazioni Unite perché due membri del Consiglio di Sicurezza, la Russia e la Cina, non ne riconoscono l’indipendenza. Non può neanche entrare nell’Unione Europea – anche se vorrebbe – dato che cinque dei suoi membri non lo riconoscono. Nemmeno la Serbia fa parte dell’Unione Europea, e uno dei requisiti fondamentali perché possa entrarci è proprio la «normalizzazione» dei rapporti con il Kosovo, sulla quale è in corso un dibattito interno.

Tra le ragioni per cui la Serbia continua a non riconoscere il Kosovo ci sono alcune questioni territoriali che riguardano il nord del paese, dove vive gran parte della minoranza serba. Nella parte settentrionale della città di Mitrovica, divisa in due dal fiume Ibar, i palazzi sono addobbati con bandiere serbe, si usa la valuta serba e sono attive molte aziende pubbliche serbe. È in questa città che il 16 gennaio è stato ucciso l’importante politico serbo kosovaro Oliver Ivanovic: non si sa ancora chi abbia compiuto l’assassinio, ma sono stati accusati gruppi nazionalisti estremisti sia albanesi che serbi.

Per mettere fine alla questione irrisolta dell’indipendenza del Kosovo, molti politici e diplomatici stanno prendendo in considerazione l’idea di ridisegnarne i confini: lasciare che la Serbia si riannetta il nord del paese in cambio dell’entrata del Kosovo nelle Nazioni Unite. Una soluzione di questo tipo però potrebbe essere un precedente per altre rivendicazioni simili nella regione dei Balcani, dove convivono ancora numerosi gruppi etnici divisi da forti tensioni nate con la fine della Jugoslavia.

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