• Cultura
  • domenica 2 settembre 2018

La plastica che vorremmo conservare per sempre

Quella degli oggetti di importanza storica e delle opere d'arte, per esempio: si deteriora in fretta, preservarla a lungo è molto difficile

(SAUL LOEB/AFP/Getty Images)

Nel mondo esistono 8,3 miliardi di tonnellate di plastica, tutte prodotte dall’uomo soprattutto dagli anni Cinquanta in poi. Circa 6,3 miliardi di tonnellate di questa plastica sono già rifiuti: ne è stato riciclato solo il 9 per cento, mentre l’80 per cento è accumulato nelle discariche o abbandonato nelle acque degli oceani. La plastica poi è uno dei materiali che impiega più tempo a decomporsi nell’ambiente: il PET, quella usata per le bottiglie, ci mette centinaia di anni, una busta può richiedere dai 30 ai mille anni. Queste cifre confermano l’idea che la plastica sia un materiale dannoso che vorremmo far scomparire il prima possibile; esistono però luoghi in cui è considerata preziosa e dove si cerca di preservarla.

Basta fare un giro nei musei di arte, storia e design contemporaneo e ci si rende subito conto che sono pieni di opere e oggetti fatti in parte o interamente di plastica: dipinti in acrilico, installazioni in poliestere, sculture in vetroresina, il primo cuore artificiale, i vinili, il primo computer di Apple, il telefono Bigrigio, i Tupperware. La plastica però è un materiale che non regge bene la prova del tempo: cento anni sono tantissimi per aspettare che si decomponga una busta di plastica, ma sono pochissimi quando si parla di conservazione di opere d’arte e oggetti di importanza storica. Per questo molti studiosi, come ha raccontato il New York Times, stanno cercando di capire come conservarla al meglio.

(Matt Cardy/Getty Images)

La plastica è molto difficile da conservare soprattutto per le tante varietà esistenti, per cui non esiste un procedimento valido una volta per tutte. Hugh Shockey, capo dei conservatori del museo d’arte di Saint Louis, in Missouri, spiega che un problema è anche la storia relativamente breve della plastica – iniziata nel 1855 quando il chimico svizzero Georges Audemars produsse in laboratorio il primo rayon – e gli studi su come preservarla sono pochi e recenti, se paragonati a quelli secolari sulla pietra, sul legno o sulla carta. Il motivo principale per cui la plastica si degrada rapidamente è che ci sono molti spazi vuoti tra le molecole più grosse che la compongono, i polimeri: nel tempo cercano di organizzarsi in modo più funzionale avvicinandosi e restringendo così il materiale. Allo stesso tempo gli additivi, le molecole più piccole, quelle delle sostanze che vengono aggiunte per migliorare la flessibilità e la resistenza del materiale in questione, si fanno strada attraverso gli spazi vuoti e affiorano in superficie sotto forma di liquido appiccicoso o polvere bianca. Se la plastica si riscalda, si rovina rapidamente perché alle molecole viene data più energia per muoversi e hanno spazio a disposizione per riorganizzarsi.

Al Getty Conservation Institute di Los Angeles un gruppo di scienziati guidato da Odile Madden, esperta della conservazione della plastica, sta studiando come far durare la plastica il più a lungo possibile. La prima cosa da fare è capire che tipo di plastica ci si trova davanti. La varietà di polimeri e additivi complica la conservazione perché, spiega Madden, «il numero di possibili combinazioni è enorme». Per stabilire la combinazione di ciascun oggetto, il materiale viene esaminato al microscopio o sottoposto a esami spettroscopici: in pratica si va a vedere come le molecole reagiscono alla luce degli infrarossi. Il loro assorbimento modifica i legami tra gli atomi e le molecole in modi distintivi, che permettono agli studiosi di identificare il tipo di legame e di risalire alle molecole. Esistono anche esami più empirici, come pungere la superficie della plastica con un ago bollente per vedere se si scioglie e sentire che odore produce.

Gli esami sono affiancati da un grosso lavoro di ricerca in archivio: «Passiamo molto tempo a studiare la storia di come sono fatti gli oggetti. Se abbiamo un pezzo di LEGO fatto prima del 1960, mi aspetto che sia fatto di acetato di cellulosa e non ABS», dice sempre Madden, riferendosi ai due tipi di plastica che LEGO ha impiegato, rispettivamente prima e dopo il 1963.

Silver Clouds di Andy Warhol: fatta di cuscini in pellicola di plastica metallizzati e riempiti di elio (ALEXANDER KLEIN/AFP/Getty Images)

Spesso il lavoro dei conservatori si limita a stabilire le migliori condizioni per mantenere gli oggetti come sono, spiega Gregory Bailey dello Smithsonian American Art Museum. Per esempio: bisogna filtrare i raggi ultravioletti per rallentare la rottura dei legami tra le molecole; mantenere la temperatura bassa e l’umidità stabile per contenere la migrazione degli additivi; garantire un ambiente senza ossigeno per impedire l’ossidazione. Bisogna anche fare attenzione nella pulizia degli oggetti, che può facilitare l’affioramento degli additivi plastificanti accelerando il degrado: «Il plastificante cerca di trovare un equilibrio tra stare dentro e fuori la plastica. Se l’equilibrio viene alterato il risultato può essere catastrofico». Anche con una semplice spolverata si può graffiare una superficie di plastica particolarmente delicata e per questo Shockey ha inventato una tecnica che prevede di spargere sulla superficie piccoli microcristalli di ghiaccio secco, cioè anidride carbonica allo stato solido, per raccogliere la polvere e le impurità.

Tra i tanti oggetti che gli studiosi sperano di salvare c’è anche la tuta spaziale indossata dall’astronauta Neil Armstrong quando sbarcò sulla Luna. È composta da 21 strati di vari tipi di plastica (nylon, neoprene, mylar, dacron, kapton e teflon) e negli ultimi anni si è rovinata a causa del deterioramento dello strato gommoso di neoprene, che si è indurito finendo per irrigidire la tuta. Nel 2006 è stato necessario ritirarla dallo spazio espositivo del National Air and Space Museum di Washington DC e conservarla in modo da rallentare il degrado. Malcolm Collum, conservatore capo del museo, sta studiando una teca speciale per renderla nuovamente visibile al pubblico: avrà una temperatura costante di 17 gradi centigradi, il 30 per cento di umidità e filtri per tenere lontane le impurità. Collum spera di metterla a punto per il 50esimo anniversario dello sbarco, avvenuto il 16 luglio del 1969.

La tuta spaziale indossata da Neil Armstrong quando sbarcò, primo uomo a farlo, sulla Luna, il 16 luglio del 1969
(AFP PHOTO NASA/Getty Images)

Elogio della plastica

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