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  • giovedì 30 agosto 2018

La questione dei video dei migranti torturati in Libia

Esistono e circolano da anni, ma ora stanno provocando accuse online al quotidiano Avvenire

(MAHMUD TURKIA/AFP/Getty Images)

Negli ultimi giorni il quotidiano cattolico Avvenire è stato criticato per aver utilizzato – in un articolo sulle torture che avvengono nei campi di detenzione in Libia – fotografie non attinenti a quella storia, presentandole però come tali in alcune didascalie poi corrette. Le torture subite sistematicamente dai migranti in Libia sono state confermate dalle Nazioni Unite, da numerose organizzazioni internazionali e da inchieste giornalistiche, oltre che dalle testimonianze dei migranti che riescono ad arrivare in Italia. I video che mostrano le torture circolano da anni e sono ancora oggi disponibili su diversi siti Internet. Giovedì sera, Famiglia Cristiana ha pubblicato un montaggio che mostra parte dei video per cui è stato criticato Avvenire.

L’articolo al centro di questa storia è stato pubblicato lunedì, e descriveva nel dettaglio alcuni video che mostravano queste torture. I video di cui parlava, ha spiegato Avvenire, erano particolarmente cruenti, motivo per cui aveva scelto di descriverli e non pubblicarli; erano stati mostrati a Papa Francesco che ne aveva parlato con i giornalisti domenica, a bordo dell’aereo che lo riportava in Italia dopo il suo viaggio in Irlanda. Dopo la pubblicazione dell’articolo una procura ha chiesto di ricevere i filmati, che le sono stati consegnati. Per questa ragione, al momento, i video non possono essere pubblicati.

Per illustrare l’articolo, però, Avvenire aveva utilizzato due fotografie trovate su internet che non erano attinenti alle torture in Libia, ma erano descritte erroneamente nelle didascalie come “fermi immagine” tratti dai video (nessuna delle due fotografie, in realtà, appariva come un fermo immagine). Poco dopo la pubblicazione è emerso che le due fotografie in realtà non provenivano da quei filmati: due immagini dall’attribuzione incerta, di cui alla fine del 2017 si era già occupato il sito di factchecking Snopes.com. A causa di queste fotografie scorrettamente attribuite, diversi siti e account social della Lega o di suoi sostenitori hanno sostenuto che i video fossero falsi. Anche Matteo Salvini, ministro dell’Interno e leader della Lega, ha rilanciato un articolo sul tema. Da tempo la Lega sostiene che le navi che soccorrono i migranti non dovrebbero arrivare in Italia ma dovrebbero riportare i migranti in Libia, giudicando quindi la Libia un “porto sicuro” e negando che esistano le sistematiche torture mostrate dai video.

Anche questa conclusione però è sbagliata e a sua volta falsa. Nello Scavo, autore dell’articolo di Avvenire, ha spiegato al Post di aver visto personalmente i video e di averli ancora a sua disposizione. L’errore sulle foto, ha spiegato Scavo, si deve al fatto che prima della pubblicazione i fermo immagine originali sono stati ritenuti troppo forti; per questo sono stati sostituiti con immagini trovate su internet, ma senza che le didascalie venissero modificate.

I video in questione – sono quattro video di un blocco formato da decine di filmati – sono stati visionati anche dal giornalista Francesco Merlo, che ne ha scritto mercoledì su Repubblica. Sono stati raccolti in parte dal medico Francesco Bartolo, responsabile del poliambulatorio di Lampedusa (anche lui ha confermato di averli visti), e in parte dalla Caritas. È stato Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento e presidente della Caritas, a mostrare alcuni di questi filmati a papa Francesco.

Scavo ha spiegato al Post che questi video vengono solitamente girati dai trafficanti, che li utilizzano per ricattare le famiglie dei migranti e chiedere altro denaro se non vogliono che i loro familiari siano ulteriormente torturati o addirittura uccisi (una pratica documentata e conosciuta da mesi). A volte, i migranti che riescono ad arrivare in Italia e a tornare in contatto con le loro famiglie riescono a entrare in possesso dei video, che poi finiscono così alle organizzazioni umanitarie come la Caritas. Le torture e le violazioni dei diritti umani subite dai migranti in Libia sono una delle ragioni per cui la stessa magistratura italiana non riconosce la Libia come “approdo sicuro”.

Nello spiegare l’errore compiuto con le immagini, Avvenire ha permesso al Post di utilizzare uno screenshot proveniente da quello che sosteneva essere uno dei video girati in Libia. Avvenire ha usato quel fermo immagine anche per illustrare un secondo articolo sul tema. È emerso successivamente che anche quel fermo immagine è tratto da un video che non è stato girato in Libia ma in Brasile molti anni fa. Il Post ha rimosso la foto da questo articolo e ha chiesto chiarimenti ad Avvenire.

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