Michael Cohen (AP Photo/Kevin Hagen)
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  • mercoledì 22 agosto 2018

Un’ora terribile per Donald Trump

Martedì sera due tribunali hanno condannato due suoi collaboratori, e uno ha clamorosamente ammesso di aver violato la legge "in collaborazione e su indicazione" del presidente

di Francesco Costa – @francescocosta
Michael Cohen (AP Photo/Kevin Hagen)

Martedì 21 agosto, nel giro di un’ora, due decisioni prese in due tribunali statunitensi a centinaia di chilometri l’uno dall’altro hanno aggravato moltissimo la situazione politica e giudiziaria del presidente degli Stati Uniti, Donald J. Trump. In Virginia, intorno alle 16 ora locale, l’ex capo del comitato elettorale di Trump, Paul Manafort, è stato condannato per vari reati finanziari, tra cui frode fiscale e frode bancaria. Più o meno un’ora dopo, a New York, Michael Cohen – ex avvocato personale di Trump e suo fidato collaboratore – si è dichiarato colpevole di otto capi d’accusa, tra cui evasione fiscale, false dichiarazioni bancarie e uso illecito di fondi elettorali. L’ultimo reato è quello più pericoloso per Trump, visto che Cohen ha ammesso di aver violato la legge “in collaborazione e su indicazione del candidato” per cui lavorava, cioè lo stesso Trump.

Le due storie – entrambe enormi: dai tempi di Richard Nixon un presidente statunitense non veniva toccato da accuse così gravi – non sono collegate tra loro, e nessuna delle due riguarda direttamente la presunta collaborazione del comitato elettorale di Donald Trump con il governo della Russia, sulla quale sta indagando un procuratore speciale, Robert Mueller. La condanna di Manafort è arrivata comunque nell’ambito di quell’inchiesta, che sta procedendo e ha già portato alle ammissioni di colpevolezza di altri importanti collaboratori di Trump, come l’ex generale Michael Flynn; quella di Cohen è arrivata invece da un altro tribunale e per una storia completamente diversa e indipendente, cioè l’uso mascherato di fondi elettorali per pagare due donne allo scopo di farle tacere sulle relazioni extraconiugali di Trump con loro.

La prima pagina del New York Times di oggi.

Il caso Michael Cohen
Cohen è stato per decenni un amico di Donald Trump, oltre che il suo avvocato e collaboratore più fidato, quello che ha gestito i suoi problemi più delicati e controversi. La procura di New York per questo da tempo teneva d’occhio i suoi affari personali e imprenditoriali, e aveva aperto un’indagine formale quando era venuta fuori la storia di Stephanie Clifford, un’attrice di film porno più nota come Stormy Daniels.

A pochi giorni dalle elezioni del 2016, infatti, Clifford ricevette da Cohen 130.000 dollari perché tacesse sulla sua relazione con Donald Trump, avuta mentre era sposato con Melania. Quei soldi furono poi rimborsati a Cohen usando i fondi del comitato elettorale di Trump, attraverso una fattura per una falsa prestazione legale. Cohen – che si è dichiarato colpevole anche per evasione fiscale e altre irregolarità finanziarie – ha ammesso di aver usato un simile schema per far tacere Karen McDougal, una ex modella di Playboy con cui Trump aveva avuto un’altra relazione extraconiugale, usando i fondi elettorali per pagare un tabloid amico affinché comprasse i diritti per quella storia e non la pubblicasse mai.

La dettagliata ammissione di colpa di Cohen – oltre a smentire le sue versioni fin qui – coinvolge direttamente il presidente degli Stati Uniti: Cohen ha affermato sotto giuramento di aver commesso il reato federale di uso illecito di fondi elettorali “in collaborazione e su indicazione del candidato, allo scopo di influenzare l’esito delle elezioni”. I giudici gli hanno creduto, visto che la dichiarazione di colpevolezza è stata accettata in questi termini, e quindi di fatto hanno avallato l’idea che Donald Trump abbia compiuto un reato federale. I capi d’accusa per cui è stato condannato Cohen comportano il rischio di passare decenni in prigione, ma la sua collaborazione porterà a una pena più lieve, che sarà decisa il 12 dicembre. Cohen potrebbe provare a ottenere un’ulteriore riduzione della pena collaborando con le indagini della procura di New York o con quelle sul caso Russia del procuratore Robert Mueller, ma non è detto che accada. Donald Trump ha sempre negato di essere a conoscenza di questi pagamenti, anche se c’è una registrazione che mostra come fosse stato personalmente coinvolto in quelle discussioni.

La prima pagina del Washington Post di oggi.

Il caso Paul Manafort
Manafort è un noto consulente politico statunitense di grande esperienza, con una reputazione di efficacia e pelo sullo stomaco; negli anni ha lavorato per molti politici controversi e di recente è stato un importante collaboratore dei partiti filo-russi in Ucraina. Durante l’estate del 2016 Donald Trump lo aveva chiamato a presiedere il suo comitato elettorale in un momento particolarmente delicato, a cavallo della convention estiva di Cleveland: il momento peraltro in cui sono cominciate a circolare le prime accuse e i primi sospetti sul ruolo della Russia negli attacchi informatici contro Hillary Clinton e sulla possibile complicità di qualcuno dentro il comitato Trump.

In ragione di questo suo ruolo, e delle testimonianze di altre persone indagate e condannate, Manafort è stato indagato dal procuratore speciale Robert Mueller nell’ambito del caso Russia, ma è stato già incriminato (per aver corrotto un testimone) e poi processato innanzitutto per vicende che hanno a che fare con i suoi affari personali, precedenti alla campagna elettorale del 2016, sulle quali gli investigatori hanno trovato rapidamente un gran numero di indizi di reato. Manafort è stato condannato per aver accumulato redditi per milioni di dollari in conti correnti stranieri mai dichiarati, e per aver mentito alle banche per ottenere prestiti da milioni di dollari. Su altri dieci capi d’accusa la giuria in Virginia non ha trovato un accordo; i procuratori potranno scegliere se incriminarlo di nuovo. Manafort sarà processato ancora il mese prossimo a Washington, stavolta per accuse che riguardano ostacolo alle indagini, riciclaggio di denaro e spionaggio. Per il momento rischia una pena di molti decenni in carcere, anche perché non ha collaborato con le indagini.

La sua condanna è considerata importante innanzitutto perché è l’ennesima condanna di qualcuno del giro più ristretto attorno a Donald Trump, che apparentemente si è circondato di persone colpevoli o sospettate di vari reati, anche piuttosto gravi. Inoltre, come scrive il New York Times, il caso Manafort è stato «il primo test in tribunale per il procuratore speciale, che ha dimostrato di poter incriminare qualcuno con successo in mezzo alle intense critiche del presidente e dei suoi alleati». Trump considera l’indagine di Mueller una “caccia alle streghe” e ha ridimensionato il lavoro di Manafort per il suo comitato elettorale.

Cosa succede ora
Gli osservatori e gli analisti sono concordi nel pensare che il caso Cohen sia tra i due quello al momento più preoccupante, visto che implica direttamente il presidente degli Stati Uniti nell’aver commesso un reato federale (una frase che poche volte è stata pronunciata nella storia degli Stati Uniti). Di norma, se in tribunale qualcuno si dichiara colpevole e afferma sotto giuramento di aver violato la legge “in collaborazione e su indicazione” di un’altra persona, quella persona viene rapidamente incriminata. In questo caso, però, “quella persona” è il presidente degli Stati Uniti.

Anche se non esiste una norma che vieti di incriminare il presidente degli Stati Uniti, la linea del Dipartimento della Giustizia prevede storicamente che non si possa fare. Se un tribunale dovesse decidere comunque di procedere si arriverebbe davanti alla Corte Suprema, e per questo è improbabile che accada: giudiziariamente sarebbe un percorso molto lungo e tortuoso, e dall’esito incertissimo. I procuratori potrebbero proseguire le loro indagini e poi rimandare l’incriminazione a quando Donald Trump avrà lasciato la Casa Bianca, oppure inviare gli atti alla Camera dei Deputati perché decida se avviare o no la procedura di impeachment (questo è a oggi anche l’esito più più probabile delle indagini di Mueller sul caso Russia).

L’impeachment è infatti una procedura politica, non giudiziaria: può essere avviata con un voto a maggioranza semplice della Camera dei Deputati – sulla base del sospetto che il presidente abbia violato la legge – ma per concludersi con la rimozione del presidente dalla Casa Bianca serve un voto dei due terzi del Senato. Non è mai accaduto nella storia degli Stati Uniti. Il presidente Richard Nixon si dimise nel 1974 durante la procedura di impeachment, quando un tribunale lo indicò – come oggi con Trump – come “responsabile ma non incriminato” di aver commesso un reato.

In questo momento i Repubblicani hanno una maggioranza relativamente comoda alla Camera e una molto striminzita al Senato (un solo seggio). Tra pochi mesi però si voterà per rinnovare tutta la Camera e un terzo del Senato, alle elezioni di metà mandato del 6 novembre, e la situazione cambierà: per via dei meccanismi elettorali statunitensi, a oggi l’esito più probabile è che i Democratici riconquistino la maggioranza alla Camera, mentre i Repubblicani consolidino la loro maggioranza al Senato. Questo farebbe crescere molto le possibilità che parta davvero una procedura di impeachment contro Donald Trump, che a prescindere dal suo esito sarebbe un grave caso politico e una grande distrazione mediatica. Ma i giornali statunitensi anche oggi si chiedono se queste pessime notizie giudiziarie per Trump – e la consolidatissima sensazione che ne arriveranno altre e peggiori – unite alla probabile sconfitta di novembre porteranno allo sgretolamento del Partito Repubblicano, che fin qui ha difeso in modo compatto il proprio presidente ma rischia anche per questo di pagare un prezzo politico molto alto.

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