Diffondere teorie complottiste rientra nella libertà di espressione?

Se ne discute di nuovo da quando Apple, Facebook e YouTube hanno deciso di rimuovere i contenuti di Alex Jones, cospirazionista di estrema destra

A partire da lunedì Apple, Facebook, YouTube e Spotify – tra i maggiori editori di contenuti online al mondo – hanno rimosso dalle proprie piattaforme i podcast, i video e le pagine di Alex Jones, un noto conduttore televisivo e radiofonico americano complottista e di estrema destra, fondatore del sito Infowars. La decisione non è stata coordinata tra le società coinvolte: ha iniziato Apple – che a sua volta seguiva quella di un servizio più piccolo e poco conosciuto – e le altre società hanno seguito.

Nelle ore successive ci sono state estese discussioni sui social network riguardo alla legittimità e alla correttezza della decisione di censurare Jones, che si sono ulteriormente allargate quando Twitter ha annunciato che, in controtendenza, non bloccherà Jones dalla sua piattaforma. Nonostante Jones sia un personaggio la cui notorietà è principalmente statunitense, il caso che lo sta coinvolgendo è molto rilevante per le enormi implicazioni che ha sulla libertà di parola online, sulla diffusione delle fake news, e sul ruolo che hanno i social network e le grandi aziende di internet in tutto questo.

Chi è Alex Jones
Jones ha 44 anni ed è nel giro delle radio americane dalla fine degli anni Novanta, quando fondò anche Infowars, anche se si è costruito la sua fama soprattutto negli ultimi anni, grazie alla popolarità raggiunta dalle teorie del complotto di estrema destra. Jones è un grande sostenitore del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, con il quale ha un rapporto personale e consulti ricorrenti, secondo quanto hanno scritto i giornali americani. Su Infowars e nell’Alex Jones Show, il suo programma radiofonico, Jones ha propagandato negli anni varie bufale cospirazioniste, da quelle sull’11 settembre come operazione segreta del governo americano a quelle sugli attacchi chimici in Siria compiuti dai Caschi Bianchi, dal cosiddetto “Pizzagate” fino a quella secondo cui il massacro nella scuola elementare di Sandy Hook del 2012, in cui morirono 26 persone, fu una messinscena.

Proprio quest’ultima è stata quella che ha causato maggiori problemi a Jones. Lo scorso marzo alcuni dei genitori dei bambini morti alla Sandy Hook hanno fatto causa per diffamazione a Jones. Due di loro, genitori di un bambino di 6 anni morto nella strage, hanno raccontato di essersi dovuti trasferire sette volte negli ultimi cinque anni per sfuggire alle molestie e alle intrusioni di alcuni complottisti che credono alle teorie propagandate da Jones.

Stitcher, Apple e poi tutti gli altri
Lo scorso giovedì, il servizio di radio online on demand Stitcher ha risposto a un tweet di protesta per la presenza sulla piattaforma dei contenuti di Jones, dicendo di aver visionato il materiale e di aver deciso di rimuoverlo perché aveva provocato, in diverse occasioni, abusi e molestie. Entro domenica sera, anche Apple aveva rimosso i podcast delle trasmissioni radio di Jones dalle app iTunes e Podcast (anche se già prima non li ospitava direttamente, ma indirizzava le ricerche ad altri siti). «Apple non tollera lo hate speech, e abbiamo linee guide chiare che i creatori e i produttori devono seguire per assicurarci di fornire un ambiente sicuro per tutti i nostri utenti. I podcast che violano queste linee guida sono rimossi dal nostro database, e non possono più essere cercati, scaricati o ascoltati in streaming», ha detto Apple.

Fino alla settimana scorsa, Facebook, YouTube e Spotify erano sembrati molto in difficoltà con la gestione dei contenuti di Jones, o di quelli simili, dimostrando un’incertezza tipica delle grandi aziende di internet nel confrontarsi con i grandi dilemmi etici intorno ai quali non esiste ancora un vero consenso. Tutte e tre le società avevano rimosso alcuni singoli contenuti di Jones che violavano le linee guida, ma avevano continuato a permettere a lui e a Infowars di diffonderli, per evitare di essere accusati di censura. È una discussione che va avanti da anni e in tutto il mondo, anche se il caso di Jones aveva la particolarità – meno comune – che le bufale complottiste avevano avuto delle conseguenze dirette, concrete e indiscutibili, sulla vita di alcune persone: nello specifico, i genitori molestati dai cospirazionisti.

La decisione di Apple, prima fra i colossi di internet a decidere di rimuovere completamente Jones dalle proprie piattaforme, ha generato una specie di effetto domino, come lo ha definito Vox. Facebook, dove l’account principale di Jones aveva 1,7 milioni di like, ha seguito la decisione di Apple andando apparentemente contro molti principi che erano stati in passato presentati come inderogabili dal suo fondatore Mark Zuckerberg, e lo stesso hanno fatto YouTube, di proprietà di Google, (sul cui canale Jones aveva 2,5 milioni di iscritti) e Spotify.

Per come sono andate le cose, in molti hanno notato come Facebook e YouTube abbiano dimostrato per l’ennesima volta quella che è una verità non detta delle grandi aziende di internet, già nota e consolidata: e cioè che la maggior parte dei proclami etici fatti negli anni su questo tema erano dei tentativi – anche comprensibili – di districarsi un po’ alla cieca in un problema complesso ed enorme, puntando soprattutto a non generare troppe controversie di volta in volta, e senza una vera visione d’insieme o una progettualità. Dopo la decisione di Apple, infatti, mantenere sulle proprie piattaforme i contenuti di Jones sarebbe stata una strategia rischiosa e difficile da difendere, mentre accodarsi alla rimozione dei podcast incriminati era di gran lunga più semplice da spiegare e gestire dal punto di vista delle relazioni pubbliche.

Quasi, tutti gli altri: Twitter no
Nella notte tra martedì e mercoledì, un giorno dopo la generale rimozione dei contenuti di Jones, il cofondatore e CEO di twitter Jack Dorsey ha scritto che la sua piattaforma non bloccherà Jones, che ha circa 850mila follower, «per una semplice ragione: non vìola le nostre linee guida». Dorsey ha promesso che se questo succederà, Jones sarà bloccato, ma sarà trattato come qualsiasi altro account. Dorsey ha spiegato di non voler prendere «decisioni estemporanee che ci facciano sentire bene nel breve periodo, e che darebbero vita a nuove teorie cospirazioniste», riferendosi a chi in queste ore ha gridato al complotto per la rimozione dei contenuti di Jones.

«Se ci arrendiamo e reagiamo semplicemente alle pressioni esterne, invece che ai principi consolidati che sosteniamo (e miglioriamo) in maniera imparziale, indipendentemente dalle nostre opinioni politiche, diventiamo un servizio costruito sulle nostre idee personali, che può spostarsi in qualsiasi direzione. Noi non siamo questo», ha detto Dorsey, ammettendo che «la verità è che in passato siamo stati pessimi a spiegare le nostre decisioni. Stiamo lavorando per cambiarlo».

Gatte da pelare
Secondo Dorsey, è vero che gli account come Jones possono «sensazionalizzare dei temi e diffondere voci non verificate», ma è compito dei giornalisti eventualmente smentirle «in modo che le persone possano formare le proprie opinioni». È quello che fa meglio alla conversazione pubblica». Questa spiegazione è stata però giudicata ingenua e anacronistica da molti esperti, che hanno ricordato come i media abbiano un potere limitato in questo senso. Una bufala come quella sulla Sandy Hook, evidentemente assurda e falsa, viene creduta da persone che non credono alle fonti di informazione tradizionali, indipendentemente dalle smentite e dalle verifiche che possono uscire sui giornali e sui siti di news.

Il confine tra la repressione della libertà di parola e la rimozione di bufale diffamatorie e socialmente pericolose si è dimostrato negli ultimi anni uno dei più difficili da navigare per i social network, e in particolare per Facebook, più grande e influente di Twitter. Zuckerberg è stato spesso interrogato a proposito dai giornalisti, ma le sue risposte sono state quasi sempre giudicate inadeguate. La strategia della società nell’affrontare il problema è stata altalenante e contraddittoria, ed è frequente che gli algoritmi e le persone che si occupano di decidere cosa rispetta le linee guida del social network e cosa no facciano errori grossolani, rimuovendo contenuti satirici o innocui e proteggendone altri diffamatori e pericolosi.

Ma al di là degli errori sui singoli contenuti, stabilire cosa si possa pubblicare su un social network e cosa no è molto difficile, come lo è decidere chi possa essere un giudice imparziale sulla legittimità dei contenuti online. Zuckerberg era già stato recentemente interrogato sullo specifico caso di Infowars, e aveva detto: «credo che una cosa non violi le nostre linee guida soltanto perché è falsa», e che «l’approccio che abbiamo tenuto sulle notizie false non è di dire: Non puoi dire una cosa sbagliata su internet. Credo che questo sarebbe estremo. Tutti sbagliano, e se rimuovessimo gli account delle persone soltanto per aver detto qualche cosa sbagliata creeremmo un mondo in cui è difficile dare la parola alle persone perché dicano quello a cui tengono».

Ufficialmente, la sospensione delle quattro pagine legate a Jones decisa da Facebook è dipesa dal fatto che nonostante una sospensione del suo profilo personale di 30 giorni decisa a luglio, per «bullismo e hate speech», Jones ha continuato ad apparire sui video delle pagine di Infowars. Ma l’impressione, come ha notato il giornalista di tecnologia Kevin Roose del New York Timesè che l’intero punto della vicenda sia che fino alla decisione di Apple le grandi aziende fossero troppo spaventate dal prendere l’iniziativa.

Diffondere assurde teorie complottiste rientra nella libertà di espressione?
Oltre al processo per diffamazione con i genitori della Sandy Hook, Jones ha un’altra causa pendente, mossa da Brennan Gilmore, un ex funzionario del dipartimento di Stato e attivista Democratico che lo scorso 12 agosto era alla manifestazione di Charlottesville in cui un’auto guidata da un estremista di destra investì e uccise una manifestante. Gilmore quel giorno diffuse un video dell’episodio molto condiviso, al quale Jones rispose con un altro video in cui lo accusava di aver organizzato l’omicidio alla manifestazione per rovesciare Trump, lavorando per conto della CIA e del filantropo ungherese George Soros.

Anche Gilmore ha detto di essere stato molestato dopo la pubblicazione del video di Jones, che si è difeso in aula dicendo che quelle da lui espresse erano «opinioni, non fatti» e che Infowars è un sito «libero», «nel quale le iperboli e le polemiche sono lo strumento privilegiato della conversazione». Il suo pubblico, ha spiegato Jones, non si aspetta che nei suoi video abbia l’accuratezza di un articolo o di un libro.

Per il processo il giudice ha chiamato in causa dei costituzionalisti americani esperti del Primo Emendamento, quello che garantisce la libertà di parola, sbandierato in queste ore da chi difende Jones. Quattro docenti universitari americani hanno firmato un documento che ricorda che fin dal Medioevo le leggi sulla diffamazione hanno creato «dei vincoli sociali su cos’è libera espressione e cosa non è accettabile», con delle restrizioni a certe forme di espressione soprattutto rivolte a privati cittadini come Gilmore, che spesso non hanno la possibilità di far sapere al grande pubblico la propria versione della storia.

Il documento è particolarmente severo nel fare chiarezza sulla legittimità della posizione di Jones secondo cui i suoi video su Infowars contengono semplicemente le sue opinioni. Se il giudice gli desse ragione, hanno scritto i costituzionalisti, creerebbe un pericoloso precedente perché «permetterebbe a fonti di informazione senza scrupoli di camuffare il proprio linguaggio come d’opinione, mascherando così insinuazioni e allusioni». Questo «trasmetterebbe chiaramente il loro messaggio ai lettori, permettendo però loro di evitare qualsiasi responsabilità da accuse di diffamazione. Questo non dovrebbe essere permesso e, infatti, non è permesso».

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