L’arte brasiliana in mostra a Milano

Il PAC ha selezionato le opere di 30 artisti dagli anni '70 a oggi, che mostrando albicocche, rocce e legno raccontano i conflitti e i fallimenti del paese

Daniel De Paula, "Testemunho", 2015, allestita nell'ambito della mostra "Brasile. Il coltello nella carne" al PAC di Milano (Nico Covre, Vulcano)

Tra le cose da fare per chi quest’estate resta o va in vacanza a Milano c’è anche visitare la mostra “Brasile. Il coltello nella carne”, al PAC fino al 9 settembre. Raccoglie più di 50 opere di 30 artisti brasiliani dagli anni Settanta a oggi, selezionati da Jacopo Crivelli Visconti e Diego Sileo: fotografie, installazioni, performance, video, dipinti e acquerelli che offrono una panoramica della scena artistica brasiliana contemporanea, lasciando emergere o intravedere le contraddizioni e i conflitti sociali, etnici, politici e culturali. Il nome, Navalha na Carne, è il titolo di un’opera teatrale dello scrittore Plínio Marcos, autore dei tempi della dittatura.

Una delle opere più significative della mostra – ha spiegato al Post il curatore Crivelli Visconti – è “Canoas“, un cortometraggio girato nel 2010 da Tamar Guimarães (1967) nella Casa das Canoas, che il celebre architetto brasiliano Oscar Niemeyer si fece costruire nel 1951 e che negli anni successivi trasformò in un salotto per la buona società dell’epoca. Guimarães inscena nella villa una festa per amici e conoscenti per rievocarne i tempi d’oro; filmandone i preparativi ne racconta la bellezza lussureggiante e il passato glorioso ma denuncia insieme i conflitti sociali tutt’ora esistenti, con i dipendenti, perlopiù neri o meticci, che ricordano la servitù del tempo.

Ugualmente significativa è Testemunha (2015) di Daniel de Paula (1987), un’installazione che raccoglie i campioni di carotaggio prelevati per realizzare le grandi infrastrutture dello stato di San Paolo e ottenuti dall’artista dalle grandi imprese che le hanno costruite. De Paula li ha ordinati sul pavimento in ordine cronologico in una sorta di linea temporale, indicando anche le aziende di provenienza e i grossi scandali di corruzione, come quello di Petrobras, la compagnia petrolifera statale brasiliana dal 2014 al centro di una vasta indagine che ha coinvolto il Partito dei Lavoratori, a cui appartengono gli ex presidenti Lula e Dilma Rousseff. L’opera diventa così un racconto geologico, criminale, sociale e politico del paese, la cui ossatura sembra fatta di rocce e corruzione.

Daniel De Paula, “Testemunho”, 2015, allestita nell’ambito della mostra “Brasile. Il coltello nella carne” al PAC di Milano
(Nico Covre, Vulcano)

Di utopia e fallimento parlano anche le fotografie di Mauro Restiffe (1970) che mostrano le celebrazioni del primo gennaio 2003 per l’insediamento a Brasilia del nuovo presidente Luiz Inácio Lula da Silva che, con un passato da operaio e sindacalista, era visto come eroe e difensore dei più poveri. Lula venne rieletto e restò in carica fino al 2011, venendo meno a molte delle promesse più estreme fatte in campagna elettorale e spostandosi su posizioni più moderate. Nel 2017 Lula è stato condannato a 9 anni di carcere, poi aumentati a 12, per corruzione e arrestato nel maggio 2018; si attende la sentenza definitiva della Corte Suprema a cui Lula ha fatto ricorso.

Mauro Restiffe, “Empossamento #2”, 2003
(Courtesy: l’artista e Fortes D’Aloia Gabriel, San Paolo, Rio de Janeiro)

La selezione comprende anche opere di Tunga (1952-2016), uno dei principali artisti brasiliani degli anni Settanta e Ottanta, il primo brasiliano ad avere un’opera esposta al Louvre di Parigi; e di Carlos Zilio (1944), che negli anni Settanta venne incarcerato dal regime militare, emigrò in Francia nel 1967 e tornò in Brasile solo nel 1980. Qui sono esposte le sue ultime tre opere tridimensionali, del 1978, che pur servendosi di materiali molto semplici hanno un forte valore simbolico: una trave di legno tagliata da una lama rispecchia e commenta la violenza del paese all’epoca. La decisione dell’artista di dedicarsi alla pittura e abbandonare la critica politica e sociale ne rafforza ancora il messaggio, come ultimo tentativo di dire qualcosa e intervenire sulla realtà, prima di arrendersi all’inutilità dell’arte.

Tunga, “Escalpo (les bijous de Madame de Sade)”, 1984, rame e ferro (Collection Instituto Figueiredo Ferraz, Ribeirão Preto, Courtesy: Dulce e João Carlos Figueiredo Ferraz, Photo Credit: Mauricio Froldi)

Di parere diverso è invece Jonathas de Andrade (1982), che in “Educação para Adultos” ha fotografato 60 poster che ripropongono il metodo educativo di Paulo Freire, che negli anni Settanta insegnava a leggere agli adulti analfabeti servendosi di tavole che associavano un nome a un’immagine. De Andrade ha ripreso 20 di queste tavole e ne ha poi realizzate di nuove, rispettandone l’estetica, con l’aiuto di un gruppo di lavandaie e sarte di Recife, nel nord-est del Brasile, una delle zone più povere. Anche “This is not an Apricot” di Maria Thereza Alves (1961) ha un messaggio politico e di denuncia dietro un’estetica delicata. L’idea le venne nel 1981 durante un viaggio in Amazzonia in cui si avvicinò a una bancarella e chiese il nome dei tanti e diversi frutti in vendita. Il venditore rispose che erano tutte albicocche ma in realtà non ce n’era nemmeno una: erano frutti indigeni i cui nomi originari erano stati dimenticati e rimpiazzati con un generico nome straniero. Alves li ha disegnati in acquerelli accompagnandoli dal nome latino, trasformandoli in simboli della dominazione occidentale e della scomparsa delle popolazioni native.

Maria Thereza Alves, “This is not an Apricot”, 2008
(Samuel-Weis Collection Courtesy  Samuel-Weis Collection )

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