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  • sabato 30 giugno 2018

C’è un’altra storia sull’incendio alla Grenfell Tower

L'ha raccontata un giornalista dopo un anno di indagini, facendosi un'idea diversa sulle colpe del disastro di Londra in cui morirono 72 persone

(ADRIAN DENNIS/AFP/Getty Images)

«Il palazzo sta bruciando da cima a fondo. Noi siamo all’ultimo piano e grazie a Dio il fuoco qui non è ancora arrivato. Laggiù potete vedere tutte le persone che sono state fortunate e sono riuscite ad andarsene». Un video diffuso su Snapchat la notte del 14 giugno 2017 mostrava le luci di Londra viste dalla finestra di un appartamento in cima a un grande palazzo, la Grenfell Tower. Ai piedi della torre, un casa popolare alta 24 piani, si vedono gli scampati dall’incendio in mezzo a centinaia di soccorritori e le luci di decine di veicoli di emergenza. Gli occhi di tutti sono puntati verso la torre. Sui vetri delle case circostanti e sui parabrezza delle automobile si riflette un’inquietante luce arancione. L’intero palazzo, dal quarto al 24esimo piano, «brucia come un fiammifero», dicono i testimoni. Nel video a un certo punto si sente di una bambina: «Non voglio vedere il fuoco, il fuoco mi fa piangere». È la voce Fathia, la figlia di Rania, la donna egiziana di 31 anni che ha girato il video. Quando due giorni dopo i vigili del fuoco riuscirono finalmente a raggiungere il 24esimo piano ed entrare nell’appartamento, trovarono i corpi di Rania e Fathia insieme a quelli delle altre decine di persone che avevano pensato di trovare scampo all’ultimo piano della torre in fiamme.

(DANIEL LEAL-OLIVAS/AFP/Getty Images)

Nel disastro della Grenfell Tower, avvenuto quasi esattamente un anno fa, morirono 72 persone; tra cui due italiani, Marco Gottardi e Gloria Trevisan, di 27 e 26 anni. È stato il più grave incendio nel Regno Unito dal dopoguerra e quello che ha causato le maggiori polemiche e controversie. La Grenfell Tower si trova in una zona di abitazioni popolari nel mezzo dei ricchissimi quartieri londinesi di Chelsea e Kensington. La forte diseguaglianza tra gli abitanti della torre, in buona parte immigrati, rifugiati e persone con redditi bassi, e i ricchi ed eleganti residenti delle zone circostanti, non ha potuto fare a meno di colpire l’immaginario degli osservatori.

Mentre le fiamme dovevano ancora estinguersi, gli amministratori locali del quartiere, in gran parte esponenti del Partito Conservatore, sono stati accusati di aver trascurato la Grenfell Tower e i suoi abitanti e di aver agito avendo in mente solo gli interessi dei costruttori desiderosi di aumentare i valori immobiliari della zona. Il disastro è così divenuto un simbolo potente delle conseguenze dell’austerità, cioè dei severi tagli alla spesa pubblica avviati dai governi conservatori dopo la crisi economica, e dei risultati prodotti dalle diseguaglianze sempre più profonde nel paese. Secondo il giornalista Andrew O’Hagan, però, le cose non sono andate così. O’Hagan ha lavorato per un anno intero sulla storia della Grenfell Tower, ha intervistato centinaia di persone e all’inizio del mese ha pubblicato i risultati della sua inchiesta in un articolo lungo oltre 60 mila parole (quanto un romanzo breve) sulla London Review of Books.

L’incendio
Il fuoco cominciò in un appartamento del quarto piano della torre, un quarto d’ora dopo la mezzanotte del 14 giugno. Il motore del frigorifero nell’appartamento di un tassista etiope ebbe un malfunzionamento, ci furono delle scintille e la cucina iniziò a bruciare. Il proprietario impiegò circa venti minuti ad accorgersi dell’incendio. Intorno a mezzanotte e cinquanta chiamò la polizia e iniziò a svegliare gli abitanti del suo pianerottolo (alla Grenfell Tower ci sono quattro appartamenti a ogni piano). Pochi minuti dopo la chiamata, otto vigili del fuoco si trovavano nella cucina dell’appartamento con estintori e altri equipaggiamenti. L’incendio venne spento rapidamente: in meno di un’ora la faccenda sembrava risolta.

Mentre i vigili del fuoco uscivano dall’appartamento, però, il centro di controllo iniziò a ricevere una serie di strane chiamate dalla Grenfell Tower. «La finestra della mia camera da letto è coperta di fiamme, sono all’ottavo piano!», diceva una di queste. Nessuno al comando dei vigili riusciva a interpretare queste telefonate: che senso avevano le segnalazioni di fumo e fiamme ai piani alti, quando l’incendio al quarto piano era stato spento senza conseguenze? Senza capire cosa stesse accadendo, gli operatori dei vigili del fuoco aderirono alla procedura standard in caso di incendi in palazzi molto alti e consigliarono a chi chiamava di restare all’interno dei propri appartamenti fino a che i vigili del fuoco non li avessero raggiunti. Questa politica sarebbe rimasta in vigore ancora a lungo nel corso della notte.

(Carl Court/Getty Images)

Quello che il comando non sapeva, ma di cui i vigili del fuoco fuori dall’edificio avevano iniziato ad accorgersi, era che l’incendio si era oramai esteso a quasi tutto il palazzo. Le fiamme infatti erano uscite dalla cucina dell’appartamento del quarto piano tramite una finestra lasciata aperta. Lì fuori avevano rapidamente trovato la strada per l’intercapedine tra il cappotto esterno dell’edificio e il rivestimento isolante, uno spazio largo circa cinque centimetri che correva lungo tutta la facciata dell’edificio. Alimentate dall’isolante, fatto di plastica infiammabile, le fiamme iniziarono a scalare la facciata dell’edificio, con l’intercapedine che faceva da lunghissimo camino. Il palazzo bruciava dall’esterno verso l’interno.

Procedendo diagonalmente sulla facciata, le fiamme passarono dal quarto al tredicesimo piano nel giro di dieci minuti. All’una e trenta, a poco più di mezz’ora dalla prima telefonata di emergenza, le fiamme avevano raggiunto la sommità dell’edificio: l’incendio era divenuto incontrollabile. Lentamente, dall’esterno il fuoco iniziò a rientrare dentro l’edificio, consumando il rivestimento isolante infiammabile, infiltrandosi nelle finestre lasciate spalancate dall’esplosione dei vetri a causa dell’alta temperatura. L’interno dell’edificio si riempì di fumo. Uscire divenne rapidamente un’impresa pericolosa, una corsa contro il tempo lungo le scale prima di rimanere asfissiati dal monossido di carbonio. I corpi di nove persone morte mentre cercavano di fuggire furono ritrovati due giorni dopo lungo le scale della torre.

(Leon Neal/Getty Images)

Tutte le persone morte alla Grenfell Tower si trovavano oltre il decimo piano. Le loro storie, raccolte e raccontate con grande delicatezza da O’Hagan, sono strazianti. Uno dei sopravvissuti ha raccontato che dopo essere riuscito a fuggire dalla torre, percorrendo le scale completamente invase dal fumo con l’aiuto dei vigili del fuoco, ricevette una telefonata da suo fratello. I due si erano persi di vista pochi minuti prima, nel caos dell’interno della torre: «Sono ancora nell’appartamento. Nessuno mi ha portato fuori, perché mi hai lasciato?». I due fratelli, Omar e Mohamed, erano fuggiti insieme dalla Siria: Londra era diventata la loro nuova casa. Quando alla fine le fiamme raggiunsero il loro appartamento, Mohammad, il fratello rimasto indietro, saltò giù dalla finestra.

Alle tre di mattina il fumo era divenuto così denso che non era più possibile percorrere le scale senza l’equipaggiamento di emergenza. I vigili del fuoco portarono in salvo 65 persone quella notte, andandoli a prendere nelle loro stanze, aiutandoli a respirare con maschere a ossigeno. Una volta arrivati al pianterreno, i superstiti venivano accolti da altri pompieri con scudi antisommossa che usavano per proteggerli dai pezzi di vetro e dai frammenti di materiale isolante in fiamme che continuavano a cadere dal palazzo, come i lapilli di un vulcano durante un’eruzione. Molti anziani riuscirono a uscire dalla torre ma morirono a causa del fumo inalato una volta usciti. Presto il prato intorno alla torre si riempì dei lenzuoli bianchi usati dai vigili del fuoco per coprire i corpi.

(TOLGA AKMEN/AFP/Getty Images)

Molte di più furono le persone che si salvarono da sole, circa 200, e lo fecero in gran parte ignorando la raccomandazione di restare nei loro appartamenti. Scesero, in molti casi senza alcun problema, nelle prime fasi dell’incendio. Il dramma più grande fu quello degli abitanti dei piani superiori: il fumo e il fuoco, infatti, tagliarono rapidamente la loro unica via di fuga. Una trentina di persone per cercare salvarsi si spinse sempre più alto. Alcuni lo fecero perché incontrarono altri residenti o addirittura vigili del fuoco che lungo le scale gli dissero che scendere ancora era impossibile. Alcuni di loro scrissero ad amici e parenti che speravano che una volta arrivati in cima al palazzo gli elicotteri dei soccorsi sarebbero venuti a prenderli. Salire in realtà fu la cosa che li uccise. Chi arrivò al 24esimo piano, infatti, trovò la porta per il tetto chiusa. Bloccati sulla cima, non era più possibile nemmeno essere raggiunti dai vigili del fuoco con le loro maschere a ossigeno. Nessun pompiere, il cui equipaggiamento standard forniva mezz’ora d’aria, riuscì ad arrivare più in alto del 20esimo piano.

Le colpe
O’Hagan racconta che mentre le fiamme bruciavano ancora negli ultimi piani della Grenfell Tower, la storia dell’incendio si era oramai già consolidata nella versione che ancora oggi va per la maggiore. Il clima che si respirava in quei giorni è esemplificato dall’appunto che lo stesso O’Hagan dice di aver scritto sulla sua agenda: «Andiamo a prendere quei bastardi dei responsabili». C’erano pochi dubbi su chi fossero i bastardi. Secondo le associazioni di residenti del quartiere, secondo i giornali e secondo i politici – i Laburisti ma molti Conservatori – i responsabili erano i membri del consiglio amministrativo di Kensington e Chelsea (l’equivalente di un municipio di una grande città come Roma o Milano). Erano loro, dopotutto, ad aver imposto i lavori di ristrutturazione e isolamento che avevano trasformato la torre in una trappola; erano loro ad aver ignorato le segnalazioni e gli allarmi lanciati dagli abitanti ed erano loro, più in generale, che avevano svolto il ruolo di zelanti sostenitori dell’austerità imposta dal governo prendendo di mira ogni volta il quartiere più povero, chiudendo biblioteche e spazi pubblici a ogni richiesta di nuovi tagli.

In altre parole, i consiglieri sembravano un colpevole perfetto. Scrive O’Hagan:

Un piccolo gruppo di persone molto rumoroso – un gruppo che ha trascorso la sua intera vita sotto un consiglio a maggioranza conservatrice e che aveva oramai la nausea di questa situazione – considerava un bersaglio facile questi individui eleganti, questi consiglieri di quartiere che prendevano tutte le decisioni e che avevano modi aristocratici, doppi cognomi, un’istruzione costosa e amicizie con gli imprenditori immobiliari. Dopo sette anni di austerità e dopo un’elezione [quella del giugno 2017]g in cui i Conservatori erano arrivati a un soffio dalla sconfitta e in cui il candidato dei Laburisti, Dent Coad, aveva vinto inaspettatamente proprio a Kensignton, era finalmente arrivato il momento per scatenare la tempesta di disapprovazione che covava da anni e che avrebbe travolto il consiglio.

Così accadde. Il consiglio venne attaccato dai residenti e dal Partito Laburista locale. I media si aggiunsero al coro: quella dei ricchi consiglieri conservatori contro gli abitanti delle case popolari era una storia troppo bella per non essere cavalcata senza farsi troppe domande. I consiglieri furono abbandonati anche dal governo Conservatore di Theresa May, i cui membri stavano attenti persino a non farsi fotografare con gli amministratori locali. Incalzati dalla stampa e sottoposti a una pressione alla quale non potevano rispondere, con le risorse di un piccolo quartiere, il presidente del Consiglio e il suo vice non poterono che dimettersi a poche settimane dall’incendio, ancora prima che l’inchiesta sui fatti venisse avviata.

(Leon Neal/Getty Images)

La vera storia
Secondo O’Hagan la verità è a disposizione di chiunque voglia cercarla con onestà intellettuale, anche se probabilmente non è quella che molti si aspettano. La versione raccontata dai media, sostiene, è una versione di comodo, perfetta per un dibattito nevrotico e polarizzato in cui l’opinione pubblica chiede che le siano chiaramente indicati chi sono i buoni e chi sono i cattivi, e si aspetta che questi abbiano le fattezze dello stereotipo che di solito si associa a questi ruoli. Nella storia diffusa quasi all’unanimità da tutti i principali quotidiani ci sono da un lato gli abitanti del palazzo, poveri e disperati, e dall’altro gli insensibili amministratori locali, interessati solo ad alzare il valore delle proprietà immobiliari per fare affari con i loro amici palazzinari. Chiunque dubitasse di questa versione è stato accusato di essere un insensibile e di non rispettare i morti.

O’Hagan racconta che un anno di indagine ha mostrato l’inconsistenza di questa versione sotto quasi ogni aspetto. Gran parte delle accuse non sono sostenute da prove adeguate, mentre altri colpevoli sono riusciti a evitare quasi ogni addebito. Secondo O’Hagan, che ha parlato con numerosi esperti di sicurezza oltre che con decine di vigili del fuoco impegnati nell’azione, una delle principali cause dell’alto numero di morti è stata la decisione di continuare a consigliare alle persone di rimanere nei loro appartamenti anche quando l’incendio era oramai fuori controllo.

Consigliare alle persone di restare in casa durante un incendio nel loro palazzo è una pratica standard in tutto il mondo. L’idea è che in caso di incendio il fuoco dovrebbe fare molta fatica a passare da un piano all’altro. Più che le fiamme, quindi, il pericolo è il panico: il rischio che le persone si feriscano nel tentativo di abbandonare precipitosamente l’edificio, e che intralcino i vigili del fuoco. Quando l’incendio è fuori controllo e l’unica cosa che rimane da fare è portare via le persone, però, il consiglio di rimanere nei propri appartamenti rischia di peggiorare molto le cose. A commettere l’errore, quindi, sarebbero stati innanzitutto i vigili del fuoco: per troppo tempo si sarebbero affidati alla pratica consolidata, invece che rendersi conto che era ormai arrivato il momento di evacuare completamente l’edificio.

Un corteo silenzioso organizzato per l’anniversario dell’incendio della Grenfell Tower, il 14 giugno 2018 (DANIEL LEAL-OLIVAS/AFP/Getty Images)

Resta da spiegare perché il fuoco non sia rimasto contenuto all’appartamento o al piano dove era iniziato, e perché invece l’intero palazzo abbia preso fuoco “come un fiammifero”. Il responsabile di questa situazione venne individuato immediatamente nel materiale isolante che era stato applicato all’esterno dell’edificio durante i lavori di ristrutturazione del 2014. Nel racconto dei giornali, questi lavori furono imposti agli abitanti della torre dal consiglio locale. Nei lavori sarebbero stati usati materiali scadenti e infiammabili per risparmiare sui costi e per ragioni estetiche (il colore dell’isolamento economico sarebbe stato più gradevole da vedere dalle zone ricche del quartiere). Le associazioni di residenti avrebbero avvertito più volte della pericolosità del materiale, ma sarebbero rimaste inascoltate.

Nelle sue indagini O’Hagan ha scoperto che molti elementi di questa ricostruzione non tornano. Le associazioni di residenti, per esempio, inviarono al consiglio letteralmente migliaia di lettere di lamentela, che comprendevano ogni singolo aspetto della vita alla Grenfell Tower: dai rischi di incendio alla qualità degli infissi, passando per i livelli di pulizia nelle aree comuni. Curiosamente, in questi avvertimenti non una sola volta il materiale isolante utilizzato nei lavori era stato indicato come un pericolo. I lavori di isolamento, lungi dall’essere imposti, erano stati sollecitati dai residenti, che non avevano poi avuto nulla da dire sui rischi di incendio che questi avrebbero comportato.

Ma la questione principale rimane quella del materiale isolante. Davvero, come sostengono gli accusatori, fu scelto un materiale infiammabile per risparmiare e per ragioni estetiche? Se così fosse, sostiene O’Hagan, la stessa circostanza – un consiglio spericolato e disposto a rischiare la vita di centinaia di persone per ragioni economiche o estetiche – si sarebbe verificato altre 306 volte nel Regno Unito. Questo infatti è il numero di torri che hanno un isolamento identico a quello della Grenfell Tower. Incredibilmente, infatti, l’isolamento usato nella Grenfell Tower è comunque molto diffuso nel Regno Unito, in zone governate da Conservatori come da Laburisti. È stato applicato a case popolari ma anche a condomini per la classe media.

Il problema, secondo O’Hagan, è che da vent’anni, durante governi di ogni colore politico, il Regno Unito ha assistito a una crescente deregolamentazione che ha riguardato tra gli altri anche il settore della prevenzione degli incendi. Oggi, per esempio, i controlli di conformità alle leggi antincendio vengono realizzati da professionisti privati assunti dalla società di costruzione. Il conflitto di interessi è evidente: chi viene pagato dall’impresa incaricata dei lavori non ha nessun incentivo a essere particolarmente scrupoloso nei controlli, che potrebbero complicare o interrompere quei lavori. Questo problema potrebbe essere aggirato se i controlli fossero svolti da persone indipendenti dalla società di costruzioni (e quindi pagate dallo Stato o dalle amministrazioni locali) oppure se le norme di sicurezza fossero particolarmente severe e lasciassero poco spazio alla discrezionalità dei consulenti.

La Grenfell Tower, un anno dopo. (Simon Dawson/Getty Images)

Ma la deregolamentazione, adottata per liberare le imprese di costruzione da quelle che molti consideravano pastoie burocratiche, ha fatto sì che i regolamenti siano diventati estremamente vaghi. Quello sugli isolanti da esterno, per esempio, stabilisce che questi materiali debbano avere caratteristiche di “limitata combustibilità”. Un’espressione che, nota O’Hagan, «non suona particolarmente rassicurante». È stato facile incolpare i consiglieri locali di Kensington e Chelsea, ricchi conservatori che non sono simpatici quasi a nessuno; il pubblico e i media non hanno fatto fatica ad accettare questa spiegazione. Ma la verità è un’altra e molto più difficile da accettare. Scrive O’Hagan:

Ci sono prove significative che, più di ogni altra cosa, a causare la tragedia che ha portato alla morte di 72 persone sia stata una serie concatenata di fallimenti a livello di regolamentazione industriale e di controllo nei lavori di costruzioni. Più di 60 organizzazioni e appaltatori sono stati impegnati nei lavori di restauro della Grenfell Tower e molti devono rispondere di piccole trascuratezze che hanno avuto grosse conseguenze. Ma il fallimento più grande di tutti ha anche a che fare con il regolamento industriale sugli isolanti. I consigli municipali di tutto il paese sono stati vittime di una serie di standard di sicurezza perversi, introdotti da governi e agenzie pubbliche a partire dal 1997.

La responsabilità quindi è, in un certo senso, di tutti quanti: delle società di costruzione, degli ispettori, dei governi di tutti i colori politici concordi nell’attuare le deregolamentazioni, dei media che non hanno mai concentrato la loro attenzione sulla qualità degli edifici e sulla solidità dei regolamenti. La conclusione della lunga indagine di O’Hagan, quindi, è che i “bastardi responsabili” a cui aveva deciso di dare la caccia il 14 giugno 2017 sono quegli stessi cittadini britannici che quella mattina guardarono con orrore le immagini dell’incendio sui notiziari del mattino e, come lui, chiesero a gran voce che venissero trovati in fretta dei responsabili.

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