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  • venerdì 29 giugno 2018

C’è un accordicchio europeo sui migranti

Non prevede cambiamenti vincolanti per nessuno, ma solo "su base volontaria", e non dice niente sulla modifica del Regolamento di Dublino

Alcuni primi ministri, tra cui la cancelliera Angela Merkel, a Bruxelles, 29 giugno 2018 (LUDOVIC MARIN/AFP/Getty Images)

I capi di stato e di governo dell’Unione Europea hanno annunciato di aver trovato un accordo parziale sull’immigrazione durante il summit del Consiglio europeo in corso in questi giorni a Bruxelles. L’accordo, arrivato dopo che il governo italiano aveva minacciato di mettere il veto a tutte le altre conclusioni, non contiene moltissime cose concrete, ma solo un impegno “su base volontaria” a una gestione più condivisa del flusso dalla Libia.

Il Guardian definisce l’accordo come “fragile” mentre David Carretta, giornalista molto esperto di cose europee, ha scritto che «al di là di qualche frasetta simbolica hanno vinto Macron e Orban»; Politico precisa che «non modifica le regole europee sull’asilo» e altri fanno notare che non prevedendo cambiamenti vincolanti per nessuno, l’accordo non cambierà praticamente niente. Questa mattina l’ufficio del primo ministro polacco Mateusz Morawiecki – che ha più volte sostenuto come i migranti vadano “aiutati sul posto” – ha scritto su Twitter che l’accordo era positivo per il suo paese: «Abbiamo rafforzato la nostra posizione (…) ma la cosa più importante è che non c’è alcuna delocalizzazione obbligatoria dei rifugiati, le nostre ragioni sono state cioè riconosciute».

Il documento finale (PDF), infatti, non apporta modifiche al sistema che oggi regola l’immigrazione nell’Unione Europea, rinviando i provvedimenti potenzialmente più efficaci ad altre sedi. L’Italia, alla fine, ha ottenuto solamente qualche vaga rassicurazione nei paragrafi 5 e 6 del capitolo dedicato all’immigrazione.

L’accordo prevede innanzitutto la creazione di nuovi “centri controllati” nell’Unione Europea, che sarebbero in sostanza campi profughi sul suolo europeo, finanziati e gestiti dall’Unione Europea, per ospitare i migranti, esaminare le loro richieste e decidere in modo “rapido” chi ha diritto ad ottenere una forma di protezione internazionale e chi no. In pratica saranno dei nuovi hotspot, come quelli aperti in Grecia e Italia fra 2015 e 2016. In più il documento contiene solo un invito, dato che questi centri verranno aperti eventualmente «su base volontaria» e che nessun paese si è per ora candidato ad ospitarne qualcuno. C’è anche un impegno non vincolante, inserito per ammorbidire la posizione italiana, per istituire questi centri anche nel Nord Africa: ma di nuovo, si parla sempre di base volontaria, e si sa da tempo che questa proposta avrebbe vari ostacoli pratici e legali.

Inoltre, in quella che è considerata una vittoria di Angela Merkel, il documento si esprime in modo molto pesante sui cosiddetti secondary movements, cioè gli spostamenti dei migranti in un paese diverso da quello in cui hanno fatto richiesta di asilo. Nel documento si legge che i secondary movements – che l’Italia invece avrebbe avuto ogni interesse a incentivare – «minacciano l’integrità del sistema di immigrazione europeo e l’area di Schengen, quindi gli stati membri dovrebbero prendere ogni provvedimento legislativo e amministrativo per contrastarli».

L’accordo non prevede quote per i paesi europei che oggi non accolgono alcun richiedente asilo, e non dice niente di preciso nemmeno per quel che riguarda la modifica del Regolamento di Dublino, che obbliga ogni migrante a chiedere asilo nel primo paese europeo in cui arriva, cioè molto spesso Italia, Grecia o Spagna. A un certo punto, fra l’altro, si stabilisce che va cercato un consensus per riformarlo: nel linguaggio del Consiglio europeo significa che bisognerà trovare un accordo all’unanimità, col rischio che i paesi del blocco orientale blocchino ogni negoziato.

In altri passaggi il documento è contraddittorio: sostiene che servano più aiuti ai paesi poveri dell’Africa e poi aumenta di 500 milioni di euro fondo europeo per i paesi poveri per trasferirli al Fondo fiduciario di emergenza per l’Africa, che è lo stesso con cui viene finanziata la Guardia costiera libica, un corpo formato soprattutto da milizie armate locali e noto per non rispettare i diritti umani dei migranti che “soccorre”.

Tutti i giornali internazionali si occupano anche del presidente del Consiglio italiano, e su come abbia affrontato e gestito il suo primo Consiglio Europeo data la sua inesistente esperienza politica. Durante il pomeriggio di ieri Conte a un certo punto ha bloccato i lavori del Consiglio finché non si fosse trovato un accordo soddisfacente, e durante il negoziato per arrivare alle conclusioni del documento – scrivono sia Politico che il Guardian – avrebbe usato con gli altri leader l’argomento «Io sono un professore di legge». Molti altri leader lo hanno preso in giro, visto che quei documenti hanno valore politico e non legale. Il primo ministro svedese, Stefan Löfven, ha detto che allora lui avrebbe portato la sua esperienza di saldatore; quello bulgaro, Boyko Borisov, ha detto di aver fatto il pompiere e che quello di Conte non è il modo in cui si affronta un negoziato.

Jennifer Rankin, corrispondente da Bruxelles per il Guardian, ha scritto anche che Conte avrebbe giustificato il suo comportamento spiegando di essere nuovo e di non sapere «come funzionano le cose qui».

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