Il commissario tecnico Vittorio Pozzo con la Coppa Rimet dopo la vittoria in finale contro l'Ungheria (STAFF/AFP/Getty Images)

Vincevamo i Mondiali, ottant’anni fa

In Francia, per la seconda volta consecutiva: i primi e unici Mondiali giocati in maglia nera, gli ultimi prima della guerra

Il commissario tecnico Vittorio Pozzo con la Coppa Rimet dopo la vittoria in finale contro l'Ungheria (STAFF/AFP/Getty Images)

Il 19 giugno del 1938 la nazionale di calcio italiana vinse la terza edizione dei Mondiali di calcio e difese così il titolo vinto quattro anni prima a Roma, diventando la prima nazionale a vincere due edizioni consecutive del torneo. Allo Stadio Olimpico Yves du Manoir di Colombes, comune a nord-ovest di Parigi, l’Italia allenata dal commissario tecnico Vittorio Pozzo, in carica dal 1929, sconfisse 4-2 l’Ungheria, che nei successivi quindici anni sarebbe diventata una delle squadre più forti e iconiche nella storia del calcio. Anche l’Italia di Pozzo fu a suo modo una squadra memorabile: capitanata da Giuseppe Meazza, leggenda del calcio milanese, difesa dal portiere Aldo Olivieri, detto “il gatto magico” per la bravura fra i pali, e trascinata dai gol dei suoi due cannonieri, Silvio Piola e Gino Colaussi.

L’Italia che quell’anno andò a giocare in Francia la terza edizione dei Campionati mondiali di calcio era più o meno la stessa che quattro anni prima aveva sconfitto la Cecoslovacchia nella finale di Roma, ed era inoltre composta da alcuni membri della  nazionale vincitrice dell’oro olimpico a Berlino nel 1936. Era la squadra dell’Italia fascista e immigrata degli anni Trenta, come ben testimoniavano le storie dei suoi giocatori. C’era il goriziano Gino Colausig, a cui il regime fascista italianizzò il cognome in Colaussi, e c’era Miguel Andriolo, figlio di salernitani immigrati in Uruguay, che divenne Michele Andreolo. Era una nazionale formata da un blocco predominante di giocatori provenienti dalla Triestina, dal Bologna (vincitore di quattro Scudetti tra il 1935 e il 1939 con l’allenatore ebreo ungherese Arpad Weisz, morto ad Auschwitz nel 1944) e dall’Ambrosiana, il nome dato dal regime all’Inter, squadra fondata da alcuni “dissidenti” del Milan che volevano aprire la squadra agli stranieri, e non solo a italiani e inglesi.

La nazionale italiana in visita a Benito Mussolini nella sala del mappamondo di Palazzo Venezia, a Roma, prima della partenza per la Francia (STAFF/AFP/Getty Images)

Consapevole delle qualità della sua squadra, Pozzo tenne un lungo colloquio con i giocatori alcuni mesi prima dell’inizio dei Mondiali in cui li convinse che con una buona preparazione avrebbero potuto vincere un’altra volta. Le quotazioni dell’Italia, poi, salirono notevolmente quando l’Uruguay e l’Argentina si rifiutarono di partecipare al torneo in contrasto con la FIFA, che non aveva rispettato l’alternanza fra Europa e Sud America nell’assegnare il torneo alla Francia quattro anni dopo l’Italia. Nemmeno l’Austria partecipò, e all’epoca la nazionale austriaca era una delle più forti al mondo. Il “Wunderteam”, la squadra delle meraviglie, come veniva chiamata all’epoca l’Austria dell’allenatore Hugo Meisl e del fuoriclasse Matthias Sindelar, cessò di esistere in seguito all’annessione alla Germania nazista, il cosiddetto “Anschluss”. Alcuni austriaci accettarono di passare alla Germania; altri invece, tra cui Sindelar, si rifiutarono e così non parteciparono al torneo in Francia (Sindelar venne trovato morto suicida a Vienna nel 1939 dopo essersi opposto pubblicamente all’annessione e al nazismo).

Senza tre grandi rivali, l’Italia esordì il 5 giugno a Marsiglia contro la Norvegia. Il Mondiale di quell’anno fu giocato da 15 squadre, che presero parte al torneo in una fase a eliminazione diretta che iniziò con gli ottavi di finale. Contro la Norvegia, l’Italia fece più fatica del previsto e vinse 2-1 solo ai tempi supplementari grazie a un gol di Piola, il primo dei tanti. L’Italia sembrò poco in forma e disorientata, tanto che Pozzo, dopo la vittoria, decise di dare un permesso ai giocatori per andare in libera uscita a Parigi. Il permesso diede gli effetti sperati, dato che una settimana dopo l’Italia sconfisse 3-1 i padroni di casa della Francia con una doppietta di Piola e un gol di Colaussi. Quella fu la prima e unica partita di un Mondiale che l’Italia giocò con la maglia nera, voluta dal regime fascista e fatta indossare dall’Italia proprio in occasione della partita della Francia: all’ingresso in campo il pubblico di Colombes sommerse l’Italia di fischi, e i fischi si intensificarono quando i giocatori, schierati a centrocampo, fecero il saluto romano.

Il torneo proseguì quindi alle semifinali, dove l’Italia incontrò il Brasile, che però non era ancora il Brasile fortissimo e spettacolare degli anni Cinquanta. La nazionale controllò agevolmente la partita portandosi in vantaggio di due gol nel secondo tempo con il solito Colaussi e un rigore di Meazza, passato alla storia perché lo tirò con una mano sul fianco a reggere i pantaloncini, il cui elastico si era spezzato poco prima. Quello fu anche l’ultimo dei 33 gol segnati da Meazza con la maglia della Nazionale italiana.

Giuseppe Meazza saluta il capitano dell’Ungheria Gyorgy Sarosi prima della finale di Parigi (STAFF/AFP/Getty Images)

La finale venne quindi giocata dalle due migliori squadre del torneo: l’Italia, più esperta e pratica e molto abile nel difendere per poi ripartire velocemente in contropiede, e l’Ungheria. Senza l’Austria, l’Ungheria era la miglior rappresentante del “calcio danubiano”, lo stile di gioco moderno ed elegante che si sviluppò nelle regioni dell’ex Impero Austro-Ungarico a metà del Novecento. Il calcio danubiano, tuttavia, doveva ancora raggiungere il suo apice (che arrivò negli anni Cinquanta con l’Ungheria di Ferenc Puskas); nella periferia di Parigi, l’Ungheria degli anni Trenta non riuscì a fermare l’Italia.

Per la finale allo Stadio Olimpico Yves du Manoir si presentarono dei gruppi di sostenitori italiani, alcuni dei quali esponenti del movimento fascista, ma la maggioranza del pubblico tifava contro: tra i molti francesi c’erano anche alcuni noti antifascisti italiani espatriati in Francia dopo l’ascesa del Partito Nazionale Fascista di Benito Mussolini. L’Italia andò in vantaggio dopo sei minuti con Colaussi, ma venne raggiunta poco dopo dall’attaccante ungherese Pal Titkos. Il pareggio durò poco, perché prima dell’intervallo l’Italia segnò altri due gol con Piola e di nuovo con Colaussi. Il secondo tempo iniziò senza reti, e al settantesimo minuto l’Ungheria provò a riaprire la partita con Gyorgy Sarosi, nato peraltro a Trieste nel 1912 da padre ungherese e da madre italiana. Il risultato restò in ballo per una decina di minuti, al che Piola segnò il quarto gol italiano, con cui raggiunse proprio Sarosi al secondo posto nella classifica cannonieri.

I giocatori e i preparatori dell’Italia festeggiano in campo la vittoria della Coppa Jules Rimet (Keystone/Getty Images)

Al fischio finale dell’arbitro, il francese Georges Capdeville, iniziarono i festeggiamenti in campo. Diversamente da quanto accadde nel corso del torneo, il pubblico francese smise di fischiare l’Italia. Il presidente francese Albert Lebrun consegnò la Coppa Rimet a Meazza, che poi continuò i festeggiamenti con il resto della squadra. Quel giorno Vittorio Pozzo divenne il primo e finora unico allenatore a vincere due edizioni (peraltro consecutive) dei Campionati mondiali di calcio. Avrebbe probabilmente guidato l’Italia anche all’edizione del 1942, dove sarebbe stata nuovamente tra le favorite, ma l’inizio della Seconda guerra mondiale causò la sospensione del torneo per dodici anni. Durante l’occupazione nazista, la Coppa Rimet vinta in Francia — la vecchia versione dell’attuale Coppa del Mondo, in uso dal 1974 — venne nascosta in una scatola di scarpe a casa di Ottorino Barassi, segretario della Federcalcio, che la prelevò dalla banca in cui era custodita prima che i soldati della Gestapo arrivassero a requisirla.