L’ultimo gol di Peppin

Sul dischetto si presentò il bello della squadra. Le palpebre pesanti non riuscirono a velare quel lampo. Dietro lo sguardo assonnato di Giuseppe Meazza, detto Peppin, in quel momento si nascondevano molte verità. Sapeva che la stampa aveva aizzato il pubblico, che quel pubblico era per gli altri e che quegli altri erano il Brasile. L’avversario più temibile dei mondiali del 1938. Peppin per un momento lasciò perdere i fischi dei quarantamila spettatori francesi e si apprestò a dedicare a un solo uomo, quello che gli stava di fronte, il suo particolare palpito. Sapeva, ed era il penultimo dei saperi a sua disposizione, che Walter de Souza Goulart era un ipnotizzatore. Ma quel lampo che albergò nei suoi occhi gli aveva appena indicato l’unica strada: lacerare quell’istante confuso e giocare contro il tempo. L’ultimo e il più grande dei suoi nemici.

Del tempo, in realtà, fino a quel giorno ne aveva fatto quello che voleva. Nel momento in cui il talento gli aveva mostrato le prime banconote, il compagno Gipo Viani gli aveva già insegnato a sperperarle. Giocare a poker, scegliere le auto sportive e abbordare le ragazze milanesi lungo Via Manzoni. Così occupava il suo tempo. Certo, c’era anche il pallone. Ma la sua vita non gli girava attorno. Erano piuttosto gli altri a girare attorno a lui. O le altre. Genio e sregolatezza albergavano in un unico corpo, quello di un ometto gracile venuto al mondo – nell’anno in cui era nata la Nazionale – da una verduraia di nome Ersilia che avrebbe perduto il marito in guerra. Inevitabile l’ascesa a idolo.
L’unico aspetto che appariva disciplinato in Meazza era la capigliatura. Le marche di brillantina facevano a gara per assicurarsela. I suoi autografi arrivarono a valere cento lire. A lui, che da ragazzino non aveva mai posseduto le mille lire necessarie per acquistare le scarpe da gioco da Brigatti, in Corso Venezia, gliene offrirono diecimila purché una volta al mese si presentasse alle dieci del mattino in un negozio di abiti: «Spiacente, a quell’ora dormo». Anche la domenica. Quella nella quale l’Ambrosiana Inter doveva affrontare la Juventus venne svegliato da due dirigenti disperati nel bordello di via Fiori Chiari mezz’ora prima della partita. Gli infilarono il cappotto sopra il pigiama e volarono verso l’Arena di Milano. Arrivò appena in tempo. Per segnare due gol.

Poco tempo prima, dall’altra parte del mondo, un altro giocatore era stato colto dal medesimo sonno della ragione. Ma con altri esiti. Si era preso una sbornia indotta dall’ennesima fanciulla che si era imbattuta in lui. Così pensava. In realtà, con ogni probabilità, tramite lei era stato drogato. Si era risvegliato in aereo, diretto in Argentina, con in tasca un contratto da mezzo milione di franchi a stagione firmato dal Boca Juniors. Poco prima dei mondiali era riuscito a tornare a giocare nel suo paese, in Brasile.
E in quel momento si trovava lì, sul campo, alle spalle di Meazza, agitandosi senza darsi pace. Se non fosse stato un difensore sarebbe stato il suo omologo brasiliano. Ricco e famoso, il primo calciatore a meritarsi un soprannome destinato a diventare leggenda: “Perla Nera”. Ed era stato proprio lui, il Maestro Divino, al secolo Domingos da Guia, detto anche “la Sfinge” per la freddezza del suo sguardo, l’autore del fallo. L’uomo che aveva condotto Meazza verso il suo ultimo destino.

Davanti alla porta difesa da Walter i capelli immobili di Peppin guardavano indietro. L’azzurro, invece, osservava composto il suo dirimpettaio. Lo sguardo fisso, la mano destra sul fianco. L’imperturbabile portiere era invece fuori di sé. Entrambi erano certi che da questo rigore sarebbe dipeso l’accesso alla finale dei Campionati del Mondo di Francia. Lo sapevano anche gli spettatori che fischiavano indiavolati. Ma per le orecchie di Meazza, di Biavati, di Piola, di Colaussi e del loro commissario tecnico Vittorio Pozzo quella era solo la solita musica.

L’assedio, per loro, era cominciato da un pezzo. All’inizio di quel torneo il mondo improvvisamente aveva girato le spalle alla squadra azzurra. Per questo Vittorio Pozzo aveva isolato i suoi ragazzi in un albergo a Aix-en-Provence. Loro erano i campioni in carica, ma per la stampa italiana, il pubblico francese e gli avversari brasiliani solo una squadra finita, spalleggiata dal Duce. Eppure, in quel terzo campionato mondiale di calcio, l’Italia era partita con i favori del pronostico. Aveva vinto a Roma, nel 1934, aveva trionfato alle Olimpiadi di Berlino due anni dopo. Era imbattuta dal 4 Novembre 1935. Tradotto: venti incontri senza perderne uno. Pozzo aveva il tocco magico. Tre tornei, tre squadre. Conservava solo un pugno di anziani, il resto tutti innesti. Una perpetua ricostruzione che portava ogni volta nuovi frutti.

Stavolta però nella partita d’esordio la Nazionale era apparsa irriconoscibile. A Marsiglia, contro la Norvegia erano stati necessari i tempi supplementari, una trovata di Piola e le parate del “gatto magico” Olivieri, per salvare una squadra destinata al naufragio. Ma altri venti avevano soffiato su quel campo. Allo stadio erano stati portati diecimila fuoriusciti italiani con l’ordine di avversare gli azzurri. Al momento del saluto fascista scoppiò il finimondo. I giocatori non si sognavano di fare politica ma rappresentavano il loro Paese e dovevano portarne le insegne. Per Pozzo quella era una sfida al temperamento della squadra. Sapeva che se avesse ceduto pubblicamente a una simile intimidazione il morale degli azzurri sarebbe crollato e come comandante conosceva con precisione quale fosse il suo dovere. Si pose alla destra dei suoi ragazzi. Attese che quella solenne bordata di insulti si spegnesse. Ordinò l’attenti ai suoi. E poi, di nuovo: «Saluto». Non fu un atto politico (Pozzo nel giro di qualche anno si sarebbe adoperato all’interno del Comitato di Liberazione Nazionale per aiutare le famiglie ebree e per favorire la fuga in Svizzera dei prigionieri alleati). Ma una dimostrazione di coraggio. Come per dire «Noi siamo questi e non abbiamo paura». E quando la partita terminò il commissario attraversò la massa degli inviperiti senza che questi proferissero parola. Solo uno gli si avvicinò: «Ci sono veneti nella squadra?». Pozzo rispose di sì: «Serantoni». «Di dove l’è?», domandò il tifoso. «De Venesia». «Beh, son contento». Alla fine non gli volevano un gran male.

Il malcontento, però, continuava a viaggiare inesorabile contro i loro destini. Un piccolo ma incisivo esercito di maldicenti commentatori cominciò a formicolare attorno ai giocatori. Pozzo conosceva il valore dei suoi ed era sicuro che una prova così scandente non l’avrebbero più ripetuta. Bisognava però modificare la squadra e trovarle una rifugio al riparo delle malelingue. Quello per la seconda partita, che sarebbe stata giocata a Parigi, se lo era andato a controllare in precedenza, a Saint-German-en-Laye, molto fuori mano, con rigoroso divieto di accesso ai non addetti ai lavori. Non voleva i giornalisti attorno. Gli azzurri dovevano sentire una e una sola voce, la sua. Se la sorte lo avesse condotto alle semifinali, però, anche il successivo alloggio doveva avere identiche caratteristiche e se voleva trovarne uno libero non c’era tempo da perdere. Così la notte seguente alla partita con la Norvegia si fece dare una macchina e girò tutti i dintorni per trovare una località più adatta a concentrarsi. La individuò in Aix-en-Provence. E per lui quella scelta sarebbe stata provvidenziale.

Il secondo atto era già un quarto di finale. E nei panni dell’antagonista l’Italia trovò la padrona di casa, la Francia, nel suo “reale appartamento”, lo Stadio di Colombes. Gli Azzurri per l’occasione si presentarono abbigliati in maglia nera.
Nella costruzione della squadra Pozzo si era attenuto al canovaccio del metodo. La sua proverbiale inflessibilità si traduceva nella rigida disposizione tattica sul campo all’interno della quale ciascun giocatore doveva attenersi alla posizione assegnata. La forza collettiva poteva vincere sulle individualità più talentuose solo con un’applicazione inflessibile degli schemi. E il suo schieramento a “WW” da un lato protesse, dall’altro contrattaccò. Rispetto alla prima apparizione Pozzo sfrondò il repertorio della squadra di ogni numero non indispensabile (grazie agli innesti di Foni come terzino destro, Biavati come ala destra e Colaussi come ala sinistra). Questa asciuttezza in realtà rappresentò la più pura espressione del calcio moderno in direzione di un’idea platonica di contropiede. Su queste nuove note Colaussi segnò subito e dopo il pareggio dei transalpini, nella ripresa, una doppietta di Piola mise in cassaforte il risultato. L’agognata semifinale era stata raggiunta. Dall’altra parte Pozzo trovò, come immaginava, il Brasile.

La selezione sudamericana aveva superato due partite leggendarie.
Gli ottavi di finale con la Polonia erano stati orchestrati dal tempo. La prima frazione, scaldata dal sole, aveva illuminato il gioco dei brasiliani (3-1). Un improvviso temporale aveva consegnato la seconda nelle mani dei polacchi (4-4). Nei tempi supplementari il sole aveva riportato il vantaggio dalla parte dei sudamericani ma, al primo scrollone, erano stati nuovamente raggiunti. Finché, a sei minuti dalla fine, l’ultima perla di Leonidas aveva decretato che la battaglia era finita.
Nei quarti il Brasile si era trovato a inscenare con la Cecoslovacchia la partita più brutale di tutti i tempi, con tre espulsi, (due brasiliani Zezé e Machado e un boemo Riha), due cecoslovacchi all’ospedale (il portiere Planika, al quale venne ricomposta la clavicola fratturata e Nejedl, che abbandonò il campo dopo aver resistito stoicamente per un’ora con un piede fratturato ed aver segnato su rigore il gol del pareggio) e uno, il ceco Kostalek, in piedi a fatica per un colpo al basso ventre. Pur ridotti a sette uomini validi, i cechi erano riusciti a mantenere inalterato il punteggio. Era stata così necessaria la ripetizione della partita. In questa il ct Ademar Pimenta aveva avuto la possibilità di sostituire nove uomini confermando solamente il portiere Walter ed il fuoriclasse Leonidas. I cechi invece non avevano rincalzi adeguati e persero di consistenza. Nonostante tutto riuscirono a passare in vantaggio con Kopecky ma nella ripresa furono costretti a cedere alla maggior freschezza dei brasiliani che raggiunsero il successo grazie a Leonidas e Roberto. Quando capì che avrebbe incontrato i campioni del mondo in carica Pimenta vide già balenare l’oro della Coppa.

A Marsiglia si sarebbero quindi decisi i destini di Italia e Brasile. I campioni in carica contro i futuri campioni. Per molti un passaggio di consegne. Il vincitore sarebbe andato a Parigi. Ma tra Marsiglia e la sede della finale un solo aereo era disponibile. Ed era stato prenotato per intero dai brasiliani. Il giorno prima il Presidente della Federazione italiana Giorgio Vaccaro si era recato a Aix per pregare Pozzo di andare a trattare con i dirigenti del Brasile: «Deve convincerli a lasciare l’apparecchio a disposizione della squadra vincitrice».
Lui, malvolentieri, obbedì. Quando arrivò a La Ciotat, dove si trovavano i brasiliani, espose a due dirigenti la sua proposta.
«Dolenti, ma l’aereo è riservato a noi», risposero loro.
«Certo, ma eventualmente potrà venire passato a chi vince la partita».
«Dolenti ma a Parigi andremo noi».
«Ma se perdete dovrete cambiare rotta e andare a Bordeaux».
«Dolenti, ma non succederà».
«Perché?».
«Perché a Marsiglia vinceremo noi».
«Già stabilito?».
«Già stabilito».
«Allora dolente sono io ad avervi disturbato».
Tornato ad Aix, Pozzo riferì il dialogo ai giocatori. Bastò questo per accenderli.

E si arrivò così quel 16 giugno del 1938 allo Stadio Vélodrome, per vedere chi tra Italia e Brasile avrebbe avuto accesso alla finale dei Campionati del Mondo di Francia.
In campo, come da copione, la squadra azzurra impose subito il suo collettivo, quella brasiliana rispose con i suoi solisti. Mancava Leonidas, lasciato a riposo. In compenso gli azzurri si trovarono a essere orchestrati da un comandante senza parole. Il mutismo di Pozzo era imposto dalle nuove regole federali: niente ordini ai giocatori sul campo. Sorvegliato da due emissari della Fifa, il ct avvicinò il suo allenatore in seconda, Luigi Burlando, inoltrandosi in un impenetrabile dialetto piemontese. I custodi lasciarono che sia. Poi Burlando si allontanò accostandosi ai giocatori e lanciò in campo le missive del capo. Alla faccia della Fifa.

Era appena scoccata l’ora di gioco e gli Azzurri erano sopra già da nove minuti per il gol di Colaussi, ispirato da Piola. Il bomber era una furia e, lanciato magnificamente da Peppino Meazza, fuggiva via dalle grinfie di Perla Nera. Al Divino annaspante non restava altro che atterrare sul pianeta Terra per abbattere il centravanti. Rigore.
Meazza, che aveva lanciato quella palla, andò a riprendersela e, sotto gli occhi dell’arbitro Hans Wuethrich, la posò sul dischetto. Dietro di lui Domingos da Guia si rodeva il fegato. Aveva fatto appena in tempo a uscire dal Boca per tornare in Brasile una stagione prima del mondiale. Se non ci fosse riuscito non sarebbe stato convocato (una disposizione regolamentare vietava ad un calciatore utilizzato in un altro Paese di giocare per la Nazionale d’origine, la partecipazione al campionato italiano tra le fila della Lazio si rivelò infatti fatale per Leonízio Fantoni, detto Niginho). E se il Brasile era riuscito ad arrivare alla semifinale del mondiale era stato soprattutto per merito dei suoi prodigiosi interventi difensivi. Così quel suo destino assurdo – quello di un eroe titanico drogato dai dirigenti di una squadra argentina, che era riuscito a liberarsi da una schiavitù, dorata ma imposta, giusto il tempo di giocarsi il mondiale della vita – forse si era già drammaticamente compiuto nel momento in cui aveva deciso di stendere l’azzurro lanciato a rete. Tutto dipendeva da quel rigore. La sua vita e la sua fama sarebbero state esaltate o affossate dall’esito del tiro di Peppino Meazza.

Di fronte all’azzurro si esibiva l’ira funesta dell’ipnotizzatore Walter. Fu allora che Peppin si ricordò dell’ultimo sapere. Lo aveva trasmesso Pozzo a tutta la squadra. «Fateli giocare fino a quando arrivano sul ciglio della vostra area. Ma poi fermateli, ripartite e puniteli. Quando il gioco sembra in mano loro potete anche lasciarli andare, l’importante è interromperli sul più bello». Era una questione di flussi. Se si voleva vincere era necessario impedire loro di portare a compimento un’azione. Meazza pensò che questo probabilmente doveva valere anche per altro. Concludere un gesto, ad esempio, o magari esprimere un sentimento. Una volta aveva detto: «Non c’è niente di più umiliante che vedersi parare un rigore da un portiere così cretino che non ha capito la finta». Chissà a cosa pensò Walter quando gli vide fare quegli strani gesti. Meazza alzò la testa invitando il portiere come il matador col toro, sgranchì i suoi piedi flessibili e iniziò la rincorsa. Due passi e rallentò. Si fermò un istante. Poggiò una mano sul fianco. Proseguì. Si fermò di nuovo. Il pubblico trattenne il respiro, il portiere ghignò e lui lasciò andare la gamba. Walter rimase quasi immobile, la palla andò nel sacco, l’Italia in finale e il Brasile a casa.

Marsiglia, Stadio Velodrome, 16 giugno 1938. Italia-Brasile, semifinale del Campionato del Mondo di Calcio. Giuseppe Meazza batte su rigore il portiere Walter de Souza Goulart

L’invenzione di quella finta venne attribuita trentadue anni dopo a un brasiliano: Pelé (durante un calcio di rigore nel Campionato del Mondo 1970, anche se O’ Rei ammise sportivamente di aver copiato il gesto dal suo compagno Didì: «L’ha inventato lui, io l’ho solo imitato»). Invece quel perfido stratagemma con il quale l’attaccante finta di tirare, fa cadere il portiere e poi appoggia in rete, la inventò Meazza quel giorno, per necessità e non per malizia. Semplicemente perché era saltato l’elastico dei suoi pantaloncini. E l’azzurro durante la rincorsa se lo tenne fermo sul fianco. Non aveva ancora un nome e lui non poteva sapere che proprio in Brasile un giorno l’avrebbero chiamata Paradinha (come non avrebbe potuto sapere che settantadue anni dopo la Fifa ne avrebbe dichiarato fuorilegge un suo uso improprio) ma la introdusse lui, un italiano.

Dopo aver segnato si diresse verso la panchina per cambiarsi i pantaloncini. Vittorio Pozzo gli chiese: «Peppin perché non lo hai fatto prima di tirare?» E lui: «Mi sono detto: batti il ferro finché è caldo».
I due si compresero al volo. Si erano sempre capiti. Anche se erano il giorno e la notte. Rigoroso il tecnico, godurioso il giocatore. Ma erano capaci entrambi di trovarsi nel mezzo. Al suo ragazzo Pozzo perdonava ogni eccesso. E sapeva ascoltarlo sempre. In qualunque circostanza. Peppin poteva influenzarlo sulla scelta dei giocatori, Piola compreso. Oppure, come era accaduto pochi giorni prima della partita con il Brasile, convincerlo, per il bene del risultato, a far interrompere l’astinenza imposta alla squadra permettendole la visita a un bordello della periferia marsigliese («È da troppo tempo che siamo in ritiro, siamo tesi come corde di violino. Ci servirebbe un permesso per dimenticare un attimo gli impegni»).
E anche in quel caso, davanti a Walter, quella scelta era stata un punto di incontro. Sul campo non basta solo stare nella giusta posizione. Ricalcare uno schema. Bisogna sposare l’efficacia. E Meazza su quel dischetto aveva scelto di immergersi nel mondo delle passioni, lontano dai dettami puri della ragione. Questo fu quello che si nascose dietro la sua verità muta.
Meazza aveva imposto il (suo) tempo a Walter per cogliere l’attimo. Aveva visto che la rabbia per quel rigore non si era ancora sbollita ed era riuscito a penetrare l’ira del portiere mentre scorreva ancora fluida, fino a trovarvi la paura. Quello fu il momento. E allora scintillò il lampo.

Quando vide la palla in rete Perla Nera capì subito. Se lui aveva portato il Brasile fino a lì, lui stesso lì lo avrebbe lasciato. Il suo merito e il suo demerito sarebbe stato naturalmente condiviso con l’altra stella, Leonidas, che era rimasta a riposo. Così quella presenza e quell’assenza finirono per divenire le due facce di un’unica determinante sorte che avrebbe condotto il Brasile verso la finale di consolazione.
L’elastico leggendario, invece, portò (in treno) l’Italia a Parigi dove in finale sconfisse l’Ungheria 4-2 conquistando così il suo secondo titolo Mondiale.

Quel gol astuto, che oggi compie ottant’anni, siglato tenendosi le braghe, fu l’ultimo di Peppino con la maglia della Nazionale.

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