Ferenc Puskas nel 1954 con i compagni di squadra Gyula Grosics e Nandor Hidegkuti (AP Photo/MTI)
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  • giovedì 17 novembre 2016

Ferenc Puskás, che cambiò il calcio

Morì dieci anni fa a Budapest, dopo essere stato per molto tempo il calciatore più forte del mondo e aver rivoluzionato il gioco

di Pietro Cabrio
Ferenc Puskas nel 1954 con i compagni di squadra Gyula Grosics e Nandor Hidegkuti (AP Photo/MTI)

Una storia come quella di Ferenc Puskás è destinata molto probabilmente a restare unica. È stata la storia di un campione che non solo fu il calciatore più forte della sua generazione, ma riuscì anche ad anticipare ciò che sarebbe diventato il calcio del futuro. La sua carriera fu influenzata allo stesso modo dalla sua bravura e da tutto quello che successe in Ungheria e in Europa fra gli anni Cinquanta e Sessanta. Puskás morì a Budapest il 17 novembre del 2006 a causa dell’Alzheimer, malattia che gli era stata diagnosticata anni prima.

Nella sua carriera da calciatore, contribuì a rendere la nazionale ungherese degli anni Cinquanta una delle nazionali più forti della storia del calcio e poi, dopo la rivolta ungherese del 1956 che gli impedì di tornare nel suo paese per molto tempo, insieme a Alfredo Di Stefano – con cui formò una delle coppie d’attacco più citate del calcio – diede iniziò alla grande storia di successi e prestigi del Real Madrid. Passò anche per l’Italia, però senza mai giocare, e nella prima metà degli anni Settanta ebbe successo anche come allenatore, quando vinse due campionati greci e raggiunse la finale della Coppa dei Campioni con il Panathinakos, poi persa contro l’Ajax.

Puskás nacque a Budapest nel 1927, e crebbe nella zona circostante allo stadio della Honved, la squadra ungherese controllata dall’esercito e allenata dal padre, che aveva sede nella periferia sud-orientale della capitale magiara. Esordì in prima squadra a sedici anni e capitò alla Honved insieme a una generazione di fenomeni composta fra gli altri anche da Sándor Kocsis e Zoltán Czibor, due giocatori a cui in Spagna si riconosce il merito di aver contribuito a introdurre lo stile di gioco con cui il Barcellona gioca tuttora e che insegna oggi ai ragazzi delle sue giovanili. Nei tredici anni passati alla Honved, Puskás vinse cinque campionati ungheresi e segnò 374 gol in 358 partite. Con la Honved si fece subito notare dai più grandi club europei, tra cui la Juventus: all’epoca nei campionati più importanti del continente almeno una squadra era allenata da un ungherese, poiché la scuola di calcio ungherese della metà del Novecento era considerata una delle migliori al mondo. Puskás però preferì rimanere a Budapest, dove stava mettendo su famiglia, e solo gli avvenimenti degli anni Cinquanta lo costrinsero a lasciare l’Ungheria.

Le incredibili prestazioni di Puskás alla Honved, per via dei mezzi dell’epoca, rimasero in un certo senso limitate agli spettatori e a chi all’epoca lavorava nel calcio: in molti sostengono che le sue prime partite con la Honved furono uno spettacolo mai visto prima. Fu la nazionale ungherese però che lo fece notare al mondo. Il calcio ungherese era considerato il migliore d’Europa – forse anche del mondo – grazie a una generazione di giocatori eccezionali e soprattutto di allenatori innovativi che negli anni precedenti avevano ripreso e migliorato lo stile di gioco inglese di inizio secolo. Il calcio giocato dagli ungheresi in quegli anni, oltre a essere efficace e allo stesso spettacolare, anticipò quella che sarebbe poi diventata la modernità: pochi lanci lunghi e tanti passaggi, anche di prima, ritmi alti e abilità tecniche che fino ad allora non si erano mai viste.

Puskás esordì con l’Ungheria nel 1945, a diciotto anni, ma la prima vera competizione a cui partecipò furono le Olimpiadi di Helsinki del 1952. L’Ungheria che partecipò alle Olimpiadi, oltre che da Puskás, era formata dai tre ungheresi che poi andarono a giocare nel Barcellona, László Kubala, Zoltán Czibor e Sándor Kocsis, e dal primo trequartista moderno nella storia del calcio, Nándor Hidegkuti. In Finlandia l’Ungheria giocò sei partite, e le vinse tutte. In finale sconfisse la fortissima Jugoslavia dell’epoca per 2 a 0: dopo quella partita, la nazionale magiara venne soprannominata la “squadra d’oro” (in ungherese Aranycsapat), che ora è considerata come una leggenda dai tifosi ungheresi.

Dal 4 giugno del 1950 al 30 giugno del 1954, la nazionale ungherese giocò trentadue partite e non ne perse una: umiliò l’Italia a Roma, sconfisse più di una volta la Jugoslavia e fece tredici gol in due partite all’Inghilterra, un 6 a 3 a Londra e un 7 a 1 a Budapest. Nelle due sfide contro l’Inghilterra, Puskás giocò due delle sue migliori partite. I difensori inglesi non riuscirono mai a fermarlo, se non con interventi fallosi, e lui segnò alcuni dei gol più belli realizzati in carriera. Puskás era una seconda punta e con la nazionale ungherese giocava in reparto con Sándor Kocsis, un centravanti alto, potente e molto forte nel gioco aereo, formando una coppia perfettamente assortita. A differenza di Kocsis, Puskás era basso – non superava il metro e settanta – e dotato di un baricentro che lo teneva ben piantato al suolo. La sua caratteristica più apprezzata, oltre alla visione di gioco e a una tecnica fuori dal comune, era la sensibilità del suo piede sinistro: da qualsiasi posizione e anche circondato dagli avversari, riusciva a imprimere una potenza impressionante alla palla, che grazie alla sua fisicità partiva dal basso e saliva verso l’alto rapidamente. Nonostante fosse mancino, usava senza problemi anche il piede destro.

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Ai Mondiali in Svizzera del 1954, a cui arrivò da grande favorita, l’Ungheria di Puskás sconfisse la Germania Ovest 8 a 3 nella fase a gironi, ma in quella partita Puskás si fece male e dovette saltare gli altri incontri. Ai quei Mondiali l’Ungheria arrivò alla finale, ma la perse 3 a 2 contro la stessa Germania Ovest a cui quattordici giorni prima aveva rifilato otto gol: Puskás giocò, ma non come il pubblico era abituato a vedere. Quella partita passò alla storia come “il Miracolo di Berna”, perché la vittoria della Germania non era nemmeno considerata come una possibilità. Fra i tifosi ungheresi ma anche fra molti giornalisti sportivi, si usa dire ancora oggi che il calcio ungherese finì quel giorno: perché per qualche tempo il calcio ungherese cessò effettivamente di esistere.

Ciò che fermò il calcio ungherese e interruppe la carriera di Puskás fu la rivolta popolare contro il regime sovietico del 1956, che in due mesi causò tremila morti e l’espatrio di circa trecentomila persone, uno dei più grandi esodi nella storia moderna dell’Europa. Nel 1956 finì anche la storia della squadra d’oro: quasi tutti i giocatori più importanti – Ferenc Puskás, László Kubala, Zoltán Czibor e Sándor Kocsis – si stabilirono all’estero e non tornarono mai più in Ungheria, almeno come calciatori. Durante la rivolta, infatti, Puskás e i suoi compagni si trovavano all’estero con la nazionale, e decisero di rimanerci. Puskás riuscì a far espatriare in segreto la moglie e la figlia piccola e per alcuni mesi si stabilì prima in Austria, poi in Italia. Juventus, Milan, Inter e Manchester United tentarono di ingaggiarlo, ma senza successo, poiché tutti i giocatori ungheresi ricevettero una squalifica di due anni da parte della UEFA per non essere tornati in Ungheria e aver deciso di non giocare più con la loro nazionale. Oltre a questo, nei mesi di inattività Puskás era visibilmente ingrassato e alcuni club credettero che avrebbe impiegato molto tempo prima di tornare in forma.

Nel 1958 però, dopo essersi trasferito in Spagna, venne ingaggiato dal Real Madrid per espressa volontà del presidente Santiago Bernabéu, che lo prese nonostante la contrarietà del consiglio direttivo del club. Quando arrivò a Madrid Puskás aveva trentuno anni, non giocava da due stagioni ed era in sovrappeso di 18 chili: per qualsiasi altro giocatore dell’epoca, questa condizione avrebbe significato il ritiro. Anche Puskás, nei colloqui con Bernabeu e con l’allenatore Luis Carniglia, disse di non essere in condizione di giocare, ma Bernabeu lo prese ugualmente e ordinò allo staff di Carniglia di rimetterlo in forma nel minor tempo possibile. Puskás passò l’estate del 1961 allenandosi senza sosta, avvolto da sacchi di plastica per aumentare la sudorazione, anche se si allenava a Madrid, in agosto, con più di trenta gradi. La preparazione funzionò, anche perché la sua bravura era rimasta quella di un tempo.

Giocò nel Real Madrid fino a trentanove anni e contribuì a rendere il Real una squadra praticamente invincibile. Oltre a Puskás, l’attacco del Real era formato da campioni come Alfredo Di Stefano, Raymond Kopa, Francisco Gento e Héctor Rial. Quella squadra vinse cinque campionati spagnoli di fila, una Coppa di Spagna, tre Coppe dei Campioni (due consecutive) e una Coppa Intercontinentale. Al termine della finale della Coppa dei Campioni del 1959, il Real Madrid esonerò Luis Carniglia per non aver schierato Puskás titolare, nonostante la squadra avesse vinto 2 a 0. Durante la sua permanenza in Spagna, Puskás segnò 244 gol in 264 partite e divenne noto con i soprannomi Cañoncito, pum! e Pancho. Giocò anche 39 partite nelle coppe europee per club, segnando 35 gol.

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Lasciò il calcio nel 1966 ma ci tornò come allenatore appena un anno dopo, con un incarico all’Hercules di Alicante. La sua carriera d’allenatore fu molto più stravagante di quella da calciatore: fra il 1967 e il 1993 allenò due nazionali, l’Ungheria e l’Arabia Saudita, e un sacco di club in ogni angolo del mondo, dai Vancouver Royals al South Melbourne, passando per Cerro Porteño, Sol de América, Panathinaikos e AEK Atene. L’ultimo periodo della sua vita lo passo in una stanza d’ospedale a Budapest dove, nonostante l’Alzheimer, le persone che gli fornirono assistenza dissero che era solito guardarsi tutte le partite del Real Madrid. Il giorno del suo funerale, Amancio Amaro Varela, storico giocatore del club spagnolo e compagno di squadra di Puskás, disse: “Era diverso, era incredibile. Trasmetteva calore e umanità a tutti. Pancho era un genio”.

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