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  • domenica 17 giugno 2018

Perché certi paesi sono così forti a calcio

L'Economist ha provato a rispondere con un po' di dati: c'entrano ricchezza e passione per il calcio, ma ci sono anche cose che si possono insegnare

(MOHAMMED HUWAIS/AFP/Getty Images)

L’Uruguay ha 3,4 milioni di abitanti: al mondo ci sono almeno 130 paesi con una popolazione più grande. Eppure l’Uruguay ha vinto due Mondiali di calcio, nel 2010 è arrivato alla semifinale dei Mondiali e nel 2011 ha vinto una Coppa America. Nel suo piccolo ha fatto la stessa cosa anche l’Islanda, che con i suoi 330mila abitanti è la nazione con meno abitanti a essersi mai qualificata per un Mondiale di calcio. Come tanti altri prima, l’Economist si è chiesto perché paesi così piccoli riescano ad avere risultati così buoni in uno sport che si gioca praticamente ovunque nel mondo, e perché ci sono invece paesi più grandi o più ricchi che vorrebbero ma non riescono. Per esempio, perché la Cina, che ha un miliardo e trecento milioni di abitanti e sul calcio sembra voler puntare molto, non è riuscita a qualificarsi ai Mondiali?

L’Economist si è messo a cercare dati e fare conti e ha elaborato «un modello statistico che identifichi cosa fa sì che un paese sia forte a calcio». Lo scopo quindi non è prevedere quale nazionale abbia più probabilità di vincere questo Mondiale, ma «capire le ragioni sportive ed economiche che determinano il potenziale calcistico di un paese». I dati ottenuti sono stati poi incrociati con i risultati ottenuti dal 1990 a oggi dalle 126 nazionali che abbiano giocato almeno 150 partite ufficiali. Ne è uscito un grafico con una linea diagonale che inizia dalla parte in basso a sinistra e arriva in alto a destra: i paesi sotto la diagonale sono andati peggio di quanto lascerebbero intendere i dati dell’Economist; i paesi sopra meglio. L’Italia è sotto. Più un paese è in alto, migliore è stata la sua differenza reti negli ultimi tre decenni. Se un paese è molto a destra  significa invece che ha ottenuto ottimi risultati in base ai parametri presi in analisi dall’Economist.

Il grafico è composto in base alla differenza-reti delle partite: un gol dell’1-0 in una finale mondiale vale quanto il 5-0 in una ininfluente partita di qualificazione. E raccoglie 28 anni di calcio mondiale in un’immagine, senza tener conto che da qualche parte sono cambiate molte cose, dal 1990 a oggi. Ma è comunque utile e, a guardare la disposizione dei paesi nel grafico, azzeccato. L’Economist ha anche aggiustato i risultati tenendo conto del fatto che una nazionale come il Perù si trova spesso a dover giocare contro squadre fortissime come Brasile e Argentina, e a una squadra come l’Australia capita molto meno di frequente.

I parametri presi in considerazione dall’Economist avevano a che fare con l’economia e la popolarità del calcio in ogni paese. Per quanto riguarda l’economia, è stato preso in considerazione il dato del PIL pro capite rapportato al potere d’acquisto: fatto cioè prendendo in considerazione anche il costo della vita in ogni paese. Per dare un valore alla popolarità del calcio in ogni paese, l’Economist ha guardato il numero di persone che giocano a calcio (prendendolo da dati FIFA del 2006) e le ricerche che tra il 2004 e il 2018 sono state fatte su Google riguardo al calcio. Il numero di ricerche è stato poi messo in rapporto con ricerche relative ad altri sport di squadra. Per valutare «l’entusiasmo nazionale e gli investimenti sportivi generali», l’Economist ha anche aggiunto ai calcoli il numero di medaglie olimpiche vinte per abitante.

Finite le lunghe ma necessarie premesse, ecco i risultati e quello che ci sta dietro.

La ricchezza ovviamente aiuta: avere un PIL pro-capite doppio rispetto a quello dell’avversario contro cui si gioca corrisponde a una differenza di 0,2 gol, a prescindere da tutto il resto; 0,2 gol è anche la differenza tra una squadra il cui paese conta il doppio di calciatori (di ogni tipo, età e livello) rispetto all’altra. Avere il doppio delle squadre di calcio corrisponde invece a un vantaggio di 0,1 gol. È interessante il dato sulla popolazione totale: non conta avere tanti abitanti, conta avere tanti calciatori. Sia Giappone che Italia hanno per esempio circa 5 milioni di calciatori, ma il Giappone ha 127 milioni di abitanti e l’Italia un po’ meno della metà. Ma l’Italia è risultata migliore del Giappone, e la stessa cosa è successa per altri paesi in simili condizioni. Questo perché, secondo l’Economist, più la percentuale di calciatori diminuisce e meno il calcio è percepito come una priorità.

Tra i paesi sopra alla diagonale, tra quelli che hanno cioè ottenuto risultati migliori delle aspettative, ci sono sia la Cina che il Qatar, che ospiterà i Mondiale del 2022. Il problema è che le aspettative erano basse. Nel caso del Qatar perché ci sono pochi abitanti e c’è poco interesse per il calcio: gran parte degli immigrati arrivano tra l’altro dal sud-est asiatico e seguono soprattutto il cricket. Nel caso della Cina uno dei problemi è che nonostante i tantissimi abitanti solo il 2 per cento di loro giocava a calcio nel 2006. L’Economist ha scritto che «lo sconfortante risultato è che quello che determina il successo calcistico è oltre la normale amministrazione. I Paesi africani non possono diventare improvvisamente meno poveri. Quelli asiatici non possono in un paio d’anni far appassionare la gente al calcio».

Sempre secondo l’Economist ci sono però almeno quattro lezioni da imparare: «Primo, iniziare a sviluppare la creatività dei bambini. Secondo, impedire che gli adolescenti di talento si perdano a un certo punto della loro crescita calcistica. Terzo, sfruttare al meglio il fatto che il calcio sia un fenomeno globale. Quarto, prepararsi in modo appropriato a una grande competizione».

Iniziare dai bambini
È una cosa che la Cina sta provando a fare, perché nei piani del presidente Xi Jinping entro il 2025 si insegnerà calcio in 50mila scuole del paese. È un piano simile al “Progetto 119” messo in piedi dalla Cina prima delle Olimpiadi del 2008 e poi rivelatosi molto efficace. Ma ci sono due problemi: come ogni sport di squadra, il calcio è più difficile da padroneggiare ai massimi livelli (non bastano 11 bravi per vincere) e l’insegnamento accademico non sembra essere abbastanza. L’Economist ha fatto l’esempio del Sudamericadove spesso i bambini iniziano a giocare “per strada” e solo dopo, i più bravi, finiscono in una squadra. Il talento e la passione devono svilupparsi prima in modo autonomo, senza insegnamenti. Guus Hiddink, allenatore della Corea del Sud nel 2001 e nel 2002, ha raccontato che trovò molti buoni calciatori di talento che però erano cresciuti con allenamenti troppo rigidi e, per paura di sbagliare, tendevano a non rischiare mai, a fare la cosa facile anziché quella creativa.

Non perdere gli adolescenti
La Germania – ricca, appassionata di calcio e piena di squadre e calciatori – è quella messa meglio secondo il modello elaborato dall’Economist. In questi anni la federazione calcistica tedesca ha investito circa un miliardo di euro in scuole calcio giovanili, per dare modo e spazio a tutti i giovani di emergere. La Germania ha iniziato a farlo dal 2001 e nel 2014 ha vinto i Mondiali, dopo un secondo posto e due terzi posti. Nel 2012 anche l’Inghilterra ha sviluppato un programma simile a quello tedesco, cercando anche di fare allenamenti che stimolassero la creatività e le competenze richieste dal calcio di strada. La Russia, che ora ospita i Mondiali in casa, non ha fatto niente di simile e si ritrova con una delle nazionali più vecchie del torneo, e rischia di essere una delle poche squadre eliminate già alla fase a gironi dei Mondiali di casa.

Secondo l’Economist la difficoltà nella gestione degli adolescenti è un problema anche per gli Stati Uniti. Nonostante un più grande interesse per altri sport, il paese è tra quelli che secondo l’Economist potrebbero andare meglio. Il problema è che a parte il principale campionato, la Major League, ci sono poche squadre di livello e pochi settori giovanili. Questo è anche uno di quei casi in cui essere piccoli aiuta. È difficile farsi sfuggire una grande promessa del calcio in Uruguay o in Islanda, è più facile che succeda in Cina, in Russia o negli Stati Uniti.

Sfruttare la globalità del calcio
Ai Mondiali del 2002 il Senegal vinse una partita contro la Francia campione uscente: tutti i giocatori, tranne due, giocavano nel campionato francese. Per poter competere con i giocatori francesi era stato quindi utile che giocassero in quel campionato. Stesso discorso vale per la Croazia: ha 4 milioni di abitanti e dal 1991 nessuna sua squadra è mai andata molto avanti in Coppa dei Campioni o Champions League. Ma i giocatori croati giocano nelle migliori squadre d’Europa, rendendo la nazionale croata una delle migliori al mondo. Il Messico, invece, vince spesso importanti competizioni giovanili, battendo in molti casi Brasile, Argentina e Uruguay. Ma le squadre di club messicane hanno abbastanza soldi per convincere i loro migliori giocatori a non andare in Europa, e quando quei giocatori restano in Messico non fanno mai un vero salto di qualità. La globalità del calcio va sfruttata anche per chi lo insegna, il calcio. L’Islanda è piccola ma ha tantissimi allenatori.

Preparare per bene l’evento
L’Inghilterra è stata eliminata in sei delle ultime sette volte che è andata ai rigori. Ora è qualche anno che gli under-17 vengono espressamente preparati, soprattutto psicologicamente, ai rigori. L’Italia, per esempio, ora non è distratta da questi Mondiali e dovrebbe avere più modo e tempo di prepararsi per i prossimi. Per ora è messa così.

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