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  • domenica 10 giugno 2018

Lo stato indiano che ha eliminato i pesticidi

Il Sikkim ci ha messo più di dieci anni e ora viene citato come un modello per il resto del paese e del mondo

Campi coltivati vicino a Gangtok, capitale dllo stato indiano del Sikkim, luglio 2013 (DIPTENDU DUTTA/AFP/Getty Images)

Quindici anni fa il governo di un piccolo stato dell’India, il Sikkim, decise di eliminare gradualmente l’uso di sostanze chimiche fertilizzanti in agricoltura. Fu una decisione complicata e senza precedenti, e venne presa dal governo locale per salvaguardare la salute delle persone e dell’ambiente. Il processo di eliminazione si è concluso nel 2015, quando anche le ultime aziende agricole del Sikkim hanno ottenuto l’attestazione “100 per cento biologico”, e ora è possibile fare anche delle considerazioni generali sulle conseguenze di questa esperienza.

I progressi dell’agricoltura in India, iniziati con la cosiddetta “rivoluzione verde” negli anni Sessanta e Settanta, sono stati resi possibili anche grazie all’introduzione di fertilizzanti, pesticidi, vegetali geneticamente selezionati e fitofarmaci che hanno incrementato rapidamente la produzione di cibo per la popolazione di tutto il paese, allontanando il rischio di carestia e riducendo la dipendenza dagli aiuti esteri e dalle importazioni. L’uso indiscriminato delle nuove tecniche ha però avuto anche molte conseguenze negative: un picco nei tassi di malati di cancro nelle aree agricole industriali, scrive il Washington Post, l’aumento dell’inquinamento dei fiumi e della sterilità del suolo, la contaminazione di pesce, verdure e riso.

Nel Sikkim vivono centinaia di specie di uccelli e di orchidee selvatiche: si trova tra le montagne dell’Himalaya e confina con il Nepal, il Tibet e il Bhutan. Con il Nepal condivide il Kanchenjunga, la terza montagna più alta del mondo, è abitato da circa 610 mila persone, è stato annesso all’India con un referendum nel 1975 e si coltivano riso, mais, curcuma, cardamomo e senape, tra le altre cose. La transizione a un modello tradizionale di agricoltura venne avviata nel 2003 grazie al primo ministro dello stato, Pawan Kumar Chamling, e attraverso la creazione della Sikkim Organic Mission (Som). Da allora sono state emanate una serie di leggi prima per limitare e poi per vietare totalmente l’uso di sostanze chimiche nei processi agricolo-produttivi a favore di fertilizzanti naturali, gli agricoltori sono stati aiutati a certificare circa 76 mila ettari di terreni agricoli come biologici, sono state create migliaia di unità per la produzione di compost e sono stati fatti investimenti nella ricerca e per la formazione degli agricoltori. Lo stato ha anche vietato l’uso di oggetti in plastica (sui banchi dei mercati si usano ad esempio piatti modellati dalle foglie) e infine, lo scorso aprile, è stata vietata l’importazione di molte verdure non biologiche provenienti da altri stati del paese.

Pannocchie appese ad asciugare, Pelling, nello stato indiano di Sikkim, 19 dicembre 2013 (DIPTENDU DUTTA/AFP/Getty Images)

La transizione è durata più di dieci anni e non è stata facile: alcuni agricoltori hanno protestato per la diminuzione dei raccolti e del loro reddito, altri si sono lamentati per non essere stati abbastanza sostenuti dal governo chiedondo un migliore accesso ai mercati, altri ancora hanno cambiato mestiere o hanno avuto grosse difficoltà a eliminare i parassiti. Pawan Kumar Chamling, il primo ministro che ora ha 67 anni e che è in carica dal 1994, ha detto: «Quando abbiamo deciso di dedicarci all’agricoltura biologica nel Sikkim, abbiamo affrontato tante sfide. I coltivatori non avevano idea di cosa fosse l’agricoltura biologica, quindi l’istruzione è stata la nostra prima priorità. Lentamente, le persone hanno cominciato a capire e a sostenerci».

Il recente divieto sull’importazione di alcuni prodotti non biologici dagli stati vicini ha creato nuovi problemi e rinnovate proteste: i prezzi sul mercato di alcune verdure sono triplicati, i commercianti si sono lamentati e il partito di opposizione ha deciso di organizzare una marcia di protesta. Chamling ha minimizzato descrivendo questi eventi come “problemi iniziali” e ha detto di essere sicuro che tutto si risolverà. Il governo statale ha anche deciso di introdurre dei limiti massimi al prezzo delle verdure biologiche in modo che per tutti i consumatori possano restare accessibili, ha aperto due mercati in cui gli agricoltori possono vendere i loro prodotti direttamente ai consumatori e ha incrementato i collegamenti pubblici per aiutarli a spostare più facilmente le loro merci.

I funzionari dello stato dicono che la transizione a un modello di agricoltura tradizionale ha avuto benefici sulla salute delle persone, ma anche sulla fauna e sulle api. La produzione di cardamomo, per cui è fondamentale l’impollinazione delle api, è aumentata per esempio di oltre il 23 per cento dal 2014. Ci sono state delle conseguenze positive anche per il turismo: dal 2011 i visitatori sono più che raddoppiati, secondo i dati del dipartimento del Turismo dello stato, e il turismo ha cominciato a incidere con una percentuale sempre maggiore sul prodotto interno lordo (ma non è chiaro quanto questo sia direttamente collegato con l’agricoltura biologica).

Il Sikkim viene ora citato come un modello virtuoso per il resto del paese e il primo ministro indiano Narendra Modi ha cominciato a parlare di agricoltura biologica e a finanziarla in tutta l’India: sono in discussione progetti per l’autocertificazione (che è più economica rispetto a quella fatta da consulenti esterni, anche se meno affidabile) e per rendere più accessibile il cibo biologico sul mercato interno. In generale la domanda di alimenti biologici è in rapida crescita nel paese. La preoccupazione per i pesticidi e il desiderio di cibo privo di sostanze chimiche stanno alimentando un mercato che cresce del 25 per cento all’anno, più della media del 16 per cento a livello mondiale, secondo un recente studio delle Camere di commercio dell’India.

Choitresh Kumar Ganguly, un coltivatore biologico indiano che fa parte della Federazione internazionale dei movimenti per l’agricoltura biologica dall’India, ha detto che il Sikkim può rappresentare un modello per altri stati: nel Sikkim c’è una volontà politica molto forte, «hanno fatto un buon lavoro e fin dall’inizio», ha spiegato, «non hanno usato molti pesticidi». Quindi la transizione è stata più facile rispetto a quella che potrebbero intraprendere gli altri stati: «Tuttavia, c’è in generale un’enorme consapevolezza che sta crescendo lentamente».

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