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  • lunedì 14 maggio 2018

A Gerusalemme è tutto pronto

Oggi sarà inaugurata l'ambasciata statunitense, che si stabilirà per la prima volta nella città più contesa della storia

di Luca Misculin – @lmisculin
I festeggiamenti del Jerusalem Day. (Lior Mizrahi/Getty Images)

La prima cosa che si nota sono le bandierine appese ai pali della luce. Le strisce pedonali sono bianchissime, appena pitturate. Poco più in là spuntano fuori i cartelli: la nuova ambasciata degli Stati Uniti è da quella parte, in cima a una collina che ospita un sonnecchioso quartiere residenziale di Gerusalemme. È quasi tutto pronto: oggi gli Stati Uniti diventeranno ufficialmente il secondo paese occidentale ad avere un’ambasciata in città, dopo i Paesi Bassi (che ora non ce l’hanno più).

(Luca Misculin / Il Post)

Fino a qualche anno fa una decisione del genere sarebbe stata inimmaginabile. Gerusalemme è forse la città più contesa della storia, e dalla fine della Seconda guerra mondiale sia gli israeliani sia i palestinesi la rivendicano come capitale del loro stato. La comunità internazionale ha sempre cercato di rimanere equidistante, ed è per questo che la decisione presa dal presidente statunitense Donald Trump – soprattutto per gratificare i suoi sostenitori – viene considerata una legittimazione senza precedenti delle rivendicazioni di Israele. Trump ha ventilato per mesi la possibilità di partecipare lui stesso alla cerimonia ma alla fine ha mandato sua figlia Ivanka e il marito Jared Kushner; entrambi ebrei praticanti nonché consiglieri della Casa Bianca.

Ivanka Trump e Jared Kushner a un evento per l’apertura dell’ambasciata statunitense a Gerusalemme al ministero degli Esteri, 13 maggio 2018 (GALI TIBBON/AFP/Getty Images)

Anche l’ambasciata vera e propria inizierà i suoi lavori in un tono minore. L’edificio ospitava già il consolato generale degli Stati Uniti, nel quartiere di Arnona, ma non ha spazio sufficiente per le decine di impiegati che lavorano all’attuale ambasciata di Tel Aviv: da domani si trasferiranno a Gerusalemme solo l’ambasciatore americano David Friedman e una cinquantina di funzionari. Entro il 2019 l’amministrazione Trump si è impegnata a trovare una nuova sede che permetta di trasferire tutti i dipendenti.

La data per l’inaugurazione è stata scelta mesi fa per farla coincidere con i 70 anni della nascita dello stato israeliano, ma non poteva cadere in un momento peggiore. Israele sembra destinato a combattere una qualche forma di guerra con l’Iran, con cui la tensione è salita proprio nelle ultime settimane anche a causa della decisione di Trump di tirarsi fuori dall’accordo sul nucleare iraniano. Le proteste di massa a Gaza iniziate più di due mesi sull’onda della frustrazione per le condizioni nella Striscia culmineranno domani in corrispondenza dell’inaugurazione dell’ambasciata: l’esercito israeliano stima che alle manifestazioni vicino al confine potrebbero partecipare 100mila palestinesi, il triplo di quanti si erano presentati nel primo giorno delle proteste. Nelle proteste di queste settimane l’esercito israeliano ha ucciso più di 40 manifestanti palestinesi, fra cui diversi militanti islamisti, e ne ha feriti migliaia. Il 15 maggio sarà poi il giorno della Nakba, la “catastrofe”, cioè quello in cui i palestinesi ricordano la sconfitta nella prima guerra arabo-israeliana con parate e manifestazioni.

Ma Gerusalemme è una città talmente caotica e costantemente piena di turisti che è possibile anche non accorgersi della tensione di questi giorni. Michael, un medico canadese di 28 anni che sta girando l’Europa e ha deciso di fare una tappa anche in Israele, in questi giorni non ha letto i giornali e non sapeva che l’ambasciata statunitense sarebbe stata inaugurata il 14 maggio. Prima di partire aveva sentito che non era un buon momento per visitare la Palestina per via delle proteste a Gaza: «Mi sarebbe piaciuto conoscere la loro cultura e il loro punto di vista, ma sarà per la prossima volta».

È impossibile invece non accorgersi che una cantante israeliana, Netta, ha appena vinto l’Eurovision. La finale è andata in onda il 12 maggio. Il giorno dopo il ritornello appiccicoso della sua canzone TOY era ovunque, dalle autoradio dei bus che sfrecciano nel deserto agli altoparlanti dei centri commerciali. Da mesi Netta era considerata la favorita per vincere il concorso; la sera della finale un israeliano su otto era davanti alla tv per seguirla.

A Gerusalemme, poi, il giorno dopo la vittoria di Netta l’atmosfera era ancora più festosa per via del Jerusalem Day, una ricorrenza osservata soprattutto dagli israeliani nazionalisti che celebra il legame fra il popolo ebraico e la città (secondo un recente sondaggio il 72 per cento degli israeliani pensa che sia “un giorno come un altro”). Migliaia di persone hanno affollato il centro della città sventolando bandiere israeliane e cantando inni.

Gli israeliani nazionalisti saranno fra i pochi in vena di festeggiare anche nelle prossime settimane. Il trasferimento dell’ambasciata statunitense e il probabile smantellamento dell’accordo sul nucleare iraniano – benché siano conseguenza di decisioni prese dagli Stati Uniti – renderanno Israele ancora più isolato fra i suoi alleati tradizionali. La gestione militare delle proteste a Gaza provocherà quasi certamente nuove condanne internazionali per il governo israeliano e per Netanyahu stesso. Oltre a Gaza, si prevedono manifestazioni di protesta sia oggi sia domani in varie città della Cisgiordania. Una organizzazione di arabi-israeliani manifesterà domani nello stesso quartiere della nuova ambasciata americana.

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