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  • sabato 5 maggio 2018

Le proteste nella Striscia di Gaza, spiegate

Cosa abbiamo imparato dalle manifestazioni che vanno avanti da più di un mese, e cosa dobbiamo aspettarci

(MAHMUD HAMS/AFP/Getty Images)

Il conflitto fra israeliani e palestinesi è tornato sui giornali di tutto il mondo, come non succedeva da tempo. Il merito è di una serie di proteste che ogni venerdì da quattro settimane a questa parte sta coinvolgendo migliaia di persone nella Striscia di Gaza, un pezzo di terra compreso fra Israele ed Egitto e considerato uno dei posti più poveri al mondo.

Per ora le proteste stanno facendo notizia soprattutto per il numero di morti: in cinque giorni di manifestazioni, l’esercito israeliano che sorvegliava il confine ha ucciso più di quaranta persone ferendone altre migliaia. Come successo in passato, la comunità internazionale ha rimproverato ad Israele un uso eccessivo della forza. Israele ha risposto che la sua sicurezza nazionale dipende da una gestione militarizzata delle proteste, e ha fatto notare che diversi gruppi terroristici hanno provato ad infiltrarsi nelle manifestazioni per compiere violenze e attentati.

Le prime due manifestazioni sono state le più partecipate, ma gli organizzatori hanno promesso che intensificheranno i loro sforzi a ridosso dell’apertura della nuova ambasciata americana a Gerusalemme, prevista per il 14 maggio. Ci si aspettano nuove agitazioni, e nuovi scontri. Ma cosa abbiamo capito dai primi giorni di protesta, e cosa dobbiamo aspettarci nelle prossime settimane?

Cosa c’è dietro alla protesta?
Non è semplice inquadrare una manifestazione che coinvolge così tante persone in un posto pieno di problemi. Le ragioni di chi protesta sono molte e diverse: l’embargo di Israele verso la Striscia di Gaza, che dura da più di dieci anni, l’assenza di lavoro e prospettive, il risentimento verso la classe dirigente palestinese, e altre ancora. Gli organizzatori hanno saputo incanalare l’esasperazione degli abitanti della Striscia nell’unico tema caro a tutti i palestinesi: il diritto di tornare ad abitare le terre da cui sono stati espulsi nel 1948, alla fine della prima guerra israelo-palestinese seguita alla creazione dello stato d’Israele.

Quello del cosiddetto “diritto di ritorno” è un tema a cui sono sensibili tutti gli abitanti della Striscia. È qui che nel 1948 si rifugiarono 700.000 persone espulse dai territori conquistati da Israele, grazie alla protezione che l’Egitto aveva offerto al territorio intorno alla città di Gaza. Ancora oggi la stragrande maggioranza degli abitanti è rifugiata di guerra o figlia di rifugiati. I ricordi delle terre abitate prima dell’espulsione da parte degli israeliani vengono tramandati di generazione in generazione.

L’enorme flusso di persone arrivate in un lasso di tempo così breve, e l’assenza di uno stato che lo gestisse, hanno reso impossibile la costruzione di una comunità stabile. Molti vivono ancora negli stessi campi profughi dove arrivarono 70 anni fa. Il lavoro non è mai abbastanza e il tasso di disoccupazione supera il 40 per cento. Otto famiglie su dieci sopravvivono grazie ai sussidi locali o nazionali. Periodicamente nella Striscia di Gaza mancano acqua, cibo, medicinali, elettricità e carburante.

Da un posto del genere non si può nemmeno scappare. Dal 2007, cioè da quando la Striscia è governata in modo autoritario dal gruppo politico-terrorista islamista di Hamas, le autorità israeliane applicano un severissimo embargo di beni e persone. Ancora oggi Hamas ha fra i suoi obiettivi a lungo termine la distruzione di Israele.

Ok, ma perché proprio adesso?
Negli ultimi tempi è successa una serie di cose che hanno esacerbato le frustrazioni dei palestinesi e in particolare degli abitanti della Striscia.

I palestinesi sono abituati da sempre a dare grande importanza al dibattito internazionale che si è creato intorno alla loro causa. L’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca era stata accolta con cauto ottimismo, quasi subito rientrato: la nuova amministrazione americana ha nominato un ambasciatore in Israele molto vicino al movimento dei coloni, cioè gli israeliani che vivono nei territori che secondo la comunità internazionale appartengono ai palestinesi; e soprattutto ha deciso di spostare la propria ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme, una città contesa da decenni fra israeliani e palestinesi. Una decisione così sbilanciata a favore degli israeliani, assieme alla blanda reazione della comunità internazionale, ha convinto molti palestinesi che la soluzione ai loro problemi sia sempre più lontana.

Del resto la situazione politica locale è bloccata da anni. Le elezioni regionali che avrebbero dovuto tenersi l’anno scorso sia in Cisgiordania sia nella Striscia di Gaza, e preparare il terreno per le elezioni politiche che mancano da undici anni, sono state una farsa. Hamas e Fatah, il partito moderato che governa la Cisgiordania, sono in cattivi rapporti dal 2007 e hanno provato più volte a fare pace: qualche mese fa, ad esempio, Hamas si era impegnata a lasciare a Fatah il governo della Striscia. Ogni tentativo di applicare l’accordo è però fallito. Il presidente palestinese Mahmoud Abbas è reduce da vari scandali di corruzione ed è sempre più debole e isolato. Secondo i sondaggi, due terzi dei palestinesi vorrebbero le sue dimissioni.

Una società così malmessa non è in grado di offrire prospettive ai giovani. Chi può si trasferisce all’estero e ci rimane. Chi resta, specialmente nella Striscia, si barcamena fra criminalità e lavoretti mal pagati. «Non mi importa se mi sparano», ha raccontato uno di loro al New York Times durante le proteste di questi giorni: «vivere, morire, non cambia niente».

Chi c’è dietro?
L’idea di organizzare una protesta in occasione dei 70 anni dalla sconfitta nella guerra del 1948, per di più a poche settimane di distanza dall’apertura della nuova ambasciata americana a Gerusalemme, ha attecchito rapidamente fra gli abitanti della Striscia.

Il comitato organizzatore della protesta, formato soprattutto da attivisti della società civile, si è impegnato a garantire una grande manifestazione non violenta in modo da favorire la partecipazione delle famiglie. In cinque luoghi diversi della Striscia, a circa un chilometro di distanza dalla recinzione che segna il confine con Israele, sono stati montati ampi tendoni per i manifestanti. L’atmosfera è quella delle sagre di paese: ci sono migliaia di persone che mangiano e bevono insieme, altoparlanti che trasmettono musica leggera e venditori ambulanti di palloncini.

(Wissam Nassar/picture-alliance/dpa/AP Images)

Qualche centinaio di metri più in là, a poca distanza dalla recinzione, l’atmosfera è molto diversa. Centinaia di persone, quasi tutti maschi e giovani, sono impegnate in qualcosa di molto più pericoloso. A piccoli gruppi provano ad avvicinarsi sempre di più al confine israeliano per lanciare pietre, bruciare copertoni e danneggiare la recinzione. A volte ci riescono, spesso vengono costretti ad arretrare a causa del fuoco dei cecchini israeliani.

Alcuni di loro sono giovani manifestanti senza particolari affiliazioni politiche. Altri hanno invece legami con Hamas, il potente gruppo politico-terrorista che nelle ultime settimane è riuscito a prendere il controllo delle proteste.

(MAHMUD HAMS/AFP/Getty Images)

In un’intervista data a fine marzo al magazine israeliano +972, uno degli organizzatori delle proteste spiegava che avrebbe impedito che qualsiasi partito politico – Hamas compresa – guidasse le proteste, come temevano in molti. Non si può dire che ci sia riuscito.

Nelle ultime settimane, scrive ad esempio il Guardian, Hamas ha fornito un contributo logistico «cruciale»: oltre ad avere concesso i terreni su cui sono stati montati i tendoni, Hamas paga un indennizzo di centinaia di dollari alle famiglie dei manifestanti uccisi e i suoi servizi di sicurezza pattugliano i parcheggi per le auto dei manifestanti. I leader di Hamas sono stati anche gli unici ad aver partecipato alle proteste: in una delle loro rare apparizioni pubbliche, si sono fatti vedere sia Ismail Haniyeh, ex primo ministro della Striscia e ora capo di Hamas, sia l’attuale primo ministro Yahya Sinwar, che fu tra i fondatori dell’apparato di sicurezza del gruppo. Entrambi sono considerati terroristi da Israele e Stati Uniti.

Yahya Sinwar partecipa a una delle manifestazioni di protesta al confine israeliano, 30 marzo 2018 (MOHAMMED ABED/AFP/Getty Images)

La tesi del governo israeliano è che Hamas stia sfruttando le proteste per legittimarsi come l’unica forza politica in grado di rappresentare i palestinesi (Fatah le sta trascurando perché sa di non poterle controllare). È una tattica molto diversa da quella che Hamas ha usato fino a pochi anni fa, e che prevedeva la lotta armata e l’impiego di attentatori suicidi. Finora però sta dando i suoi frutti: le immagini dei manifestanti uccisi dai soldati israeliani hanno fatto il giro del mondo, e la causa palestinese ha ottenuto una visibilità di cui non godeva da anni.

Israele sta esagerando?
Questa visibilità ha avuto un costo: 45 morti e più di seimila feriti, tutti palestinesi. Nessuno di loro è morto in un combattimento fisico con i soldati israeliani, come accadeva durante le rivolte avvenute fra gli anni Novanta e i primi anni Duemila. I manifestanti sono stati colpiti dai cecchini israeliani che presidiano il confine dalle postazioni vicine alla recinzione.

(MENAHEM KAHANA/AFP/Getty Images)

Israele sostiene che molti dei manifestanti uccisi stessero cercando di violare la frontiera e che più in generale fossero membri di gruppi militanti. Dopo la prima giornata di proteste, l’esercito israeliano ha detto che 10 dei 15 manifestanti uccisi facevano parte di Hamas o altri gruppi simili (Hamas ne ha riconosciuti solo 5). Ogni venerdì sono circolati video di persone che provavano a danneggiare la recinzione, ma anche di manifestanti colpiti dai cecchini israeliani mentre si trovavano lontano dal confine, disarmati. Un video pubblicato il 30 marzo, ad esempio, mostra un uomo che viene colpito mentre sta pregando insieme a una decina di manifestanti.

Nelle proteste del 6 aprile è morto anche il giornalista e fotografo palestinese Yaser Murtaja, dopo le ferite da arma da fuoco al petto riportate nonostante indossasse un giubbotto antiproiettile con scritto PRESS (“stampa”) a caratteri cubitali. Tre settimane più tardi è morto un altro giornalista, Ahmed Abu Hussain. Il segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres, ha chiesto al governo israeliano un’indagine indipendente sui manifestanti uccisi dalle forze israeliane.

L’esercito israeliano dice di stare solamente sorvegliando i propri confini. Nelle settimane precedenti all’inizio delle proteste, la recinzione intorno alla Striscia di Gaza era stata penetrata in più punti, e c’era il timore che qualche membro di Hamas provasse ad approfittare delle proteste per entrare in territorio israeliano e attaccare dei civili, come accaduto spesso in passato.

L’incidente più grave delle ultime settimane è avvenuto il 27 aprile, quando decine di palestinesi – spinti da un predicatore di Hamas particolarmente persuasivo – sono riuscite a penetrare la recinzione e a raggiungere il confine, a meno di un chilometro di distanza dalla comunità israeliana di Nahal Oz. L’esercito israeliano ha reagito con forza, uccidendo 4 persone del gruppo, fra cui un ragazzo 15enne. Secondo testimoni e funzionari militari contattati dal New York Times, il gruppo era armato con bombe molotov e pistole. «È stato il primo attacco coordinato e limitato alla recinzione, e non possiamo tollerarlo», ha detto un portavoce dell’esercito israeliano.

L’esercito israeliano ha aggiunto di non avere altri metodi se non l’impiego dei cecchini per fermare i manifestanti più spregiudicati; che non può permettersi che migliaia di persone provino contemporaneamente a superare il confine, perché sarebbe una minaccia troppo grande per essere gestita.

Quanto ai manifestanti colpiti in situazioni apparentemente tranquille, una fonte anonima dell’esercito ha raccontato ad Haaretz che in molti casi i cecchini israeliani mirano alle gambe, e che i colpi risultano mortali perché i manifestanti si agitano o perché il proiettile rimbalza in maniera incontrollata.

Cosa può succedere nelle prossime settimane?
Le proteste dovrebbero culminare il 15 maggio in occasione del giorno della Nakba (che significa “catastrofe”), in cui i palestinesi ricordano la sconfitta nella guerra del 1948, e quindi l’espulsione dalle proprie case da parte degli israeliani. Il giorno prima ci sarà anche l’inaugurazione della nuova ambasciata americana a Gerusalemme.

Amos Harel, giornalista di Haaretz che si occupa spesso di cose militari, ha scritto che l’incursione del 27 aprile «è solo una prova generale di quello che potrebbe succedere il 15 maggio». Nelle ultime settimane l’esercito israeliano ha provato a usare metodi meno violenti per contenere le proteste: nelle manifestazioni della scorsa settimana la maggior parte dei morti e feriti è avvenuta durante il tentativo di incursione, segno che nel resto della giornata l’esercito israeliano ha raramente usato la violenza. Di recente ha anche bombardato alcune basi militari di Hamas per scoraggiare una ulteriore escalation delle violenze.

Oltre a proteste ancora più grandi nella Striscia, le forze israeliane si aspettano cortei in varie città della Cisgiordania, come avviene ogni anno nel giorno della Nakba. La portata delle manifestazioni e delle eventuali violenze si capirà solamente nei giorni precedenti.

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