Mueller ha una lista di domande per Trump

Lo dice un documento visto dal New York Times, che mostra il particolare interesse del procuratore speciale americano sul licenziamento dell'ex capo dell'FBI

(SAUL LOEB/AFP/Getty Images)

Il New York Times ha ottenuto e pubblicato una lista di 48 domande che il procuratore speciale Robert Mueller, che sta indagando sull’ingerenza russa nelle ultime elezioni americane, intende sottoporre al presidente americano Donald Trump.

I sospetti su un presunto legame fra il comitato elettorale di Trump ed emissari del governo russo avevano costretto l’amministrazione americana ad avviare l’inchiesta speciale circa un anno fa. Finora quattro ex collaboratori di Trump si sono dichiarati colpevoli, e tre di loro stanno collaborando alle indagini. Da mesi Trump stesso sostiene di essere pronto a difendere la sua innocenza in un interrogatorio con Mueller, ma finora i suoi avvocati sono sempre riusciti a fermarlo, convinti che si metterebbe in guai molto più seri: non si sa se la notizia data dal New York Times cambierà le cose.

Le domande pubblicate dal New York Times sono il primo documento che fa intuire in quale direzione si sta muovendo il team di Mueller, diventato noto in questi mesi per non aver mai commentato né ufficialmente né ufficiosamente le notizie sulle proprie indagini. Anche stavolta le domande non sono arrivate ai giornali da Mueller ma da «una persona esterna al team di avvocati di Trump», che ha ricevuto le domande all’inizio di marzo da un gruppo di collaboratori di Mueller. Questo, peraltro, significa che le domande originali di Mueller potrebbero essere un po’ diverse da quelle che sono trapelate. Il New York Times non scrive se ad oggi la Casa Bianca abbia risposto o meno ad alcune di queste domande.

Alcune delle domande ruotano intorno ai rapporti di Trump con la Russia: gli investigatori, ad esempio, chiedono a Trump quali funzionari russi ha incontrato durante il suo viaggio nel 2013 a Mosca, dove aveva organizzato la prima tappa russa di Miss Universo. A Trump viene anche chiesto cosa pensava il suo comitato elettorale delle sanzioni economiche contro la Russia imposte da Barack Obama (Trump ne è sempre stato molto critico, e sembra che abbia accettato con riluttanza di rinnovarle).

Gran parte delle domande, comunque, riguarda il licenziamento di James Comey da direttore dell’FBI, deciso da Trump nel maggio 2017, e i presunti sforzi per proteggere alcuni suoi collaboratori e ostacolare le indagini dell’FBI. Questo rafforza la teoria, che circola già da un po’ di tempo, secondo cui Mueller si sta concentrando più sulle accuse di “intralcio alla giustizia” nei confronti di Trump che sulla collusione fra il comitato elettorale di Trump e la Russia, giudicata molto difficile da provare prima ancora che Mueller iniziasse ad indagare. Fra le altre cose, il reato di “collusione” non esiste, come hanno fatto notare spesso i difensori di Trump, ed è difficile incasellare questa presunta collaborazione in un reato specifico.

Con le domande pubblicate dal New York Times, ad esempio, viene chiesto esplicitamente a Trump di chiarire alcune conversazioni che ha avuto con Comey fra gennaio e febbraio 2017. Secondo Comey e secondo la ricostruzione di diversi giornali, in quelle occasioni Trump gli chiese una specie di patto di lealtà – probabilmente perché temeva gli esiti dell’inchiesta speciale, che in quel momento era supervisionata proprio da Comey – e lo invitò a chiudere l’indagine che l’FBI aveva aperto su Michael Flynn, il suo ex consigliere nazionale per la sicurezza.

Comey fu poi licenziato quattro mesi dopo. Mueller e i suoi collaboratori vorrebbero che Trump chiarisse il vero motivo del licenziamento; allora la Casa Bianca disse che c’entrava la modalità con cui Comey aveva gestito il caso delle email di Hillary Clinton, ma in una successiva intervista Trump spiegò di avere deciso da tempo il licenziamento. Sempre nell’ambito del filone “intralcio alla giustizia”, a Trump viene anche chiesto di chiarire il contenuto di tweet o interviste molto dure: come ad esempio un criptico tweet del 12 maggio 2017, di cui si discusse molto, in cui lasciava intendere che le sue conversazioni con Comey fossero state registrate.

La stragrande maggioranza delle domande riguarda vicende già note ai giornali americani: una in particolare, però, ha attirato le attenzioni dei giornalisti. Il New York Times l’ha definita «una delle domande più curiose della lista».

Gli investigatori chiedono a Trump se sia a conoscenza di eventuali approcci da parte del suo comitato elettorale, e in particolare dell’ex presidente Paul Manafort, nei confronti di funzionari del governo russo per discutere del possibile appoggio della Russia alla sua campagna elettorale. Nei mesi scorsi Manafort è stato arrestato e incriminato per truffa e riciclaggio per alcuni affari che ha condotto con politici ucraini filo-russi prima di essere assunto da Trump. Finora ha negato tutte le accuse. I giornali americani non hanno pubblicato nulla su un eventuale approccio di Manafort o altri dirigenti del comitato elettorale di Trump nei confronti del governo russo.

Che succede ora?

Le due principali considerazioni intorno a questo caso rimangono valide. Primo: secondo l’interpretazione più condivisa delle leggi statunitensi, un presidente non può essere incriminato durante il suo mandato, e a meno di sorprese e forzature non lo sarà nemmeno Trump.

Secondo: il principale meccanismo con cui un presidente può essere deposto, l’impeachment, è un procedimento politico e non giudiziario. Perché un presidente statunitense sia rimosso dal suo incarico è necessario che la maggioranza semplice della Camera voti a favore e che poi facciano lo stesso i due terzi dei senatori. Al momento i Repubblicani controllano sia la Camera sia il Senato. Le cose potrebbero cambiare dopo le elezioni di metà mandato, a novembre, ma è troppo presto per predire in che modo.

In sintesi: nonostante Mueller abbia fatto capire di avere molto materiale su Trump, difficilmente ci saranno delle conseguenze a brevissimo termine. Le domande sono state consegnate a marzo, e da allora non ci sono state grandi novità. Ci vorranno ancora molti mesi per chiudere le indagini e cercare di ottenere la testimonianza di Trump. Nel momento in cui si concluderanno le indagini, inizierà una controversia politica che durerà alcuni mesi.

Ad allungare le indagini potrebbe aver contribuito anche il team legale di Trump. Secondo alcuni analisti, a passare alla stampa la lista delle domande sarebbe stato proprio un membro del team, per costringere il presidente americano a rendersi conto dei rischi che corre e convincerlo a non parlare con Mueller. All’ultimo che ci ha provato non è andata bene: John Dowd, il capo degli avvocati di Trump, si è dimesso a fine marzo perché, secondo le ricostruzioni dei giornali, non era riuscito a convincere Trump a non testimoniare.

In questa storia c’è comunque una variabile non indifferente. Trump potrebbe decidere di fare di testa sua – come fa spesso – e sottoporsi all’interrogatorio di Mueller, a suo modo di vedere per accorciare i tempi. Quasi tutti sono convinti che in quel caso si troverebbe costretto a mentire, e finirebbe in guai molto più grandi.

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