Profughi venezuelani in un rifugio a Boa Vista, Brasile, 8 marzo 2018 (AP Photo/Eraldo Peres)
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  • giovedì 29 marzo 2018

«Se non sei fedele non mangi»

Il governo di Maduro in Venezuela ha iniziato a usare anche il cibo come strumento politico, per assicurarsi la vittoria alle prossime elezioni

Profughi venezuelani in un rifugio a Boa Vista, Brasile, 8 marzo 2018 (AP Photo/Eraldo Peres)

Il prossimo 20 maggio in Venezuela ci saranno le elezioni presidenziali che la stragrande maggioranza delle forze di opposizione, unite nella coalizione Mesa de la Unidad Democrática (MUD), ha deciso di boicottare. Il presidente Nicolás Maduro ha deciso di ricandidarsi e da diversi mesi i suoi principali avversari politici sono in prigione, in esilio o impossibilitati a ricoprire incarichi pubblici. Maduro – che negli ultimi anni ha fatto di tutto per rimanere al potere, compreso destituire e sostituire il Parlamento – ora sta usando anche la fame e il cibo come strumenti della propria campagna elettorale.

Il Wall Street Journal ha raccolto la testimonianza di un’insegnante di 32 anni che non è soddisfatta del governo Maduro e il valore del cui stipendio è sceso fino ad arrivare all’equivalente di 2 dollari al mese: ha un figlio di dieci anni e non ha alcuna possibilità di curarsi un tumore al seno perché il sistema sanitario è in rovina. Nonostante tutto questo, la donna ha detto di aver votato il partito di Maduro alle recenti elezioni amministrative per la paura di perdere il lavoro e i sussidi statali, specialmente i sacchi di riso, di farina di mais e di altri alimenti che le vengono forniti ogni mese. E ha intenzione di votare per Maduro, per lo stesso motivo, anche alle prossime presidenziali: «Se non avessi votato ci sarebbero stati dei problemi, mi è stato detto. Stanno giocando con la fame della gente».

Un uomo raccoglie i chicchi di mais caduti sulla strada da un camion che è stato saccheggiato da un gruppo di persone mentre l’autista veniva minacciato con una pistola, Puerto Cabello, Venezuela, 23 gennaio 2018 (AP Photo/Fernando Llano)

Il Venezuela da almeno tre anni sta attraversando una crisi economica profondissima e senza precedenti. Il governo fatica a garantire cibo, energia e servizi di base ai suoi cittadini, e l’inflazione altissima impedisce ai venezuelani di procurarsi beni di prima necessità persino al mercato nero: migliaia di persone rovistano nei rifiuti quotidianamente per trovare da mangiare, l’acqua e l’elettricità mancano più volte al giorno, le file nei negozi e nei centri di distribuzione del governo sono lunghissime e gli ospedali trattano casi di malnutrizione di bambini quasi ogni giorno.

Secondo molti osservatori indipendenti l’amministrazione Maduro, che nei sondaggi ha solo il 22 per cento della fiducia dei cittadini, ha scelto di utilizzare tutto questo – la paura, la crisi, la fame e il ricatto del cibo – per convincere gli elettori più poveri del paese a votarla ancora una volta. «È criminale», ha spiegato Maritza Landaeta, a capo di un’organizzazione che si occupa di nutrizione e povertà in Venezuela: «Le stesse persone che hanno soffocato l’industria alimentare e causato la carenza di cibo ora stanno usando il cibo come strumento politico». Gli osservatori sostengono che gli elettori e le elettrici in tutto il Venezuela, compresi quelli che vivono nelle zone in cui l’opposizione al governo è da sempre molto forte, sono scoraggiati dal rapido peggioramento della situazione e dalla mancanza di speranze che le cose cambino: e sono dunque disposti a sostenere Maduro pur di non perdere quel poco che hanno.

Le elezioni presidenziali erano state fissate in un primo momento per il 22 aprile, e poi rimandate al 20 maggio. La decisione era stata presa dopo un accordo che il governo di Maduro aveva raggiunto con una parte minoritaria dell’opposizione venezuelana che aveva deciso di non boicottare le elezioni. L’accordo era stato firmato solo dai partiti che avevano deciso di presentarsi con Henri Falcón, candidato delle opposizioni espulso dalla MUD. Falcón ha promesso di mettere fine all’iperinflazione e di approvare un’amnistia per i fedelissimi del governo. I critici sostengono che partecipare alle elezioni non farà altro che convalidare un sistema elettorale manipolato in cui il presidente sceglie i propri avversari. Diversi paesi, compresi gli Stati Uniti, il Canada, il Brasile, l’Argentina e il Messico, hanno già fatto sapere che non riconosceranno il risultato, scontato, delle presidenziali di maggio.

Un puma denutrito allo zoo di Maracaibo, Venezuela, 14 febbraio 2018 – MIGUEL ROMERO/AFP/Getty Images

Lo scorso novembre, un mese prima delle elezioni locali, Maduro aveva offerto agli elettori della carne di maiale. Dopo qualche settimana aveva promesso dei bonus in denaro e il giorno delle votazioni aveva garantito un “regalo speciale” (molti elettori hanno ricevuto delle scatole di cibo). Il governo ha poi incoraggiato i cittadini a fare una nuova carta di identità che consente di tracciare chi ha votato e fare pressioni su chi beneficia degli aiuti alimentari perché vada a votare: e visto che l’opposizione non partecipa al voto, considerandolo con buoni argomenti manipolato e irregolare, andare a votare vuol dire in sostanza favorire Maduro.

Il Wall Street Journal scrive che nei centri elettorali della capitale, Caracas, così come in altre città, durante le elezioni locali di dicembre è stato attuato un meccanismo per il controllo dei voti: «In una gigantesca tenda rossa, gli attivisti socialisti hanno scannerizzato le carte di identità degli elettori». Usando un database hanno potuto anche vedere quali benefici ricevessero queste persone: e nelle loro case sono stati inviati i sostenitori del governo per ricordare di quali benefici godessero e per convincerli ad andare a votare. Inoltre è diffusa la pratica dei “voti assistiti”: i sostenitori di Maduro aiutano fisicamente gli elettori a votare. È insomma un sistema di controllo molto potente e ben organizzato.

Negli ultimi due anni più di un milione di persone ha lasciato il Venezuela cercando rifugio all’estero: si spostano principalmente in Colombia e in Brasile, arrivando a migliaia ogni giorno. È una crisi umanitaria enorme, dalle dimensioni paragonabili a quella dei profughi siriani: la povertà e il costo del cibo sono la principale causa delle partenze. Milioni di persone dipendono totalmente dallo Stato: è stato calcolato che siano più di 12 milioni i venezuelani che ricevono assistenza alimentare e il 15 per cento della popolazione ha come principale fonte del proprio sostentamento alimentare i programmi governativi. Più del 60 per cento dei cittadini, infine, vive attualmente in condizioni di estrema povertà (nel 2014 era invece il 24 per cento della popolazione). «Con un’economia distrutta, ogni giorno i venezuelani diventano sempre più dipendenti dallo Stato», ha detto Henrique Capriles, uno dei principali oppositori di Maduro: «Se non sei fedele, non mangi».

Persone in coda per comprare sacchi di generi alimentari sovvenzionati in un centro di distribuzione del governo a Caracas, 16 agosto 2017. I sacchi contengono riso, farina, pasta, fagioli, olio, zucchero e latte e vengono distribuiti ogni mese e mezzo – RONALDO SCHEMIDT/AFP/Getty Images

Katerina Noriega, intervistata dal Wall Street Journal, ha detto che a dicembre, dopo aver votato, è stata portata in un magazzino dove ha ricevuto un paio di chili di riso e di fagioli per un valore pari a circa 10 giorni di lavoro: «Hanno comprato i nostri voti», ha ammesso: «Io l’ho accettato a causa della nostra difficile situazione».

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