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  • mercoledì 7 marzo 2018

La decisione di Trump sui dazi sta spaccando il Partito Repubblicano

Molti deputati e senatori stanno pensando di opporsi alle barriere doganali osteggiandole nella prossima legge di bilancio

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump il 6 marzo 2018 (MANDEL NGAN/AFP/Getty Images)

Negli Stati Uniti l’annuncio del presidente Donald Trump di voler introdurre tasse e dazi sulle importazioni di acciaio e alluminio dall’estero ha creato una spaccatura all’interno del Partito Repubblicano e dello stesso governo, tanto che Gary Cohn, il principale consigliere economico di Trump e convinto sostenitore del libero scambio, ha annunciato le proprie dimissioni. Una forte critica al presidente è arrivata anche da Paul Ryan, presidente della Camera e uno dei più importanti politici Repubblicani, la cui portavoce lunedì ha detto: «Siamo estremamente preoccupati per le conseguenze di una guerra commerciale e sollecitiamo la Casa Bianca e non andare avanti con questo piano».

La proposta iniziale di Trump è l’introduzione di dazi del 25 per cento sulle importazioni di acciaio e del 10 per cento su quelle di alluminio: in pratica nuove tasse su tutte le spedizioni di metalli destinate agli Stati Uniti, il cui scopo sarebbe favorire le aziende americane del settore disincentivando l’acquisto da quelle straniere. Dalla parte di Trump ci sono il consigliere sul commercio Peter Navarro, controverso economista protezionista, e il ministro del Commercio Wilbur Ross. Cohn non ha fatto diretto riferimento alle tariffe su acciaio e alluminio nel comunicato con cui ha annunciato le sue dimissioni, ma negli scorsi giorni aveva detto che la misura avrebbe potuto danneggiare le alleanze con altri paesi e le catene di produzione internazionali, dato che i paesi esportatori di acciaio e alluminio potrebbero reagire ai dazi introducendone di propri sulle merci statunitensi.

Secondo Ryan e molti altri politici Repubblicani al Congresso, inoltre, l’introduzione dei dazi annullerebbe in parte i vantaggi dei tagli alle tasse per le imprese approvati a dicembre con la riforma fiscale, rallentando la crescita economica. I dazi sulle importazioni infatti costringerebbero le aziende che usano acciaio e alluminio a pagare di più queste materie prime. Anche per questo i Repubblicani si stanno opponendo al piano di Trump in vari modi, facendo pressioni in privato e pubblicamente, e ricordando al presidente che molti settori economici cari ai suoi elettori, come quello automobilistico, saranno danneggiati dai dazi.

Lunedì un gruppo di deputati e senatori Repubblicani ha preso in considerazione l’ipotesi di provare a bloccare i dazi per via parlamentare, nel caso il presidente dovesse imporli. Il Congresso avrebbe il potere di stabilire le politiche commerciali, ma negli ultimi anni ha solitamente delegato queste questioni all’amministrazione. Per cambiare questo corso, deputati e senatori potrebbero aggiungere una contromisura a una legge di bilancio che dovrebbe essere approvata alla fine del mese. Ottenendo una maggioranza a prova di veto presidenziale i Repubblicani potrebbero limitare il potere del presidente di introdurre nuovi dazi.

Una tale opposizione del Partito Repubblicano al proprio presidente sarebbe una cosa molto grossa: per questo la discussione sui dazi è più importante di tutte le altre piccole forme di critica e opposizione – per esempio sulla politica estera e sul suo stile comunicativo – dimostrate finora da politici Repubblicani nei confronti di Trump.

Tra i Repubblicani che hanno espresso dubbi e preoccupazioni sui dazi ci sono il deputato del Texas Kevin Brady e il senatore dell’Alaska Dan Sullivan, che ha chiaramente detto di essere contro il piano di Trump. In un programma televisivo il senatore del South Carolina Lindsey Graham si è rivolto a Trump dicendo: «Stai punendo i contribuenti americani e stai facendo un enorme errore». Graham ha anche detto che i dazi favorirebbero la Cina, che pur essendo il più grande esportatore mondiale di acciaio e alluminio non ne vende in grande quantità agli Stati Uniti per via di precedenti barriere doganali: «La Cina vince se combattiamo con l’Europa».

Paul Ryan ha manifestato la sua contrarietà al piano anche mandando a moltissimi giornalisti un’email con un link a un articolo sui valori della borsa crollati dopo l’annuncio del presidente. Trump ha detto di aver ascoltato tutte le obiezioni, ma anche di essere saldo riguardo alla sua decisione; la ripresa della borsa negli ultimi giorni lo ha rassicurato.

All’inizio Trump aveva detto a più di una decina di dirigenti d’azienda che le tariffe sarebbero state applicate a tutti i paesi, senza distinzioni, ma dopo che François-Philippe Champagne, ministro del Commercio del Canada, il principale fornitore di acciaio e alluminio degli Stati Uniti, aveva definito i dazi «inaccettabili», l’idea di partenza è cambiata un po’. Lunedì Trump ha scritto su Twitter che se il Canada e il Messico dovessero accettare condizioni «nuove e giuste» nel rinnovo dell’accordo commerciale NAFTA (North America Free Trade Agreement), su cui attualmente si sta trattando, verrebbero esclusi dai dazi. In questo modo però gli Stati Uniti andrebbero contro le regole dell’Organizzazione mondiale del commercio (WTO), secondo cui i paesi membri non possono “fare preferenze”.

Un’altra cosa che è cambiata rispetto all’annuncio della settimana scorsa di Trump sono i tempi con cui i dazi verranno introdotti: il presidente aveva detto che sarebbero entrati in vigore questa settimana, ma bisogna aspettare una consulenza legale perché questo accada e non è ancora stata portata a termine. Domenica Navarro ha detto che al massimo i dazi verranno introdotti la prossima settimana, e che alcune aziende potranno chiedere delle esenzioni per certi prodotti di importazione necessari alla loro produzione.

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