Icarus, il documentario sul doping russo che ha vinto l’Oscar

Era nato per mostrare quanto fosse facile doparsi per un ciclista amatore, ma si è imbattuto in uno dei più grandi scandali della storia dello sport

(Icarus)

Icarus, il documentario sullo scandalo del doping nello sport russo diretto da Bryan Fogel e prodotto da Dan Cogan, ha vinto il premio Oscar per il miglior documentario dell’anno. Insieme agli articoli di giornale e alle indagini degli ultimi mesi, Icarus è stato uno dei resoconti più completi e accurati sullo scandalo che ha portato alla storica esclusione della Russia dalle ultime Olimpiadi, ma era stato ideato per essere tutt’altra cosa. Fogel, che è un ciclista amatore, aveva infatti iniziato a lavorare a un film che documentasse il suo tentativo di doparsi: si era messo in contatto con il  medico Grigory Rodchenkov, capo del laboratorio antidoping russo, e intendeva raccontare quanto fosse facile assumere sostanze illecite e scoprire se sarebbe state in grado di migliorare le sue prestazioni. Le cose, poi, hanno preso una piega diversa.

Il produttore Dan Cogan e il regista Bryan Fogel con l’attrice Laura Dern al Dolby Theatre di Los Angeles (Alberto E. Rodriguez/Getty Images)

Quando le riprese di Icarus erano iniziate da alcune settimane e Rodchenkov e Fogel avevano già iniziato il programma di somministrazione di sostanze dopanti, la WADA (l’Agenzia Mondiale Antidoping) pubblicò una lunga indagine sull’uso sistematico di sostanze dopanti fra gli atleti russi della federazione di atletica leggera, che portò all’esclusione temporanea del paese da tutte le gare ufficiali e alla chiusura dei laboratori antidoping russi. Si venne a sapere che, con il sostegno decisivo di alcune autorità statali, decine di atleti russi avevano partecipato alle Olimpiadi di Pechino 2008 e Londra 2012 dopo essere stati sottoposti alla somministrazione di sostanze dopanti. Da quel rapporto – generato a sua volta da un’inchiesta della televisione tedesca realizzata in collaborazione con due atleti russi — iniziò uno dei più grandi scandali di sempre nello sport internazionale, che rischiò di compromettere l’autorità e l’immagine del Comitato Olimpico Internazionale, della WADA e dei Giochi Olimpici.

Rodchenkov, in quanto capo del laboratorio antidoping di Mosca, fu una delle figure chiave dello scandalo, poiché fu lui, per sua stessa ammissione, ad aver ideato a attuato con l’aiuto di colleghi e il benestare delle autorità russe il programma di somministrazione di doping. Sentendosi in pericolo in Russia e con il timore di diventare il capro espiatorio dello scandalo, Rodchenkov chiese ospitalità negli Stati Uniti a Fogel, che d’accordo con i produttori del documentario, acquistò i biglietti aerei che portarono Rodchenkov a Los Angeles. Resosi conto della gravità della situazione , tuttavia, Rodchenkov confessò tutto: a Fogel, al Dipartimento di giustizia americano, al New York Times e infine alla WADA e al CIO.

Rodchenkov disse di aver sviluppato un cocktail di doping che conteneva tre diverse sostanze mescolate con del liquore, che avrebbe permesso agli atleti di non risultare positivi nei controlli. Disse che era stato il ministero dello Sport a ordinargli di svilupparlo: ci mise diversi anni ad arrivare alla formula giusta, utilizzata a partire dalle Olimpiadi di Londra del 2012. La rivelazione che aggravò ancora di più la situazione della Russia riguardò tuttavia i sistemi usati alle Olimpiadi invernali di Sochi 2014 per sostituire centinaia di campioni di urina prelevati dagli atleti.

L’elaborazione del piano per sostituire i campioni era iniziato nell’autunno del 2013, quando un agente del FSB, il servizio di intelligence russo (l’ex KGB), cominciò a presentarsi frequentemente al laboratorio di Rodchenkov, facendo particolare attenzione alle boccette che avrebbero dovuto contenere l’urina degli atleti. Il New York Times riportò le parole di un impiegato del laboratorio, rimasto anonimo, il quale spiegò che a un certo punto fu comunicato ai membri del laboratorio che quella persona era lì per “proteggere il laboratorio” e avrebbe posto alcune domande sulle boccette. A quel punto gli impiegati si resero subito conto del perché si trovasse lì: per studiare un modo per aprire e chiudere le boccette senza danneggiare l’anello che sigillava il tappo.

Lo scambio dei campioni di urina degli atleti positivi con quelli contenenti urina “pulita” avveniva di notte attraverso un buco nella parte bassa del muro del laboratorio antidoping di Sochi, nascosto durante il giorno da un mobile di legno. Il foro circolare sul muro rendeva possibile lo scambio delle provette contraffatte dal laboratorio alla stanza in cui erano conservati tutti i campioni originali, sorvegliata dal FSB. Ogni notte Rodchenkov riceveva una lista degli atleti a cui si sarebbero dovuti scambiare i campioni direttamente da alcuni funzionari del ministero dello Sport.

Il laboratorio antidoping di Sochi (LEON NEAL/AFP/Getty Images)

Le rivelazioni di Rodchenkov, negate dalle autorità russe ma accertate sia dalla WADA che dal CIO, hanno portato alla riassegnazione di decine di medaglie e all’esclusione della Russia dai tornei sportivi più importanti, comprese le ultime due Olimpiadi e Paralimpiadi, quelle a Rio de Janeiro del 2016 e quelle invernali di Pyeongchang: si tratta di sanzioni storiche ed esemplari. Rodchenkov vive tuttora in una località segreta degli Stati Uniti mentre la sua famiglia è rimasta in Russia e non può lasciarla, dato che il governo ha confiscato loro i passaporti. Una settimana fa, il CIO ha reintegrato il Comitato Olimpico Nazionale russo, e la squadra russa potrà partecipare alle prossime gare internazionali.

Glenn Whipp ha scritto sul Los Angeles Times che «anche per chi conosce già la storia [del doping e della Russia], la profondità dell’inganno è raccontata con sorprendente immediatezza». Icarus si può vedere su Netflix, da qui.

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