Quanta gente voterà il 4 marzo?

Dovrebbe essere meno di cinque anni fa, ma capire chi avvantaggi è impossibile

(ANSA/ANGELO CARCONI)

Una delle domande più ricorrenti che i giornalisti si fanno e rivolgono ai leader politici in questi ultimi giorni di campagna elettorale riguarda la percentuale di voti che sperano di ottenere alle elezioni politiche del 4 marzo. Quasi nessuno si occupa di un dato che invece, la mattina del 5 marzo, sarà uno fra i più citati: l’affluenza. Cosa possiamo aspettarci, e come inciderà sui risultati?

La tendenza storica ci dice che in Italia votano sempre meno persone: nell’immediato Dopoguerra l’affluenza alle elezioni politiche superava il 90 per cento, negli anni Ottanta stava fra 90 e 80 e nel 2013 è scesa per la prima volta sotto l’80 per cento, arrivando al 75,2 per cento.

Gli ultimi sondaggi sembrano confermare questa tendenza. Una rilevazione molto citata di Demopolis realizzata ai primi di febbraio stimava l’affluenza al 63 per cento, se il voto fosse avvenuto nel giorno del sondaggio: ma da allora è passato un mese. In numeri assoluti, secondo le stime 13 milioni di elettori sarebbero stati fermamente intenzionati a non votare, mentre 4 milioni ammetterebbero la possibilità di poter cambiare idea. Un sondaggio realizzato a dicembre da SWG dava numeri diversi: gli astenuti sarebbero stati il 20,4 per cento, gli indecisi intorno al 20,1 per cento. Per avere qualche termine di paragone: nelle elezioni dell’anno scorso in Francia l’affluenza è stata del 77 per cento, in Germania del 76 per cento, nel Regno Unito del 68,8 per cento.

Sugli elettori indecisi non sappiamo prevedere granché di preciso: secondo una recente rilevazione di Quorum, metà di loro hanno un basso livello di istruzione – possiedono solo la licenza elementare o media – e il 75 per cento si è astenuto sia alle politiche del 2013 che al referendum costituzionale del 2016. Sono distribuiti abbastanza uniformemente fra Nord e Sud e quando hanno votato lo hanno fatto sia per il centrodestra sia per il centrosinistra sia per il Movimento 5 Stelle. Un sondaggio di AnalisiPolitica stima che siano ancora indecisi il 24 per cento degli elettori che nel 2013 votarono il PD e il 22 di quelli che votarono per il centrodestra; da come si sposteranno negli ultimi giorni – se cioè gli ex elettori del PD si convinceranno a votarlo di nuovo, e se quelli di centrodestra faranno lo stesso con l’alleanza Lega-FI-FDI  – dipenderanno molto gli equilibri finali del voto.

Sappiamo comunque che questo gruppo si è probabilmente rimpicciolito rispetto ai sondaggi di qualche settimana fa. Nel 2013, per esempio, a dieci giorni dal voto gli indecisi erano circa il 10 per cento dell’elettorato. Tenendo conto di questi fattori, non sarebbe così azzardato ipotizzare un’affluenza intorno al 70 per cento.

Con ogni probabilità l’astensione sarà più acuta nelle regioni del Sud, come mostra un’altra tendenza in corso in Italia da diversi anni.

Nel 2013 l’affluenza scese sotto al 70 per cento solamente in alcune regioni meridionali come Puglia, Calabria e Sicilia. Secondo l’ultimo Eurobarometro, l’annuale sondaggio della Commissione europea sulle condizioni di vita nell’Unione, il 49 per cento dei cittadini intervistati italiani ha detto che la disoccupazione è uno dei due problemi più urgenti in assoluto che riguardano l’Italia. Facendo un’analisi spiccia potremmo pensare che i tassi di disoccupazione ancora molto elevati al Sud, unita alla scarsa opinione nei confronti della politica diffusa in tutta Italia, potrebbero spingere molte persone a non votare, soprattutto fra i giovani. Le difficoltà dei giovani nel trovare lavoro – e il conseguente disprezzo nei confronti della politica – non si limita al Sud, comunque: secondo il già citato sondaggio di Demopolis dei primi di febbraio, il 48 per cento dei giovani contattati con meno di 25 anni ha detto che non sarebbe andato a votare se le elezioni si fossero tenute nel giorno del sondaggio.

Non è chiaro quanto le condizioni meteorologiche – e soprattutto la neve che in questi giorni ha interessato varie zone d’Italia – possano condizionare il voto. Secondo le previsioni attuali, comunque, non c’è nessun rischio: domenica 4 marzo dovrebbe fare bel tempo praticamente in tutto il paese. Di solito poi gli analisti cercano di immaginare quale pezzo di elettorato possa essere più “motivato” degli altri, e quindi meno propenso ad astenersi per il brutto tempo o le code ai seggi o qualsiasi altro imprevisto dell’ultimo minuto, ma quest’anno è molto più delicato fare ragionamenti del genere: un po’ perché la forza politica con gli elettori storicamente più motivati, il Partito Democratico, viene dall’inevitabile logorio di cinque anni al governo; un po’ perché la ripartizione del voto in collegi piuttosto piccoli non rende facile tradurre in seggi alcune eventuali generiche tendenze nazionali.

Ultimo fattore da tenere in considerazione: in Lombardia e Lazio, le regioni più popolose d’Italia, si vota anche per le elezioni regionali. Alcuni elettori potrebbero andare a votare spinti dal voto regionale – che ha anche il “traino” delle preferenze cercate dai candidati al consiglio regionale – e votare quindi anche per le politiche, così come potrebbe avvenire il contrario e avere un peso nell’elezione di questi presidenti di regione.