Di chi sono i soldi che guadagna una persona in carcere?

Lo stato del Michigan vuole prendersi il 90 per cento dei soldi guadagnati da un detenuto che ha scritto un libro (che esce domani in Italia)

Un articolo del New York Times che parla dell'ergastolano e scrittore Curtis Dawkins

Domani uscirà in libreria Questo ero io, una raccolta di racconti sulla vita in carcere scritti da Curtis Dawkins, un uomo che sta scontando l’ergastolo per omicidio in una prigione del Michigan, negli Stati Uniti. Il libro è stato pubblicato negli Stati Uniti la scorsa estate da Scribner, una delle più prestigiose case editrici americane, è già stato tradotto nei Paesi Bassi, uscirà anche in Germania e in Italia è pubblicato da Mondadori. Solo come anticipo per l’edizione americana Dawkins ha ottenuto 150mila dollari, circa 121mila euro. Ora però, racconta un articolo del New York Times, lo stato del Michigan vorrebbe questi soldi per pagare il vitto e l’alloggio che il sistema carcerario sta dando a Dawkins.

Più di quaranta stati americani, compreso il Michigan, possono infatti costringere i propri detenuti a pagare le spese della propria carcerazione, compresi i costi del trasporto su mezzi della polizia, quelli per la difesa d’ufficio, i test antidroga e quelli del monitoraggio elettronico nel caso siano fuori su cauzione. Le leggi in merito sono state introdotte negli ultimi decenni perché il numero di persone nelle carceri è aumentato – in ragione di politiche repressive sempre più dure anche contro reati non violenti – e così sono cresciuti i costi del sistema carcerario: ospita più di 2,2 milioni di persone adulte. Nella maggior parte dei casi i detenuti non sono persone abbienti, perciò di solito gli stati non coprono molte spese prendendo i loro soldi: nell’ultimo anno fiscale lo stato del Michigan ha ottenuto 3,7 milioni di dollari da 294 dei suoi quasi 40mila detenuti.

In alcuni stati le leggi sui soldi che i detenuti devono rimborsare per il loro mantenimento non possono essere applicate se i detenuti non sono in grado di pagare. Tuttavia gli stati cercano in tutti i modi di ottenere soldi dai carcerati; spesso per esempio si prendono un’ingente percentuale dei guadagni che i detenuti ottengono partecipando a programmi professionalizzanti. In alcuni casi gli stati hanno ottenuto rimborsi più consistenti quando i propri detenuti hanno ricevuto eredità o risarcimenti. Lo stato dell’Illinois prese 20mila dei 31mila dollari ottenuti come eredità dalla morte di sua madre da un detenuto condannato a scontare 15 mesi per un reato legato alla droga: alla sua uscita dal carcere, nel 2015, rimase praticamente senza soldi. Lo stato della Florida prese 55mila dei 150mila dollari ottenuti da un detenuto patteggiando con lo stesso dipartimento carcerario dello stato in un processo per negligenza: quella per cui era stato possibile che un altro detenuto gli togliesse un occhio nel 2011. Solitamente quando i detenuti e gli ex detenuti fanno causa agli stati per questi prelievi di denaro, sono gli stati a vincere i processi.

Nel caso di Curtis Dawkins, lo stato del Michigan vuole il 90 per cento dei soldi che ha guadagnato e guadagnerà con Questo ero io (The Graybar Hotel, in originale), quindi sia dell’anticipo che ha ricevuto sia delle royalties sul numero di copie vendute e dei proventi della vendita dei diritti per la traduzione in altri paesi: soldi che in parte Dawkins ha già messo in un fondo per permettere di studiare ai suoi tre figli di 23, 19 e 17 anni. Lo stato vuole anche il 90 per cento dei soldi che la famiglia di Dawkins mette nel suo conto in prigione: ha stimato che da quando Dawkins si trova in carcere, dal 2005, gli ha fatto spendere più di 372mila dollari, quasi 300mila euro. Per ottenere questo denaro lo scorso ottobre il Michigan ha fatto causa a Dawkins e il 26 febbraio ci sarà un’udienza. Secondo l’accusa Dawkins, i suoi genitori e la sua agente letteraria Sandra Dijkstra non avevano il diritto di destinare i proventi della pubblicazione di Questo ero io ai figli dell’ergastolano.

I racconti di Dawkins hanno ricevuto buone critiche negli Stati Uniti; per esempio quelle del romanziere Nickolas Butler, che si è convinto a elogiare pubblicamente la raccolta dopo aver saputo che Dawkins provava un intenso rimorso per aver ucciso un uomo.

Dawkins ha fatto studi universitari (letteratura inglese alla Southern Illinois University e scrittura alla Western Michigan University di Kalamazoo) ma prima di essere condannato all’ergastolo non aveva grandi disponibilità economiche. L’omicidio per cui è stato condannato è legato a una storia di gravi dipendenze dall’alcol e da altre sostanze, iniziata quando Dawkins aveva solo 12 anni (oggi ne ha 49) e alternatasi con periodi di sobrietà. Nei primi anni Duemila Dawkins aveva tre figli e per lavoro vendeva automobili, ma non aveva molti soldi e lui e la sua compagna litigavano spesso: in quel momento sviluppò una dipendenza da farmaci oppioidi (un problema che negli ultimi anni si è molto diffuso negli Stati Uniti), poi da ketamina ed eroina. Nel 2004 la sua compagna gli chiese di andare a vivere altrove, l’uso delle droghe lo rese paranoico nei confronti degli spacciatori e per questo si comprò una pistola per proteggersi.

L’omicidio avvenne la sera del 30 ottobre 2004. Dawkins fumò del crack, una sostanza che poi disse alla polizia di non aver mai provato prima, e bevve degli alcolici per la prima volta dopo molti anni. Poi indossò un costume da Halloween da gangster degli anni Venti e una maschera da mostro, prese la sua pistola e cominciò a vagare nel quartiere intorno alla Western Michigan University. A un certo punto sparò dei colpi in aria e poi cercò di rapinare Thomas Bowman, un uomo di 48 anni che si trovava nella veranda di casa sua: Dawkins gli chiese dei soldi e quando Bowman si rifiutò di darglieli, Dawkins gli sparò, uccidendolo.

Dawkins ha cominciato a scrivere narrativa un anno dopo il suo arresto, inizialmente in funzione terapeutica, per liberarsi degli istinti suicidi che provava. I suoi genitori gli mandarono una macchina da scrivere in carcere, lui iniziò a spedire racconti – in gran parte ambientati in carcere, in alcuni casi chiaramente autobiografici, in altri surreali – a sua sorella che poi li mandava a piccole riviste letterarie. Jarrett Haley, il fondatore di una di queste, Bull, aiutò Dawkins a mettere insieme una raccolta di racconti ed essere rappresentato da un’agente letteraria, Sandra Dijkstra. Dijkstra riuscì a vendere la raccolta di racconti a Scribner nel 2016. Dawkins divise l’anticipo con Haley, che lo aveva aiutato a ottenere il contratto per il libro; il resto dei soldi, un po’ più di 50mila dollari, furono messi in un fondo per i suoi figli. Finora hanno pagato rette scolastiche, libri di testo, rate di un’automobile e cure dentistiche.

Dopo che lo scorso ottobre lo stato del Michigan aveva fatto causa a Dawkins, Dijkstra ha bloccato tutti i pagamenti provenienti dall’editore (compresa la seconda parte dell’anticipo, che sarebbe dovuta arrivare nei prossimi mesi) su richiesta dello stato. Lo stato poi ha bloccato il conto che Dawkins ha in prigione, quello in cui la sua famiglia gli ha sempre inviato dai 200 ai 300 dollari al mese e che l’ergastolano usa per fare telefonate, mandare email, mangiare snack e comprare la carta per scrivere: negli ultimi mesi Dawkins ha fatto tutte queste cose con 25 dollari al mese e si difenderà da solo all’udienza del 26 febbraio perché non può permettersi di pagare un avvocato.

Dawkins cercherà di vincere la causa contro il Michigan sulla base del fatto che la legge dello stato prevede che il tribunale prenda in considerazione «ogni obbligo legale e morale» che il detenuto ha nei confronti dei propri figli o del proprio coniuge. Per Dawkins i suoi figli non devono essere puniti al posto suo. In attesa del processo continua a scrivere: sta lavorando a un romanzo distopico ambientato in una prigione sotterranea in cui i carcerati sono mantenuti in uno stato di ibernazione.

I sostenitori delle leggi che obbligano i detenuti a pagare le spese della propria carcerazione dicono che tutti i carcerati che se lo possono permettere dovrebbero farlo. Secondo alcuni attivisti per i diritti dei carcerati, però, imporre questi rimborsi può renderne più difficile la riabilitazione, dato che limita la possibilità di aiutare le proprie famiglie (e sé stessi, nel caso sia prevista la loro scarcerazione a un certo punto). Questi attivisti pensano che leggi come quella del Michigan violino l’Ottavo Emendamento della Costituzione americana, che vieta punizioni crudeli e multe eccessive per chi ha commesso dei reati. Secondo alcuni esperti legali gli stati dovrebbero incoraggiare le attività tra i detenuti, invece che punirli per svolgerle.

La storia della pubblicazione di Questo ero io ha generato anche altre domande su questioni di carattere morale. Secondo Kenneth Bowman, il fratello dell’uomo ucciso da Dawkins, un ergastolano non dovrebbe avere la possibilità di scrivere e pubblicare i propri racconti, e i soldi da lui guadagnati in questo modo dovrebbero essere usati per risarcire la sua famiglia o finanziare una organizzazione di beneficienza. La madre di Bowman, in un vecchio articolo del New York Times, era stata meno dura: disse di aver perdonato Dawkins e di essere contenta che avesse trovato conforto nella scrittura dato che non poteva immaginare nulla di peggio dell’ergastolo.

Il Primo Emendamento della Costituzione americana permette ai detenuti di pubblicare dei libri per il principio della libertà di espressione, ma ci sono stati dei casi in cui gli stati hanno limitato la possibilità dei propri carcerati di pubblicare ed essere pagati per i propri libri. Ad esempio, lo scrittore Malcolm Braly pubblicò il suo romanzo Ora d’aria nel 1967, due anni dopo essere stato scarcerato per buona condotta, perché secondo i funzionari del dipartimento carcerario pubblicarlo prima avrebbe violato le condizioni delle sua scarcerazione anticipata. In molti stati ai carcerati è proibito ricevere dei compensi per la scrittura di resoconti veritieri dei propri crimini: nel caso tali resoconti siano pubblicati o trasformati in film, il ricavato deve essere devoluto alle vittime o alle loro famiglie. A sostegno delle perplessità di chi non vede di buon occhio la possibilità per i detenuti di scrivere c’è il caso di Jack Henry Abbott: nel 1981 la casa editrice Random House pubblicò In the Belly of the Beast, mentre lui si trovava in carcere per aver rapinato una banca e altri crimini; lo scrittore Norman Mailer fece amicizia con Abbott e si impegnò per farlo uscire di prigione, ma appena uscito Abbott fu arrestato di nuovo per aver accoltellato e ucciso un cameriere.

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