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  • mercoledì 7 febbraio 2018

Le più belle canzoni di Roberto Vecchioni, ospite di Sanremo

Scelte dal peraltro direttore Luca Sofri, visto che stasera è ospite del festival

(Daniela Parra Saiani/Pacific Press via ZUMA Wire)

Roberto Vecchioni, tra i più famosi e amati cantautori italiani, sarà ospite questa sera del Festival di Sanremo, concorso che vinse nel 2011 con la canzone “Chiamami ancora amore”. Queste sono le migliori 12 canzoni di Roberto Vecchioni scelte dal peraltro direttore del Post Luca Sofri in Playlist, La musica è cambiata.

Roberto Vecchioni (1943, Milano)
Professore di greco e latino, autore per Iva Zanicchi e Anna Oxa, concorrente a Sanremo, vincitore del Festivalbar e del premio Tenco, romanziere: nella famiglia dei cantautori italiani non se ne trovano con la duttilità di Vecchioni. Ha scritto decine di melodie bellissime, soavi, mettendo frasi d’amore in mezzo a testi da professore di greco e latino, ma meno artificiosi di quelli di Battiato: “Erano tempi di parole, che correvano da sole”.

Luci a San Siro (Parabola, 1971) Il panorama di canzoni dedicate espressamente a Milano è così inevitabilmente povero, che alla fine “Luci a San Siro” passa per la più bella canzone su Milano: benché non vi sia un accenno alla città che vada oltre la segnalazione del quartiere occidentale noto per la presenza dello stadio. È solo una bellissima canzone d’amore e ricordi, con un passaggio moralista un po’ noioso sulla corruzione del successo. Vecchioni la reincise più volte in dischi successivi.

A.R. (Elisir, 1976) “E nave, porca nave, vai! Fa freddo e manca poco, dai”. A.R. è Arthur Rimbaud, poeta francese ottocentesco morto giovane dopo una vita di avventure e passioni forti, tra cui la relazione con il collega più anziano Paul Verlaine, che lo ferì con un colpo di pistola perché non lo lasciasse (“e Verlaine che gli sparava e gli gridava non lasciarmi, no, non lasciarmi, vita mia!”).

Figlia (Elisir, 1976) La figlia non lo sa, prima di questa lettera, di essere sua figlia: e porta il nome di un amico, “di uno dei pochi che non mi hanno mai tradito”. A momenti un po’ troppo solenne e battagliera, con lo spirito dei tempi (“figlia, figlia, non voglio che tu sia felice: ma sempre contro, finché ti lasciano la voce”), altrove formidabilmente sentimentale. Il violino è di Lucio Fabbri.

Canzone per Sergio (Samarcanda, 1977) Il coretto è un po’ datato, ma la melodia è stupenda e il verso immortale: “Oh, Sergio non ho tempo di scriverti, ma d’altra parte non ti ho scritto mai”. Poi, dopo “ci appoggeremo sui gomiti, quando il sole viene giù; mi accadrà di sorridere, come non speravo più”, c’è una gran coda strumentale a imitazione di quella di “Layla” di Eric Clapton.

L’ultimo spettacolo (Samarcanda, 1977) Mitologie omeriche e ricordi personali di separazioni e Muratti. Anche qui, grande dolcezza nella musica e versi che poi restano, in particolare quello delle “mie idee, come ramarri”. E il privato, e il politico: “Ma non venite a dirmi adesso lascia stare, o che la lotta in fondo deve continuare: perché se questa storia fosse una canzone con una fine mia, tu non andresti via”.

Ninni (Calabuig, stranamore e altri incidenti, 1978) “Tu eri bella e parlavi coi tuoi bambini, disegnavi sorrisi sui finestrini”. Meravigliosa canzone, che lui canta con appassionata sincerità immaginando un incontro in treno da batticuore con la propria famiglia e se stesso (“che tuo figlio non è cambiato, era solo ma si è aspettato”). Il passaggio al pianoforte è una delle cose più belle di sempre nel suo genere, assieme a quello dello “Stambecco ferito” di Venditti. “E passò qualcosa di lieve, come sole in mezzo alla neve.”

Mi manchi (Robinson, come salvarsi la vita, 1979) “Mi manchi” è bello, da dire, e da sentire: vuol dire qualcosa, parla di un’emozione chiara e concreta, dolce. “Ti amo” è diverso: è più forte, da brividi; ognuno lo pensa a modo suo, e chi se lo sente dire non saprà mai cosa significhi davvero. Tra “mi manchi” e “ti amo” è come tra un abbraccio e un bacio, tra la tenerezza e la passione. “Mi manchi”, la canzone, è già bella prima della chiusa, dove diventa bellissima: “ma finché canto ti ho davanti, gli anni sono solo dei momenti, tu sei sempre stata qui davanti”.

Lettera da Marsala (Robinson, come salvarsi la vita, 1979) ’O core mio fa oilì oilà.

La città senza donne (finale) (Montecristo, 1980) “Stavolta parto davvero, quanto vento stasera, che mi soffia alle spalle”. Più bella nella versione minimale alla fine del disco.

Bei tempi (Bei tempi, 1985) La terza fase di Vecchioni, dopo quella di cantautore di culto e quella di cantautore di successo, fu quella di cantautore pop da classifica: gli arrangiamenti di “Bei tempi” sono troppa grazia, potrebbe essere un pezzo di Minghi. Ma è Vecchioni, e solo lui sa fare passaggi come quello di “era, tanto, tanto tempo fa”. E poi “bei tempi” è un’espressione bellissima.

Piccolo amore (Bei tempi, 1985) Bellissima. Ma anche qui, sarebbero bastati il pianoforte e il ritornello: “Di tutti i giorni che ti ho detto amore, di tutti i giorni che ho pensato amore, di tutti i giorni che ho inventato amore, sognato amore, cantato amore”.

La mia ragazza (Bei tempi, 1985) Un classico del secondo Vecchioni, che si fece largo nei mangianastri delle ragazzine, e nelle raccolte di spartiti da gita scolastica. La conclusione imprevista “la mia ragazza è il mio mestiere” è equivoca: di fatto, qual è il soggetto e quale il complemento? “Amore mio che sogni, amore ballerina” sembra tolta da “Buenos Aires” di De Gregori (e anche da “Rimmel”, naturalmente).

 

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