(Chip Somodevilla/Getty Images)
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  • sabato 3 febbraio 2018

Cosa c’è nel “Nunes memo”

E soprattutto cosa non c'è: guida al documento che si è mangiato il dibattito pubblico negli Stati Uniti, che vorrebbe indebolire l'inchiesta sulla Russia e Trump

(Chip Somodevilla/Getty Images)

Venerdì, quando in Italia era tardo pomeriggio, il Comitato per l’Intelligence della Camera statunitense ha diffuso un documento di quattro pagine conosciuto come Nunes memo, dal nome del politico Repubblicano che l’ha messo insieme. Il documento si riferisce all’indagine sui rapporti tra il comitato elettorale di Donald Trump e la Russia: in breve, accusa l’FBI di aver ottenuto il permesso di un tribunale per intercettare un collaboratore dello staff di Trump sulla base di un dossier finanziato in parte dal Partito Democratico, e compilato da un’ex spia britannica intenzionata a impedire l’elezione di Trump.

La diffusione del documento è stata approvata personalmente da Trump nonostante un’esplicita richiesta in senso opposto dell’FBI, preoccupata che venissero rivelati segreti sui metodi investigativi dell’agenzia. È arrivata dopo giorni di scontri e discussioni, che hanno ulteriormente complicato i già tesi rapporti tra Trump e FBI, il cui capo – Christopher Wray – è stato scelto proprio da Trump dopo il licenziamento di James Comey.

Il memo prende il nome da Devin Nunes, un deputato Repubblicano che – oltre a essere il capo della commissione della Camera che supervisiona le agenzie di intelligence – è anche uno dei membri del Congresso più vicini a Trump. I Democratici hanno accusato Trump e i Repubblicani di essere andati contro una richiesta dell’FBI per politicizzare e screditare l’indagine sulla Russia e monopolizzare il dibattito pubblico. I destinatari del memo, ha scritto per esempio il direttore di Vox Ezra Klein, sono quelli che già non credono all’inchiesta, e vogliono muoversi in anticipo per delegittimarne le conclusioni.

Dopo l’effettiva diffusione del documento, che era stato anticipato come gravissimo dai Repubblicani, ci si è inoltre resi conto che contiene accuse poco circostanziate e meno gravi di quanto si supponesse, quando proprio non si contraddice da solo.

Cosa c’è nel memo
L’accusa principale è contro un gruppo di dirigenti dell’FBI e del dipartimento – tra cui il vice procuratore generale Rod Rosenstein (che ha avviato e supervisionato l’inchiesta sulla Russia), l’allora direttore dell’FBI James B. Comey, il suo vice Andrew McCabe e l’allora vice procuratrice generale Sally Yates –, accusati di aver basato la richiesta di intercettazione sul famoso rapporto Steele, quello della golden shower, per capirci. I Repubblicani sostengono che questa richiesta impropria sia alla base dell’intera inchiesta sulla Russia e Trump, anche se in un passaggio il documento stesso sembra smentire questa tesi (ci arriviamo).

Il collaboratore di Trump per cui fu fatta la richiesta di intercettazione è Carter Page, che lavorò come consulente per la politica estera del comitato elettorale di Trump. Page è un personaggio molto strano, persino per gli standard del raffazzonato gruppo di persone che si muovevano intorno a Trump nei primi mesi della sua candidatura. Fino ad allora non aveva mai avuto incarichi politici ed era da tempo molto legato alla Russia e alla sua intelligence, dove aveva lavorato come banchiere d’investimento, nonché un convinto ammiratore del presidente russo Vladimir Putin. Nell’estate del 2016, mentre lavorava per il comitato Trump, Page fece un viaggio in Russia per tenere alcune conferenze. Mesi dopo, quando ormai Page non lavorava più per il comitato elettorale di Trump, l’FBI decise di sorvegliarlo, preoccupata che stesse lavorando anche per il governo russo.

Carter Page (Mark Wilson/Getty Images)

Secondo il documento, Christopher Steele fu «sospeso e licenziato come fonte dell’FBI per quella che l’FBI definisce una seria violazione: disse senza autorizzazione ai media del suo rapporto con l’agenzia». Questo passaggio è stato isolato e commentato dai giornali americani, che hanno scritto che a quanto si sa non ci fu mai un rapporto formale tra l’FBI e Steele, che ne era soltanto una fonte, non pagata. Il documento dice anche che la richiesta di intercettazione si basava in parte anche su un articolo di Yahoo News che confermava alcune delle accuse di Steele: solo che la fonte anonima dell’articolo era Steele stesso.

Il memo, che secondo i Repubblicani avrebbe dovuto dimostrare che l’indagine sulla Russia si basa su un dossier finanziato dei Democratici, sembra però contraddirsi: in un passaggio infatti dice esplicitamente che l’indagine cominciò perché George Papadopoulos – consulente di Trump sulla politica estera durante la campagna elettorale – si era ubriacato in un elegante bar di Londra e aveva raccontato a un diplomatico australiano che la Russia aveva email che avrebbero potuto danneggiare Hillary Clinton. Questo episodio, avvenuto nel luglio del 2016, era stato rivelato da uno scoop del New York Times di fine dicembre. La richiesta di intercettazione di Page sarebbe avvenuta soltanto nell’ottobre del 2016.

Chiunque conosca un briciolo la storia degli ultimi mesi, infatti, sa che il dossier Steele non è al centro dell’indagine sulla Russia e il comitato Trump, i cui elementi fondanti sono altri (per esempio la condotta di Paul ManafortMichael Flynn e Donald Trump Jr). Ciononostante, Trump aveva detto ai giornalisti che «molte persone dovrebbero vergognarsi di se stesse, e anche peggio».

Cosa si dice del documento
L’opinione diffusa tra i commentatori è che i Repubblicani abbiano fatto un gran baccano per una questione in realtà poco rilevante. In molti, tra cui Klein, hanno fatto notare che se anche l’intercettazione si basasse su un documento “di parte”, questo non diminuirebbe il valore delle scoperte, che hanno permesso agli investigatori di ottenerne il rinnovo per tre volte. Ma come abbiamo detto, il dossier Steele non è che una piccola parte dell’inchiesta.

Inoltre, in molti hanno ricordato che il Nunes memo non è un documento di un’agenzia di intelligence, ma compilato da un comitato controllato dai Repubblicani, che i Democratici accusano di aver scelto di presentare informazioni decontestualizzate per muovere delle accuse politicizzate. Hanno risposto con un altro documento, che invece sostiene che l’FBI disse al tribunale che il dossier di Steele era motivato politicamente: tralasciò l’informazione che fu finanziato dai Democratici, ma forse perché nemmeno lo sapeva.

In un passaggio, per esempio, il memo dice che nel dicembre del 2017 McCabe disse che senza il dossier Steele non sarebbe mai stata richiesta l’intercettazione di Page. Ma secondo i Democratici le parole di McCabe sono state estrapolate dal contesto, e in realtà l’allora vice direttore dell’FBI aveva citato molte più prove, compresi contatti tra Page e agenti di intelligence russi che risalivano al 2013.

Il memo stesso conferma poi che Page fu intercettato soltanto dopo che aveva già lasciato il comitato elettorale di Trump, ridimensionando l’accusa secondo la quale l’FBI avrebbe voluto danneggiarne la campagna elettorale. Nel documento manca poi una vera prova del fatto che l’FBI sapesse che il dossier Steele fu finanziato dai Democratici: lo insinua soltanto.

Il Washington Post scrive che l’FBI è preoccupata soprattutto perché le sue regole interne le impediscono di rispondere alle accuse del documento, visto che riguardano informazioni segrete. Per ora si è limitata a definire il memo «non accurato», e le istruzioni per i dipendenti sono di continuare a lavorare senza lasciarsi distrarre dalle polemiche sul documento.

Cosa potrebbe succedere?
Anche nulla: se come sembra le accuse contenute nel memo dovessero essere giudicate marginali o infondate, tra qualche giorno l’attenzione dei giornali e del Congresso si sposterebbe altrove (salvo per gli elettori di Trump più radicali e motivati, che continuerebbero a considerarlo la prova della caccia alle streghe).

Ma potrebbero anche esserci conseguenze più gravi, che potrebbero riguardare Rosenstein, che già oggi è uno dei funzionari meno apprezzati dal circolo di Trump. È stato lui ad avere avviato e a supervisionare l’inchiesta sui rapporti fra Trump e la Russia, e due mesi fa ha ribadito che non esistono le basi per togliere l’incarico al procuratore Robert Mueller (cosa di cui invece si era convinto lo stesso Trump, che qualche mese fa aveva provato a licenziarlo sulla base di un presunto conflitto di interessi). Trump potrebbe usare le informazioni del Nunes memo per licenziare proprio Rosenstein, sostenendo che abbia di fatto avallato la caccia alle streghe nei suoi confronti, e sostituirlo con un vice procuratore più bendisposto nei suoi confronti.

Ai giornalisti che gli hanno chiesto se volesse licenziarlo, ieri, Trump ha risposto: «fate un po’ voi». Alla domanda se abbia ancora fiducia in Rosenstein, Trump non ha risposto.

Il licenziamento di Rosenstein metterebbe in pericolo la stessa indagine: un nuovo vice-procuratore potrebbe decidere di costringere Mueller a restringere o allargare la sua indagine, impedirgli di raccogliere nuove prove, oppure licenziarlo direttamente senza che venga coinvolto Trump. Con tutte le conseguenze politiche del caso, visto che la responsabilità ricadrebbe di nuovo su Trump, che sarebbe di nuovo accusato dai suoi avversari di aver ostacolato la giustizia.

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