Sebastian Pinera dopo la vittoria in Cile. (AP Photo/Esteban Felix)
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  • martedì 19 dicembre 2017

Non c’è più la sinistra sudamericana di una volta

Dopo anni di successi elettorali e lunghi cicli di governo, oggi il centrodestra governa in Cile, in Argentina e in Brasile: cosa è cambiato?

Sebastian Pinera dopo la vittoria in Cile. (AP Photo/Esteban Felix)

Dopo anni di successi elettorali e lunghi cicli di governo, che avevano fatto parlare di un modello politico apparentemente imbattibile, in Sudamerica la sinistra sta attraversando ora un periodo particolarmente difficile. La vittoria di un milionario conservatore, Sebastian Piñera, alle elezioni presidenziali dello scorso weekend in Cile è solo l’ultima puntata di una storia che comincia da lontano, e che dice qualcosa di come stia cambiando la politica in America Latina.

In Brasile il Partito dei Lavoratori che ha dominato la politica per molti anni, prima con Lula da Silva e poi con Dilma Rousseff, è stato sconquassato dalle indagini sulla corruzione e infine rimosso dal governo. In Argentina il presidente Mauricio Macri, conservatore, viene da una robusta vittoria alle elezioni legislative. In Cile la vittoria di Piñera ha messo probabilmente fine alla carriera politica di Michelle Bachelet, presidente uscente, che era stata popolarissima durante il suo primo mandato ma il cui secondo mandato è stato segnato da scandali e inchieste giudiziarie. Nello stato che era il simbolo della forza dell’estrema sinistra sudamericana, il Venezuela, c’è una crisi profondissima e le persone muoiono di fame – in senso letterale – mentre il Parlamento è stato di fatto esautorato da un governo autoritario. In Bolivia, poi, il presidente Evo Morales è al suo terzo mandato e intende cercarne un quarto nel 2019, tra accuse di autoritarismo e persecuzione dell’opposizione.

Le proteste contro la riforma delle pensioni a Buenos Aires, 18 dicembre 2017 (AP Photo/Victor R. Caivano)

Una parte delle ragioni di questa crisi, spiega il New York Times, ha a che fare con il modo in cui è cambiata l’economia in molti di questi stati negli ultimi anni. In diversi paesi del Sudamerica – ricchi di materie prime e risorse energetiche – i partiti di sinistra e centrosinistra sono arrivati al governo spinti dal desiderio di maggiore equità economica e hanno effettivamente mantenuto quella promessa, ampliando i programmi di welfare esistenti e creandone di nuovi, e trasferendo molte risorse a vantaggio delle fasce più povere della popolazione. In molti casi, però, quei soldi venivano dalle esportazioni di petrolio e gas, e dall’agricoltura: quando questi settori hanno iniziato a rendere meno – soprattutto nel caso del petrolio – è emersa la difficoltà di mantenere quei livelli di spesa senza che un’economia adeguatamente forte e diversificata compensasse con qualcos’altro le mancate entrate. La spesa è diventata insostenibile, allargando il deficit e il debito pubblico; la crescita economica si è rallentata o si è fermata e diversi politici e governi, già in crisi di credibilità, hanno dovuto affrontare estese indagini giudiziarie per corruzione: anche perché nel frattempo le diseguaglianze economiche, per quanto ridotte, sono rimaste.

Gleisi Hoffmann, senatrice brasiliana e oggi presidente del Partito dei Lavoratori, ha detto che la crisi economica del 2008 ha fatto perdere certezze ai partiti di centrosinistra, e che il centrodestra è stato abile ad approfittarne accusando gli avversari di gestire i conti pubblici in modo irresponsabile, cioè spendendo troppo. Juan Cruz Díaz, consulente politico argentino, ha detto al New York Times che «in buona parte dell’America Latina stiamo vivendo una specie di hangover (i postumi della sbronza), dopo una fase di ubriacatura che non era economicamente sostenibile».

Questa nuova fase politica non sarà tranquilla, in ogni caso: le misure di austerità promesse dai partiti conservatori in posti come il Brasile e l’Argentina porteranno a tagli alla scuola e alla sanità, per esempio, che sono accolti dalla popolazione già in difficoltà con grande nervosismo, manifestazioni e proteste di piazza. La riforma delle pensioni proposta dal presidente Macri in Argentina, per esempio, sta già generando dure proteste e anche scontri di piazza tra manifestanti e polizia; in Brasile il presidente Michel Temer sta affrontando a sua volta un’indagine per corruzione.

Le proteste contro Macri lasciano capire anche che la sfiducia verso la classe dirigente di centrosinistra, giudicata corrotta e troppo attaccata al governo, non si debba a un abbandono complessivo della sua politica economica, dall’aumento della spesa pubblica verso i programmi di welfare e alla riduzione delle diseguaglianze economiche. Lo dimostra il fatto che Lula intenda ricandidarsi in Brasile nonostante una condanna per corruzione, e sembra essere ancora abbastanza popolare; o che in Ecuador abbia vinto le elezioni presidenziali il socialista Lenin Moreno; o che lo stesso Piñera in Cile non abbia promesso di stracciare tutte le riforme fatte approvare da Bachelet.

Hoffman ha spiegato così la situazione al New York Times: «Le persone hanno raggiunto un livello di benessere tale da avere cibo e accesso ai servizi pubblici, e cominciano quindi a fare altre richieste». Richieste che i governi di centrosinistra a un certo punto non sono più stati in grado di esaudire, anche per via delle mutate condizioni economiche, e questo ha fatto sì che non gli venisse dato merito nemmeno dei risultati precedenti: i limiti di una classe dirigente, esposta alle conseguenze della crisi globale, sono stati più forti del gradimento per le politiche degli anni precedenti e ne hanno in qualche modo riscritto la storia. «I programmi sociali, i passi avanti che le persone hanno visto in quel periodo, sono stati visti come il risultato di sforzi individuali».

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