(AP Photo/Alvaro Barrientos)
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  • giovedì 17 Agosto 2017

Sarà una gran bella Vuelta

Per il percorso, difficilissimo, e perché ci saranno Aru, Nibali, Froome e Contador, che poi si ritirerà

di Gabriele Gargantini
(AP Photo/Alvaro Barrientos)

Inizia sabato la 72esima edizione della Vuelta di Spagna, che insieme a Tour de France e Giro d’Italia è l’unica corsa a tappe del ciclismo a durare tre settimane. È la più recente – Giro e Tour sono già arrivate a 100 edizioni – ma sta diventando sempre più importante: per i corridori che scelgono di andarci – quest’anno quasi tutti quelli che contano – e per il percorso, con tantissime salite.

La Vuelta parte da Nîmes (in Francia, per la prima volta) con una cronometro a squadre e finirà dopo 3.324 chilometri a Madrid. Alla partenza ci saranno 22 squadre, ognuna con 9 corridori; ci saranno 40 chilometri totali a cronometro, cinque arrivi in montagna e tre arrivi dopo salite lunghe almeno 2 e meno di 5 chilometri. Il punto più alto toccato dalla corsa sarà sulla Sierra Nevada e supererà i 2.500 metri. Le tappe da non perdere saranno quelle del 6 settembre – con una salita con pendenze che non capita quasi mai di vedere – e la penultima, il 9 settembre: potrebbe essere la tappa decisiva perché arriverà sull’Angliru, una tra le salite più difficili che possa capitare di fare a chi va in bici.

A provare a vincere la maglia rossa – quella per il primo in classifica, che al Giro è rosa e al Tour è gialla – ci saranno quasi tutti i migliori: Chris Froome, che è il più forte in attività ma non ha mai vinto la Vuelta; Alberto Contador, che è stato il più forte per anni e dopo questa Vuelta si ritirerà; Fabio Aru e Vincenzo Nibali, che per la prima volta partecipano allo stesso grande giro, entrambi con la maglia rossa come obiettivo.

vuelta

Una cronosquadre, per cominciare

La prima tappa è la più evidente spiegazione del perché, nonostante ognuno pedali da solo sulla sua bici, il ciclismo sia uno sport di squadra. I corridori di ogni squadra partiranno infatti insieme e dovranno cercare di arrivare insieme (almeno cinque di loro) all’arrivo, che sarà dopo 13 chilometri praticamente pianeggianti per il centro di Nîmes. Sarà una cronometro molto tecnica: con tante e non semplici curve. Nelle cronosquadre quasi ogni ciclista di una squadra si mette in testa e tira per un po’: bisogna però stare attenti a rimanere insieme, perché il tempo che vale è quello del quinto membro di uno squadra: se quattro arrivano da soli, velocissimi, ma lasciano il quinto dietro, da solo, non serve a niente. I forti devono aiutare quelli più lenti a cronometro ad andare forte, ma non così forte da staccarli, perché altrimenti li lasciano soli. È poi difficile che di recente abbiate visto un’altra cronometro a squadre: quest’anno non l’hanno fatta né al Giro né al Tour, ma solo in corse meno importanti e con minore copertura televisiva.

Il più forte degli ultimi 5 anni, che non l’ha mai vinta

A proposito di squadre. Come al solito quella considerata più forte è la Sky, quella del ciclista oggi considerato più forte: Chris Froome. Ha 32 anni e negli ultimi cinque ha vinto quattro volte il Tour de France. Alla Vuelta – la corsa in cui nel 2011 ci si accorse di quanto avrebbe potuto diventare forte – è invece arrivato una volta quarto e tre volte secondo. Vincere la Vuelta è decisamente un obiettivo di Froome, che da almeno quattro anni è considerato di diritto il favorito per la vittoria di ogni grande giro a cui partecipa. Vincere Tour e Vuelta nello stesso anno non è però una cosa da tutti: ci sono riusciti solo Jacques Anquetil e Bernard Hinault.

Tra quelli che puntano alla maglia rossa, Froome è il più forte a cronometro; in questo caso, a seconda dello stato di forma di un paio di altri corridori, potrebbe essere anche il più forte in salita. Al Tour è sembrato però meno più forte degli altri rispetto al passato, ed era un Tour con poche salite. Per la Sky – in cui ci saranno anche gli italiani Diego Rosa, Salvatore Puccio e Gianni Moscon – sarà difficile controllare la Vuelta e supportare Froome così come ha ottimamente fatto al Tour.

Il più forte degli ultimi 10 anni, che poi si ritirerà

Alberto Contador ha 34 anni e non vince un grande giro dal 2015. Nella sua carriera ha però vinto tre Vuelte, due Giri e due Tour. È uno dei sei corridori che nella storia hanno vinto tutti e tre i Grandi Giri (e li ha vinti tutti almeno due volte) e c’è stato un periodo, prima dell’arrivo di Froome, in cui era il più forte di tutti. Da un po’ di tempo non lo è più ma continua a essere il più elegante di tutti quando si va in salita (se cercate paragoni: pensate a Federer a Wimbledon, o a Pirlo che fa un lancio di quaranta metri). Non è impossibile che vinca la Vuelta, ma sarà di certo molto difficile: per farlo dovrebbe inventarsi qualche complicatissimo e azzardato attacco da lontano, una cosa che in carriera (quando però era più giovane) era già riuscito a fare. Contador sarà comunque di certo, e per distacco, il più applaudito e incitato. Saputo del suo ritiro, annunciato qualche giorno fa, la Vuelta ha deciso di farlo correre con il numero 1.

Due italiani, mai insieme con lo stesso obiettivo

Vincenzo Nibali ha 32 anni e ha vinto una Vuelta, un Tour e due Giri (è uno di quei sei, insieme a Contador). All’ultimo Giro d’Italia è arrivato terzo. Fabio Aru ne ha 27: ha vinto la Vuelta nel 2015 ed è arrivato due volte sul podio al Giro. Al Tour di quest’anno è arrivato quinto, perché è un po’ scoppiato nel finale (forse anche a causa di una bronchite) ma ha vinto una tappa e ha pure staccato Froome in salita. Un po’ perché fino all’anno scorso correvano insieme (e la squadra mandava uno a un grande giro e l’altro all’altro), un po’ per una serie di casi, non è mai successo che Aru e Nibali partissero allo stesso grande giro e che entrambi fossero, come sono oggi, tra i 4-5 favoriti per la vittoria finale. Quest’anno lo sono, e il percorso va bene a entrambi. Di solito Nibali va benissimo nella terza e ultima settimana; Aru invece va bene all’inizio e ha spesso avuto problemi negli ultimi giorni. Nibali va meglio a cronometro ma si difende benissimo anche in salita. Aru è più scalatore, più capace di scattare e cambiare ritmo, specie sulle salite con grandi pendenze.

Presentazione del Giro d'Italia a Milano

Fabio Aru e Vincenzo Nibali (Piero Cruciatti / LaPresse)

Ci sono quasi tutti

È anche una delle poche volte – e sarà l’ultima – in cui capita di vedere insieme Contador, Nibali e Froome, che si sono divisi gran parte delle vittorie dei grandi giri degli ultimi anni. Oltre a loro ci saranno anche: il colombiano Chaves (grande talento, dicono tutti, ma non del tutto ancora espresso; i due gemelli Adam e Simon Yates; i francesi Barguil e Bardet, il russo Ilnur Zakarin. Tutta gente che punta a fare classifica, magari anche un podio, magari addirittura una vittoria finale. Tra i grandi corridori da corse a tappe mancano solo l’olandese Tom Dumoulin, che ha vinto il Giro, e il colombiano Nairo Quintana, che dopo aver corso sia Giro che Tour era legittimamente esausto.

Sono quasi tutti al Tour per la bellezza del percorso (spesso, nel ciclismo, bello = difficilissimo) e perché la Vuelta è tra agosto e settembre: quando la stagione del ciclismo sta per finire e appena prima del Mondiale. Da quando, dal 1995, la Vuelta si corre dopo il Tour e non quasi in contemporanea con il Giro, è diventata sempre più importante. Fino a circa un decennio fa la Vuelta era una specie di ultima possibilità per ciclisti che avevano fatto male altrove e volevano provare a rimediare. Ora è più importante. Daniel Friebe di ITV ha definito la Vuelta: «il nightclub in cui tutti, a inizio serata, giurano che non andranno, e in cui poi finiscono». Rouler, una delle più importanti riviste mondiali di ciclismo, ha scritto che «l’edizione 2017 della Vuelta sembra un after-party a casa di qualche amico. Quello a cui non vedi l’ora di finire dal momento in cui esci di casa».

L’Alto de Los Machucos

La 17ª tappa, quella del 6 settembre, arriverà sull’Alto de Los Machucos: le riviste e i siti di ciclismo usano aggettivi come “infernale”, “mostruoso”, “terrificante”. La lunghezza di questa salita nel nord della Spagna (la tappa parte da Villadiego) non è niente di che: sette chilometri. Il fatto è che in quei sette chilometri si parte dai circa 300 metri di altezza per arrivare quasi a mille. La pendenza media è dell’8,7 per cento (che è già tanto) ma il fatto è che ci sono tratti con pendenza tra il 25 e il 30 per cento. E il “tratto” non sono un paio di metri; è quasi un chilometro. Pendenze di quel tipo sono difficili da fare a piedi, in un sentiero di montagna: figuratevi in bici, dopo tremila chilometri in 20 giorni e 170 solo quel giorno. Non sappiamo come sarà la strada il giorno in cui ci passerà la Vuelta, ma chi ci è andato di recente dice che le parti più ripide sono in calcestruzzo, con alcuni solchi qua e là. Come ha scritto Cycling Weekly: «è comodissimo se sei un veicolo che ha bisogno di grip; non lo è se sei un ciclista che sta lottando per mantenere la parvenza di un qualche tipo di movimento in avanti».

Adam Hansen, e sono 19

La cosa da pensare quando ci sono salite come l’Alto de Los Machucos è che oltre a doverla fare Froome, Aru e Contador, devono farle anche tutti gli altri 100 e passa che non sono scalatori, e che magari pesano 15 chili in più di loro. Se volete un non-scalatore per cui fare il tifo (Peter Sagan no, c’è) non potete che scegliere Adam Hansen. È australiano, ha 36 anni, pesa circa 75 chili e il suo migliore risultato in un grande giro è stato un 53esimo posto al Tour de France. La particolarità di Hansen è che è dalla Vuelta del 2011 che ha iniziato e finito ogni Vuelta, Giro e Tour a cui ha partecipato, e ha partecipato a tutti. Come ha scritto Rouler, «il Giro è il suo allenamento per il Tour, il Tour è il suo allenamento per la Vuelta». Questa Vuelta sarà il suo 19° grande giro consecutivo. Hansen è anche noto perché al Tour, ogni volta che si passa dall’Alpe d’Huez, si beve una birra offerta dal pubblico.

Alto de l’Angliru

La 20ª e penultima tappa prima della solita “passerella finale”, in questo caso a Madrid. L’Angliru, anche questo nel nord della Spagna, non ha la storia dell’Alpe d’Huez o dello Stelvio – salite storiche, da Bartali e Coppi – ma è forse persino più difficile. Ci si passa dal 1999 e ci si è passati solo sete volte, ma è già nella storia del ciclismo. Ci si arriverà dopo una tappa breve – 117 chilometri – ed è lungo 12 chilometri, con pendenza media al 10 per cento e con tratti al 23 per cento. Nel 2002, il ciclista David Millar – per protesta – si ritirò appena prima dell’arrivo.

La Vuelta di Spagna farà premiare i ciclisti da alcuni uomini, oltre che dalle donne

Unipublic – la società che organizza la Vuelta di Spagna, una delle più importante corse a tappe del ciclismo su strada – ha detto alcune settimane fa che da questa edizione cambierà la procedura di premiazione alla fine delle tappe. Oltre alle hostess, le ragazze che premiano i ciclisti sul podio, ci saranno anche degli uomini. Laura Cueto Morillo, che lavora per Unipublic, ha detto a BBC che non saranno tagliati posti di lavoro, ma che semplicemente oltre alle donne ci saranno degli uomini e ha aggiunto: «Quello che non vogliamo è la solita foto del vincitore che viene baciato sulle guance da due donne». I baci non saranno però proibiti: «Se le hostess o il sindaco del paese di arrivo o chiunque altro vorrà dare dei baci, non sarà un problema». A gennaio il Tour Down Under, una corsa ciclistica australiana, decise di sostituire le donne con dei giovani ciclisti.

Tutto molto bello, ma dove si vede?

Non sulla Rai, a differenza di Giro e Tour. Dall’Italia, le tappe della Vuelta si potranno vedere solo su Eurosport. Ma se avete da parte 10 euro, bastano per farsi un abbonamento mensile per seguire le tappe su Eurosport Player. Tutte le tappe saranno live, con commento di Salvo Aiello e Riccardo Magrini e con rubriche speciali prima e dopo.