Paolo Gentiloni ed Emmanuel Macron a Taormina, il 26 maggio 2017 (AP Photo/Evan Vucci)
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  • martedì 25 luglio 2017

Come è andato l’incontro sulla Libia a Parigi

I rappresentanti delle due principali forze che controllano il paese hanno detto di voler iniziare una tregua e arrivare a elezioni, ma è ancora tutto molto incerto

Paolo Gentiloni ed Emmanuel Macron a Taormina, il 26 maggio 2017 (AP Photo/Evan Vucci)

Martedì il presidente francese Emmanuel Macron ha incontrato a Parigi i leader delle due principali fazioni nella guerra civile in Libia: Fayez al Serraj, primo ministro del governo libico di unità nazionale e unico riconosciuto come legittimo dall’ONU, e Khalifa Haftar, capo dell’Esercito nazionale libico e di fatto leader della Libia orientale. L’obiettivo dell’incontro era spingere le parti a trovare un accordo sul futuro della Libia, dove da anni si sta combattendo una guerra civile molto violenta che coinvolge centinaia di gruppi più o meno estremisti: in un comunicato diffuso al termine dell’incontro, Serraj e Haftar hanno detto di essere d’accordo sul voler iniziare una tregua e organizzare elezioni nel paese, senza però indicare una data per il voto.

L’incontro a Parigi è stato il primo tra i due leader libici dallo scorso maggio, quando si tennero dei negoziati, poi falliti, negli Emirati Arabi Uniti. Nonostante sia stato un incontro di alto livello – non è facile mettere nella stessa stanza Serraj e Haftar – non c’erano grandi aspettative di successo: l’accordo raggiunto oggi, nonostante il molto ottimismo dei giornali italiani, è comunque poco concreto e molto debole, considerando che nessuno degli accordi di pace trovati negli ultimi anni è mai stato rispettato. Il timore è che Haftar, che si è mostrato militarmente superiore a molte altre fazioni, possa provare presto a prendere il controllo di Tripoli, la principale città della Libia occidentale e sede del potere di Serraj, mettendo di fatto fine al governo di unità nazionale appoggiato dall’ONU e sostenuto dall’Italia. Nel comunicato diffuso alla fine dell’incontro viene comunque ribadita la volontà di trovare una soluzione politica al conflitto nel paese e riunire in un unico esercito le molte milizie che combattono (molte, comunque, non rispondono né ad Haftar né a Serraj).

Uno degli aspetti più rilevanti di tutta questa storia è stata però la volontà di Macron di muoversi prima di tutti gli altri, o per lo meno trovare dei nuovi spazi per la Francia. Lo scorso maggio, poco dopo le elezioni presidenziali, il governo francese aveva annunciato una revisione della sua politica estera in Libia: nonostante già in passato la Francia avesse adottato un atteggiamento ambiguo – mandando aiuti a entrambi i governi libici, e non solo a Serraj – a maggio Macron si è apertamente schierato a favore di un esercito nazionale che includesse anche Haftar. Sembra quindi che quella componente dell’amministrazione francese favorevole a coinvolgere Haftar nel futuro della Libia – componente guidata da Jean-Yves Le Drian, attuale ministro degli Esteri ed ex ministro della Difesa – sia in questo momento la più ascoltata da Macron.

Il nuovo attivismo francese potrebbe danneggiare gli interessi dell’Italia in Libia, che sono molti: c’è l’ENI, che è stata l’unica grande azienda energetica a rimanere in territorio libico durante la guerra; c’è la questione dei flussi migratori, che passano dalle coste libiche sfruttando l’instabilità del paese; c’è il problema del terrorismo, e poi un discorso più generale di reputazione dell’Italia all’estero. Sostenere e rinforzare Haftar, come sta facendo la Francia, potrebbe delegittimare e indebolire la diplomazia italiana, che dall’inizio della crisi ha puntato tutto sul governo di Serraj.

Il fatto che Italia e Francia si stiano muovendo in direzioni diverse in Libia non significa necessariamente che sia iniziato uno scontro diplomatico tra i due governi, o che la Francia non possa sviluppare una sua politica estera slegata da quella dell’Italia e dell’Unione Europea. Claudia Gazzini, esperta di Libia e analista dell’International Crisis Group, ha detto al Foglio che non sono però da escludersi tensioni future. Per esempio potrebbero esserci scontri nella Libia meridionale, una zona che i francesi considerano di loro competenza, dove però di recente è intervenuta anche l’Italia con un accordo firmato dal ministro dell’Interno italiano Marco Minniti e dai leader delle tribù libiche locali, con l’obiettivo di controllare i flussi migratori. Intanto il governo francese ha negato di avere organizzato l’incontro di lunedì escludendo l’Italia, che finora non ha fatto alcuna dichiarazione davvero bellicosa verso i francesi. In un’intervista alla Stampa il ministro degli Esteri italiano Angelino Alfano ha ridimensionato la questione, ribadendo che l’Italia ha un «rapporto fraterno con la Francia» ma ha anche aggiunto che «ci sono troppi formati aperti in Libia, troppi mediatori, troppe iniziative» e che sarebbe necessario unire gli sforzi.

 

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