(Chris Graythen/Getty Images)
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  • mercoledì 12 Luglio 2017

Il ciclismo rovinato dal ciclismo?

Fabio Aru ha violato – forse – una delle molte regole non scritte del ciclismo, al Tour se ne parla da tre giorni

(Chris Graythen/Getty Images)

Come tanti altri sport, anche il ciclismo è pieno di regole non scritte: quello che nel calcio è, per esempio, “butta fuori la palla se un avversario si fa male” o, soprattutto, “ridai la palla se i tuoi avversari l’hanno buttata fuori apposta”. Solo che nel ciclismo ce ne sono di più: perché è uno sport in cui un paio di centinaia di corridori stanno per ore uno accanto all’altro, perché è uno sport in cui è facile che ci siano alleanze tra corridori (non è un tutti-contro-tutti e vediamo chi arriva primo) e perché è uno sport molto orgoglioso di certe sue tradizioni, al punto che secondo alcuni solo conoscendo quelle tradizioni e quelle storie è possibile apprezzarlo davvero.

Per esempio c’è una regola non scritta secondo cui quando si passa vicino alla casa di un corridore gli è concesso andare in fuga, prendere un po’ di vantaggio e salutare la famiglia (a patto che poi non ne approfitti per andarci davvero, in fuga); una che dice che se al traguardo di un Grande Giro (Tour de France, Giro d’Italia o Vuelta di Spagna) arrivano in due, e uno dei due ha la maglia di leader (gialla, rosa o oro), quello con la maglia di leader fa vincere l’altro (a patto che non sia un suo diretto rivale per la maglia di leader); una nota anche come “borraccia appiccicosa” che dice che se un corridore va a prendere la borraccia dall’auto della sua squadra, già che c’è può aggrapparsi per qualche metro all’auto e riposarsi un po’; una che dice che la pausa pipì (sì, la fanno) è sacra, e quindi quando un ciclista fa la pipì gli altri non ne approfittano per attaccare; e una, forse la più famosa, che dice “non si attacca il ciclista primo in classifica se ha un problema meccanico”.

In questo Tour de France – che finirà il 23 luglio – è successo proprio questo, forse, e se ne è parlato molto: è una cosa da appassionati di ciclismo, da gente che passa ore a guardare altra gente pedalare con il rumore di un elicottero in sottofondo, ma è diventata così grande e discussa da essere interessante anche per altri. Anche perché è un forse: è difficile avere un’idea precisa sui fatti ed è anche impossibile trovare un’opinione più giusta delle altre. Perché, per l’appunto, si tratta di una regola non scritta.

Domenica 9 luglio l’italiano Fabio Aru, che ora è secondo in classifica e ha buone possibilità di vittoria finale, sull’ultima salita della difficilissima tappa di domenica, la nona, ha attaccato Chris Froome, che era ed è in maglia gialla, ha vinto tre degli ultimi quattro Tour ed è favorito anche per la vittoria di questo. Aru ha attaccato dopo che la bicicletta di Froome ha avuto un problema meccanico che lo ha costretto a rallentare, alzare il braccio per chiedere l’assistenza dell’ammiraglia (l’auto della sua squadra) e cambiare bicicletta. Qualcuno ha fatto notare la cosa ad Aru, che quindi successivamente ha rallentato mettendo in atto una specie di “cessate il fuoco” e ha aspettato che Froome recuperasse. Da lì la corsa ha ripreso normalmente.

Questi sono i fatti. Le domande che chi segue il ciclismo si fa da tre giorni sono: detto che in ogni caso non ha fatto niente che fosse proibito dal regolamento, Aru ha visto che Froome aveva un problema e ha quindi attaccato apposta? Se sì, perché poi si è fermato? E se così fosse, ha fatto bene o ha fatto male? E poi – questo riguarda il secondo dei due video qui sotto – Froome ha dato una spallata a Aru per vendicarsi di quell’attacco contro una regola non scritta?

Nel video non si vede, ma prima di attaccare Aru è accanto a Froome, e c’è chi dice che abbia attaccato proprio vedendo Froome alzare la mano. Questo non spiegherebbe però perché Aru si sia poi fermato quando altri corridori hanno risposto al suo attacco e Froome era ormai staccato di alcuni secondi. Dopo la tappa, Aru ha detto che quello era il punto in cui aveva deciso di attaccare (dopo aver studiato com’era fatta la salita), che non aveva visto Froome alzare la mano per chiamare l’ammiraglia e di essersi fermato quando glielo hanno fatto notare. Froome ha detto di non aver dato apposta una spallata ad Aru ma di essere stato sbilanciato da un tifoso. Insomma: secondo quanto detto dai due, Aru non è arrabbiato con Froome e Froome non ha dato apposta una spallata a Aru. Non tutti gli credono. Simon Yates, giovane e forte corridore della Orica-Scott, che era lì accanto a loro, ha detto della versione di Aru: «È una cazzata assoluta. È stata una mossa sleale».

Esauriti i fatti e le opinioni dei protagonisti, restano le opinioni di tutti gli altri. A prescindere dal fatto che Aru avesse visto o meno Froome in difficoltà, si è parlato molto della regola non scritta secondo la quale “non si attacca la maglia gialla se la sua bici ha un problema meccanico”.

Da una parte ci sono quelli che dicono, in sintesi, che la maglia gialla è un’istituzione e merita “rispetto”. Se deve fermarsi per un problema meccanico o, secondo i più estremisti, per qualsiasi motivo diverso dal “non ce la faccio ad andare al vostro ritmo”, si aspetta. Secondo loro il ciclismo deve poi essere una gara tra atleti, non tra biciclette. In riferimento al caso specifico Aru-Froome, dicono poi che era ancora presto (mancavano circa sei chilometri alla fine della salita) e che la gara – quella vera – non era ancora iniziata: quindi è improbabile che Aru avesse deciso prima di attaccare proprio lì. Non si era ancora arrivati al “restano solo i capitani” e anche se avesse voluto davvero attaccare proprio in quel punto Aru avrebbe dovuto cambiare idea, aspettare che Froome rientrasse e poi poi attaccare. Secondo la linea più intransigente, rappresentata per esempio da Andrew Hood di Velonews, «la spallata di Froome ad Aru era un piccolo modo per ricordargli chi comanda». Il punto di vista “non si deve attaccare la maglia gialla se la sua bici ha un problema meccanico” è il più facile e chiaro. Non si fa mai perché è sleale.

Chi ritiene invece che sia giusto sfruttare un problema meccanico della maglia gialla lo fa innanzitutto per un motivo: ci si diverte di più. Aumenta lo spettacolo, le corse si fanno più vivaci e imprevedibili. E ricorda poi che non ci sia praticamente nessun altro sport con una situazione simile: anche le auto di Formula 1 hanno problemi, anche i maratoneti inciampano, anche nello stesso ciclismo ci sono molti contesti in cui i problemi meccanici sono parte della gara: la Parigi-Roubaix, la famosa corsa per alcuni tratti sul pavé, è spesso decisa dalle forature, e nessun ciclista si sognerebbe di aspettare il rivale che ha forato. Capita, e bisogna avere fortuna o riuscire a vincere nonostante la sfortuna. Come ha spiegato James Huang su Cycling Tips, inoltre, non è sempre solo sfortuna. A volte lo è – se c’è un chiodo per terra e uno non lo prende e quello accanto a lui sì, forando – altre volte no: le biciclette di queste corse sono così tirate al massimo dell’efficenza e al minimo del peso da essere fragili. È una cosa da mettere in conto, e nel costruirle si fanno delle scelte: una bicicletta come quella di Froome o Aru costa quasi 20mila euro e renderla così performante implica anche che possa essere un po’ più propensa ad avere problemi. L’opinione di Huang è: nel dubbio, sapendo che comunque lo aspetteranno, al corridore in maglia gialla conviene scegliere una bicicletta efficace ma “rischiosa”, e non una affidabile ma meno performante.

In più, la regola “non si attacca la maglia gialla se la sua bici ha un problema meccanico” è troppo generica per poter funzionare. Non la si attacca mai? Nemmeno nell’ultima salita dell’ultima decisiva tappa? E se succede a cronometro? E se succede al favorito, che però non indossa la maglia gialla? E se invece di un problema meccanico è una caduta per una curva presa male? E se invece di un problema meccanico della maglia gialla il problema è, come successo un paio di mesi fa, che il ciclista in maglia rosa deve fermarsi a fare la cacca, probabilmente perché si è alimentato male?

Tra l’altro, proprio nella nona tappa è poi successo che alla fine, quando restavano pochi corridori in testa e pochi chilometri prima dell’arrivo uno di loro – il colombiano Rigoberto Uran – abbia avuto un problema meccanico che, in breve, lo ha obbligato a usare un rapporto molto duro. Uran non si è fermato per cambiare bicicletta – perché non era in maglia gialla e nessuno lo avrebbe aspettato – ed è poi riuscito a vincere quella tappa in volata.

Insomma: quella sui problemi meccanici della maglia gialla è una regola non scritta che non tutti ritengono vada rispettata, e proprio perché non scritta non si può capire bene quando possa essere valida e quando no, perché c’è una grande zona grigia, soggettiva e decisa in base alla situazione. È uno di quei casi in cui ogni opinione può essere giusta, in cui ognuno può trovare elementi a favore della sua tesi, in cui è facile trovare qualcosa per controbattere. Intanto se ne parla – gli italiani sono generalmente pro-Aru, ma probabilmente proprio perché c’è un italiano di mezzo; gli stranieri meno – e immaginate quanto se ne potrebbe parlare se Aru dovesse perdere il Tour per una manciata di secondi, quelli che avrebbe potuto guadagnare – ma c’è sempre quella questione dei “se” e dei “ma” – se avesse continuato il suo attacco.