Recep Tayyip Erdogan (Sascha Schuermann/Getty Images)
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  • martedì 27 giugno 2017

Nessuno ha mai avuto così tanti soldi dall’Europa come la Turchia

E nessuno, malgrado servissero a quello, li ha mai usati così poco per rafforzare la propria democrazia: come è successo?

Recep Tayyip Erdogan (Sascha Schuermann/Getty Images)

Dal 2007 a oggi la Turchia ha ricevuto dall’Unione Europea circa un miliardo di euro per sviluppare le sue istituzioni democratiche e la sua società civile. Il denaro ricevuto dalla Turchia fa parte di uno strumento chiamato “Pre-accession Assistance” (IPA), cioè un meccanismo di finanziamento predisposto dall’Unione Europea per i paesi candidati a diventarne membri. Nello stesso periodo il governo turco ha avuto accesso ad altri finanziamenti, sempre nell’ambito di IPA ma diretti verso altri settori (ambiente, trasporti, economia, per esempio): in totale dal 2007 al 2013 sono stati allocati per la Turchia 4,8 miliardi di euro, più del 40 per cento di tutti i soldi predisposti dall’Unione Europea per questo programma; altrettanti fondi sono stati preposti per il periodo 2014-2020. Nessun altro stato ha mai ricevuto così tanti soldi dall’Unione Europea tramite lo strumento dell’IPA, e nessun altro ha mostrato così poco interesse a usare i finanziamenti per lo sviluppo delle proprie istituzioni democratiche. Il processo di adesione della Turchia all’Unione Europea, cioè il motivo per cui il governo turco ha potuto usufruire dei fondi IPA, è una delle questioni più complesse che ha dovuto affrontare l’Unione Europea negli ultimi anni.

La Turchia fu riconosciuta ufficialmente come candidato per la piena appartenenza all’Unione Europea nel dicembre 1999, anche se le negoziazioni cominciarono solo nell’ottobre 2005. Da allora il processo di adesione è andato molto a rilento: dal 2006 a oggi Turchia e Unione Europea hanno aperto i negoziati su solo 16 dei 35 settori nei quali il governo turco deve dimostrare di essersi adeguato alla legislazione e ai principi europei. I settori sono i cosiddetti “chapters” e riguardano per esempio le politiche energetiche, la libertà di movimento dei lavoratori, il rispetto dei diritti umani e così via: dei 16 “chapters” aperti, solo uno finora è stato chiuso.

A volere fare semplice, negli ultimi dieci anni l’Unione Europea ha vissuto due momenti distinti nei confronti della Turchia. Il primo, durato fino a pochi anni fa, è stato contraddistinto dalla grande speranza che la Turchia potesse diventare un “modello” per altri stati a maggioranza islamica: sembrava che l’allora primo ministro turco Recep Tayyip Erdoğan, oggi presidente, fosse riuscito a stabilire un governo democratico pur mantenendo alcuni aspetti dell’Islam nelle istituzioni, impressione che indusse diverse forze politiche europee a mettere da parte temporaneamente le proprie diffidenze. I grandi finanziamenti tra il 2007 e il 2013 destinati alla Turchia tramite lo strumento dell’IPA sono spiegabili soprattutto a partire queste riflessioni. C’è un altro dato di cui tenere conto, più immediato: la Turchia è molto grande e molto popolata. Finanziare riforme che rafforzino le istituzioni democratiche in Turchia non è la stessa cosa che finanziarle per esempio in Croazia, che dal 2013 è uno stato membro della UE.

Il secondo momento ha raggiunto il suo culmine dopo il tentato colpo di stato del luglio scorso, ma era già cominciato nei mesi precedenti con il costante tentativo di Erdoğan di accentrare su di sé sempre più poteri. Dopo il tentato colpo di stato, sventato dal governo, Erdoğan ha avviato un processo repressivo senza precedenti: ha fatto arrestare decine di migliaia di persone, licenziato più di 100mila impiegati pubblici e chiuso oltre 2mila scuole accusate di diffondere le idee di Fethullah Gülen, un religioso turco che dal 1999 è in esilio autoimposto negli Stati Uniti e che Erdoğan considera l’organizzatore del golpe. Il governo turco ha anche chiuso la maggior parte dei quotidiani e riviste di opposizione, arrestato decine di giornalisti e minacciato la reintroduzione della pena di morte. La situazione è ulteriormente peggiorata prima del referendum del 16 aprile, quello che ha introdotto in Turchia un sistema presidenziale: in campagna elettorale Erdoğan ha detto cose molto dure contro l’Europa, per esempio accusando di nazismo olandesi e tedeschi. Nessuna di queste cose può essere considerata compatibile con i principi e le leggi dell’Unione Europea.

Il 24 novembre 2016 il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione non vincolante per chiedere la sospensione temporanea dei negoziati sull’adesione della Turchia all’Unione Europea. In un comunicato diffuso dai parlamentari europei, si legge: «La Turchia è un importante partner dell’Unione Europea. Ma in una partnership la volontà di cooperare deve arrivare da entrambe le parti. La Turchia non sta mostrando questa volontà politica e le azioni del governo turco stanno allontanando sempre di più la Turchia dal suo cammino europeo». Lo scorso aprile Kati Piri, parlamentare europea responsabile degli accordi con la Turchia, ha detto che se Erdoğan avesse implementato la nuova Costituzione con lo stesso testo con cui era stata approvata al referendum, l’Unione Europea avrebbe dovuto chiudere definitivamente i negoziati sulla membership con la Turchia: secondo Piri, infatti, la nuova Costituzione renderebbe la Turchia uno stato autoritario. Il 20 giugno anche la Commissione per gli affari esteri del Parlamento europeo ha votato un documento per chiedere alla Commissione europea e ai governi nazionali degli stati membri di sospendere formalmente i negoziati di adesione con la Turchia. Per ora non c’è stata alcuna decisione ufficiale, anche se di fatto i negoziati non vanno più avanti da un pezzo. Il governo turco sta continuando a ricevere i fondi IPA sotto un programma che si riferisce al periodo compreso tra il 2014 e il 2020 (IPA II), ma le cose potrebbero cambiare se l’Unione Europea decidesse di sospendere i negoziati di adesione.

Ci sono diversi motivi che finora hanno spinto l’Europa a non interrompere formalmente i negoziati: il più importante è che la Turchia è al centro di due delle questioni di sicurezza oggi più importanti per i paesi europei, i migranti e il terrorismo. Ad aprile 2016 è entrato in vigore l’accordo sui migranti tra Turchia e Unione Europea (su cui si discute se sia vincolante o meno), che di fatto ha bloccato il flusso di migranti verso l’Europa attraverso la cosiddetta “rotta balcanica”. È già capitato che Erdoğan minacciasse di far saltare l’accordo per ottenere delle cose dall’Unione Europea, e potrebbe rifarlo nel caso si decidesse per la sospensione dei fondi IPA. L’Europa conta sempre di più sulla Turchia anche per il monitoraggio di sospetti terroristi, in particolare dei cittadini stranieri che negli ultimi anni sono andati in Iraq e in Siria a combattere il jihad e che poi sono tornati nel loro paese con l’obiettivo di fare attentati terroristici. La Turchia – paese nel quale i cittadini della UE possono entrare senza alcun visto – è un territorio di passaggio per i foreign fighters: controllare lì i loro movimenti significa fare un pezzo del lavoro per fermare i terroristi in Europa.

La questione dei fondi dell’Unione Europea alla Turchia è finita anche all’attenzione della Corte dei Conti europea, cioè quell’istituzione dell’Unione Europea che si occupa di esaminare i conti di tutte le entrate e le uscite dell’Unione e dei suoi organi. La Corte ha avviato un procedimento per valutare lo strumento IPA nella fase pre-adesione della Turchia nell’Unione Europea, cioè verificare se la gestione e la collocazione dei fondi è stata efficace (PDF). A marzo è stato elaborato un primo studio, ma i risultati dell’indagine della Corte dei Conti non si avranno prima del 2018.

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