Un poliziotto durante le proteste contro Maduro, Caracas, 26 aprile 2017 (CARLOS BECERRA/AFP/Getty Images)
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  • giovedì 27 Aprile 2017

Il Venezuela vuole ritirarsi dall’Organizzazione degli Stati Americani

Cosa né semplice né immediata: il presidente Nicolás Maduro è sempre più isolato, intanto continuano le proteste dell'opposizione

Un poliziotto durante le proteste contro Maduro, Caracas, 26 aprile 2017 (CARLOS BECERRA/AFP/Getty Images)

Ieri il governo del Venezuela ha annunciato di voler avviare le pratiche per ritirarsi dall’Organizzazione degli Stati Americani (OSA), un’organizzazione internazionale che comprende 35 stati delle Americhe. Da settimane il segretario generale dell’OSA, Luis Almagro, accusa il presidente socialista Nicolás Maduro, al potere dal 2013 dopo la morte di Hugo Chávez, di aver trasformato il Venezuela in una dittatura.

La ministra degli Esteri del Venezuela, Delcy Rodríguez, ha detto che oggi presenterà una richiesta formale all’OSA per iniziare le procedure di uscita, che dureranno comunque ventiquattro mesi. Rodriguez ha anche parlato dell’OSA come di un’organizzazione legata al governo americano, da sempre nemico del Venezuela socialista: «L’OSA ha insistito con le sue azioni intrusive contro la nostra sovranità e dunque procederemo a ritirarci da questa organizzazione». E ancora: «Il nostro ritiro non sarà temporaneo. Ha a che fare con la dignità del nostro popolo». Mercoledì Almagro aveva convocato una riunione dell’OSA per organizzare in breve tempo un vertice dei ministri degli Esteri dei paesi membri sulla crisi venezuelana. Inoltre, i paesi dei Caraibi che finora avevano beneficiato del petrolio venezuelano a prezzi vantaggiosi hanno di fatto abbandonato il loro vecchio alleato: all’interno dell’OSA si è dunque formata una maggioranza sfavorevole a Maduro.

Il 23 marzo scorso quattordici paesi americani avevano firmato una dichiarazione congiunta per chiedere al governo del Venezuela la liberazione dei prigionieri politici, il riconoscimento della legittimità delle decisioni del Parlamento venezuelano – l’Assemblea Nazionale, controllata da una coalizione di centrodestra all’opposizione – e la creazione di un calendario elettorale. In Venezuela le elezioni presidenziali sono previste per il dicembre 2018; le elezioni dei governatori e quelle amministrative dovevano invece svolgersi nel dicembre 2016, ma sono state rimandate al 2017 e non è ancora stata stabilita una data. Il testo era stato firmato da Argentina, Brasile, Canada, Cile, Colombia, Costa Rica, Stati Uniti, Guatemala, Honduras, Messico, Panama, Paraguay, Perù e Uruguay, tutti paesi che fanno parte dell’OSA.

Qualche giorno prima della dichiarazione congiunta, il segretario dell’OSA, Luis Almagro, aveva pubblicato un rapporto di 75 pagine sulla situazione politica venezuelana. Il rapporto diceva che l’attuale Venezuela è come una “dittatura”. Venivano chieste elezioni politiche «libere e trasparenti», da tenersi al più presto e alla presenza di osservatori internazionali; inoltre si chiedeva l’effettiva separazione dei poteri, il rispetto dello stato di diritto e delle istituzioni democratiche. Maduro aveva risposto accusando Almagro di voler promuovere «un intervento internazionale» contro il suo governo e aveva annunciato in un discorso pubblico che i principali responsabili di questa situazione erano le opposizioni: a suo parere, è contro di loro che l’OSA sarebbe dovuta intervenire. La ministra Rodríguez aveva a sua volta accusato diversi paesi dell’OSA di agire insieme contro il suo governo per «soddisfare gli interessi di Washington».

La situazione economica e politica del Venezuela è disastrosa da tempo. Nelle principali città del paese si tengono periodicamente manifestazioni violente di protesta contro il governo, che solo dall’inizio di aprile hanno provocato la morte di 29 persone: uno studente di 20 anni è morto ieri a Caracas colpito al petto da un lacrimogeno lanciato dalla polizia e la sera prima un ragazzo di 22 anni era morto a Valencia, nel nord, colpito da un proiettile. Le ultime proteste stanno coinvolgendo anche gli abitanti dei quartieri più poveri e delle baraccopoli, storicamente solidali con la rivoluzione socialista dell’ex presidente Hugo Chávez e con il governo di Maduro; hanno inoltre il sostegno internazionale e sono organizzate dalle opposizioni che hanno superato le loro divisioni e si sono coalizzate per raggiungere l’obiettivo di far cadere il governo.

(Forse il Venezuela si è davvero stufato di Maduro)

L’OSA è stata creata nel 1948. Le procedure di uscita prevedono che la transizione duri due anni. All’articolo 143 della Carta dell’OSA si dice anche che il paese potrà andarsene «dopo aver adempiuto ai propri obblighi e uno di questi prevede che il paese uscente azzeri il proprio debito con l’organizzazione: quello del Venezuela si aggira attorno agli 8 milioni di dollari. Anche se il Venezuela iniziasse il processo per uscire dall’OSA, l’organizzazione potrebbe comunque decidere di fare la prima mossa e sospenderlo. Perché questo avvenga, dovrebbe essere convocata un’Assemblea generale straordinaria e due terzi dei 35 stati membri dovrebbero votare a favore: questa situazione si è già verificata con Cuba nel 1962 e con l’Honduras dopo il colpo di stato del 2009. Entrambi i paesi sono poi stati riammessi nell’OSA e oggi ne fanno parte.

Non è invece mai avvenuto il contrario, che cioè fosse un paese a chiedere il ritiro dall’OSA. Per ora, comunque, l’organizzazione ha deciso di convocare i ministri degli Esteri dei paesi membri, ma non si tratta dell’Assemblea straordinaria che ha il potere di sospendere un paese. Alcuni esperti ritengono tuttavia che quell’incontro sarà una specie di pre-convocazione dell’Assemblea straordinaria. Mercoledì 26 marzo avevano votato a favore della convocazione di un incontro con i ministri degli Esteri 19 paesi, compresi Argentina, Brasile, Canada, Cile, Colombia e Costa Rica. Avevano invece votato contro: Venezuela, Antigua e Barbuda, Bolivia, Dominica, Ecuador, Haiti, Nicaragua, Saint Kitts e Nevis, Saint Vincent e Grenadine, Suriname.