(AP Photo/Emrah Gurel)
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  • giovedì 13 Aprile 2017

La Turchia a tre giorni dal referendum

Domenica i turchi dovranno votare sul referendum proposto dal presidente Erdoğan che, secondo molti, trasformerà il paese in uno stato autoritario

(AP Photo/Emrah Gurel)

Domenica 16 aprile in Turchia si voterà un referendum per decidere se approvare o respingere una riforma della Costituzione voluta dal presidente Recep Tayyip Erdoğan. La riforma prevede di allargare molto i poteri del presidente e, secondo molti osservatori, la sua approvazione trasformerà definitivamente la Turchia in uno stato autoritario. La riforma sarà trasformata in legge se il 50 per cento più uno dei votanti si esprimerà per il Sì. Il referendum si svolgerà durante lo “stato di emergenza” proclamato dopo il tentativo di colpo di stato dello scorso luglio e ancora in vigore.

La campagna elettorale è stata molto combattuta, con i sostenitori del No spesso ostacolati dalla polizia o dai sostenitori di Erdoğan. Ci sono stati numerosi casi di violenze e intimidazioni. I sostenitori del Sì, invece, hanno avuto ampio accesso alle risorse dello Stato, alle televisioni e ai giornali. Il governo turco ha anche cercato di raggiungere i circa 1,4 milioni di turchi che vivono in Europa, inviando ministri e altri esponenti a fare propaganda nelle grandi città europee e scontrandosi, anche violentemente, con i governi che hanno impedito questi comizi. Secondo la media degli ultimi otto sondaggi sui risultati del voto fatta dall’agenzia di stampa Reuters, il Sì al referendum è circa al 50,8 per cento.

Le riforma consiste in 18 articoli che se approvati trasformeranno la Turchia in una repubblica presidenziale. Oggi il presidente della Turchia gode soprattutto di poteri formali ma Erdoğan, grazie al suo carisma, alle sue alleanze politiche e al suo controllo sugli apparati dello stato, ha di fatto esteso il ruolo del presidente facendolo diventare il controllore del governo. Se venisse approvata la riforma, il presidente della repubblica in Turchia diventerebbe il capo dello stato e contemporaneamente il capo del governo: avrebbe il potere di nominare e rimuovere uno o più vice-presidenti e i ministri del governo, e far approvare un certo numero di leggi per decreto, oltre a nominare direttamente la maggioranza dei giudici che siedono nella Corte suprema. Secondo alcune interpretazioni giuridiche, creando un nuovo incarico presidenziale la riforma farebbe anche ripartire il conteggio del numero massimo di mandati che un singolo individuo può svolgere. Con le attuali leggi Erdoğan dovrebbe lasciare l’incarico entro il 2024; con la riforma potrebbe riuscire a farsi eleggere ancora una volta e ritirarsi soltanto nel 2029.

I vari articoli della riforma sono stati tutti approvati dal Parlamento lo scorso gennaio con una maggioranza di tre quinti, che richiede che la legge sia confermata da un referendum popolare. Erdoğan non è riuscito a ottenere la maggioranza di due terzi che gli avrebbe permesso di implementare immediatamente la riforma (prima del voto, però, aveva detto che avrebbe sottoposto in ogni caso la legge al voto popolare). I partiti che hanno votato Sì alla riforma sono l’AKP di Erdoğan e il partito nazionalista MHP. Il partito di centrosinistra CHP ha votato No insieme ad alcuni “dissidenti” dell’MHP. L’HDP, il partito che rappresenta la minoranza curda, non ha partecipato ai lavori parlamentari dopo che la polizia ha arrestato una decina dei suoi membri con accuse di terrorismo.

Erdoğan è diventato capo del governo turco per la prima volta nel 2003. Da allora ha svolto quattro mandati da primo ministro insieme al suo partito, l’AKP, una formazione centrista di ispirazione islamica. Nel 2014 è stato eletto presidente della Repubblica. Negli ultimi anni sono emerse con sempre maggior forza le sue tendenze autoritarie e i suoi tentativi di mettere sotto diretto controllo i vari apparati dello stato, come polizia, magistratura e servizi di sicurezza. Dopo il fallito colpo di stato del luglio dell’anno scorso, Erdoğan ha attuato una vasta repressione facendo arrestare o licenziare migliaia di impiegati pubblici, perseguitando i giornalisti ostili e i politici dell’opposizione. Erdoğan ha condotto una campagna particolarmente dura contro l’opposizione dei curdi dell’HDP, soprattutto dopo che, nell’estate del 2015, il gruppo armato che lotta per l’indipendenza del Kurdistan turco, il PKK, ha ricominciato le ostilità contro l’esercito turco.