(Riccardo De Luca / Anadolu Agency)
  • Italia
  • martedì 4 aprile 2017

Le nuove regole per i migranti

Come cambia l'accoglienza con il nuovo ministro dell'Interno Minniti, che è allo stesso tempo molto apprezzato e molto criticato

(Riccardo De Luca / Anadolu Agency)

Secondo un sondaggio di IPR Marketing, il ministro dell’Interno Marco Minniti è il secondo verso il quale gli italiani hanno più fiducia, dopo quello dei Trasporti Graziano Delrio. Minniti, storico dirigente del PD, si è fatto apprezzare, anche da opinionisti ed esponenti del centrodestra, soprattutto per il suo atteggiamento duro e deciso su temi come ordine pubblico e immigrazione. «Sicurezza non è una parola che deve essere lasciata alla destra», ha detto Minniti in un’intervista al Foglio. Per gli stessi motivi, però, Minniti è altrettanto criticato. La sinistra radicale, le ONG che si occupano di accoglienza dei migranti e molti esponenti del mondo cattolico accusano le sue politiche nei confronti dei migranti di essere poco umanitarie e poco efficaci, fatte soprattutto a beneficio dei giornali e dell’opinione pubblica.

Proprio in questi giorni il Parlamento sta discutendo quello che fino a oggi è il più importante intervento del ministro su questo tema, il cosiddetto decreto “Minniti-Orlando”, scritto in collaborazione con il ministro della Giustizia e candidato alle primarie del PD Andrea Orlando. Dopo essere stato approvato dal governo lo scorso febbraio, il decreto è stato confermato la scorsa settimana con un voto di fiducia in Senato. Nei prossimi giorni il decreto dovrebbe essere confermato anche dalla Camera.

Il decreto ha l’obiettivo di rendere più semplici le espulsioni di migranti che si trovano irregolarmente in Italia e di accelerare la gestione delle richieste di asilo, un procedimento che oggi dura spesso più di un anno. È uno dei provvedimenti più importanti tra quelli promossi dal governo Gentiloni ed è stato uno dei primi ad essere annunciato. A parlarne per primo fu lo stesso Minniti, lo scorso gennaio, nel corso di un intervento alla Camera. Il decreto, allora accennato soltanto per sommi capi, fu subito accolto favorevolmente da molti giornali e opinionisti, che apprezzarono la decisione e la rapidità del ministro nell’agire sul tema dell’immigrazione: bisogna tenere conto qui che poche settimane prima c’era stato l’attacco di Berlino e l’uccisione del terrorista Anis Amri in provincia di Milano.

La principale misura contenuta nel decreto è la creazione di una nuova rete di centri per espellere migranti irregolari dal territorio italiano. L’attuale sistema è basato su sei “Centri di identificazione ed espulsione” (CIE) dove i migranti vengono trattenuti prima di essere espulsi dal territorio italiano. Attualmente il sistema ha una capienza di circa seicento posti. Il CIE più grande è quello di Roma, che ha circa 250 posti. I CIE sono da anni molto criticati perché ospitano i migranti in condizioni poco dignitose, che più volte hanno causato rivolte e scontri con la polizia. Il decreto prevede di sostituire i CIE con diciotto centri più piccoli, i “Centri di permanenza per il rimpatrio” (CPR), ognuno con una capienza di circa cento posti, tutti situati lontano dai centri urbani e in prossimità degli aeroporti. Grazie a questo sistema, il governo spera di riuscire ad aumentare il numero delle espulsioni, che oggi sono poche: lo scorso anno sono state appena cinquemila, una frazione delle decine di migliaia di migranti irregolari che si stima vivano in Italia. La difficoltà nell’effettuare espulsioni è un problema comune per tutti i paesi che hanno ricevuto grandi afflussi di migranti negli ultimi anni. Alla fine del 2015, per esempio, il governo svedese promise di rimpatriare 60 mila immigrati irregolari, ma in tutto il 2016 non è riuscito a espellerne più di diecimila. La Germania, che nel corso del 2016 ha respinto 300 mila richieste di asilo, è riuscita ad espellere appena 25 mila persone. Le difficoltà di mettere in atto alti numeri di espulsioni sono in genere il costo e la difficoltà di organizzare i viaggi di rimpatrio, i problemi nell’identificare la nazionalità dei migranti e l’ostruzionismo dei paesi di origine che, in genere, preferiscono non dover riaccogliere le persone espulse dall’Europa.

Nel corso di un’audizione alla commissione Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani del Senato, Minniti ha detto che con il nuovo sistema gli attuali problemi saranno superati e che i nuovi CPR saranno «tutta un’altra cosa rispetto ai vecchi CIE». Il presidente della commissione, il senatore del PD Luigi Manconi, noto e competente critico del sistema dei CIE, ha spiegato al Post di non essere del tutto convinto dalle parole di Minniti: «Non è indicato in alcun modo perché i nuovi CPR dovrebbero essere più efficienti dei CIE, come non è chiaro perché dovrebbero essere più rispettosi dei diritti umani». Secondo Manconi i nuovi CPR hanno più che altro uno scopo di immagine: «A mio avviso questi centri hanno una funzione prevalentemente propagandistica, di natura politico-elettorale». Manconi e il senatore Walter Tocci sono stati gli unici esponenti del PD a votare contro il decreto Minniti la scorsa settimana.

Micaela Campana, deputata e responsabile immigrazione del PD, parlando con il Post, ha detto che il decreto Minniti non è di destra e che «Bisogna guardarlo nella sua complessità». Per quanto riguarda le espulsioni, ad esempio, il decreto Minniti è solo una parte dell’opera del governo, che si muove contemporaneamente anche per modificare i regolamenti europei e per stringere accordi con i paesi di provenienza dei migranti, in modo da facilitare i rimpatri. «Non penso – ha detto Campana – che si possa dare un giudizio su un lavoro che è ancora in corso».

Il decreto prevede altri due interventi importanti, che hanno lo scopo di rendere più rapido il sistema di gestione delle richieste d’asilo. Oggi le richieste di asilo vengono gestite con un sistema diviso in tre gradi di giudizio, come tutte le altre procedure presenti nel nostro sistema (dai processi penali ai ricorsi amministrativi). Il primo grado è costituito da una serie di commissioni territoriali a cui il migrante fa la prima richiesta di asilo politico. In caso di respingimento della domanda, i migranti possono fare ricorso al tribunale ordinario e poi, in caso di un secondo diniego, possono rivolgersi alla Corte d’appello. È un sistema farraginoso, che negli ultimi anni non è stato in grado di gestire rapidamente l’alto numero di richieste d’asilo arrivate nel nostro paese. Il ministro Orlando ha detto che soltanto nei primi cinque mesi del 2016 ci sono state 15 mila richieste di appello. Secondo il presidente della commissione Nazionale asilo, circa il 60 per cento delle richieste di appello viene accolto. Per sveltire le procedure, il decreto ha eliminato il “terzo grado di giudizio” per i migranti, impedendo loro di fare ricorso alla Corte d’appello. È stata anche semplificata la procedura di “secondo grado”, il ricorso al tribunale: il giudice deciderà senza parlare con il richiedente, ma limitandosi a guardare una videoregistrazione dell’udienza nella commissione.

Secondo i critici, il decreto potrebbe sveltire le procedure di richiesta di asilo, ma al prezzo di creare una giustizia separata per i migranti, dotati così di minori garanzie. «Il decreto ha due gravi pecche», ha spiegato al Post Marco De Ponte, segretario nazionale dell’ONG ActionAid Italia: «Primo, non permette più ai richiedenti di fare appello contro la decisione: di fatto, li rende oggetto di una giustizia minore. Secondo, nella fase di udienza non è più possibile sentire la persona direttamente interessata, il migrante. Questo porta a risparmi in termini di tempo, ma costituisce una lesione di diritti di persone che dovrebbero avere la possibilità di dimostrare appieno le ragioni per cui sono arrivate in Italia». Anche Caritas ha criticato il decreto: una settimana fa, il direttore Francesco Soddu ha commentato con un comunicato ufficiale: «Non possiamo che esprimere un giudizio altamente negativo perché i diritti della persona devono essere comunque salvaguardati». È dello stesso parere Giuseppe Schiavone, vice-presidente dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione, che ha detto al Post: «Il nostro giudizio è seccamente negativo: siamo di fronte a un esecutivo che rincorre le paure senza proporre nessuna soluzione innovativa e, in alcuni casi, peggiorando la situazione».

La creazione dei nuovi CPR e le nuove procedure di richiesta d’asilo sono, secondo i critici, un segno che Minniti e il governo hanno deciso di trattare l’immigrazione come un problema principalmente di sicurezza, che può essere risolto con un numero più alto di espulsioni, processando più rapidamente le richieste d’asilo, ma senza incidere più in profondità nelle cause che generano il fenomeno migratorio. Secondo De Ponte di ActionAid l’approccio scelto dal ministro Minniti «può funzionare nel breve periodo, ma non si possono nascondere i problemi. Il flusso di migranti è un fattore permanente, non è un’emergenza. Bisogna superare l’approccio del controllo, creare vie d’accesso ordinarie per chi ne ha diritto, in modo da togliere il controllo delle rotte alla malavita così da garantire l’arrivo del flusso ordinato di persone di cui l’Europa ha bisogno».

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