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  • venerdì 31 marzo 2017

Il sistema sta funzionando, con Trump?

In molti temevano che la democrazia americana potesse essere davvero a rischio dopo la sua elezione: invece pesi e contrappesi stanno funzionando

(Win McNamee/Getty Images)

Prima e dopo il giorno in cui si sono tenute le elezioni presidenziali americane, molti giornalisti e commentatori americani e internazionali avevano avvertito dei rischi che avrebbero corso gli Stati Uniti eleggendo un presidente controverso e dai modi autoritari come Donald Trump. «Se Trump sarà eletto, c’è una buona possibilità che l’esperimento americano sia finito. […] Nessun paese si riprende davvero, dopo essere stato governato da un nazionalista autoritario e instabile», scriveva il rispettato commentatore americano Adam Gopnik sul New Yorker. Altrove, i toni erano simili.

Almeno fino ad oggi, però, il sistema americano di pesi e contrappesi a quello del presidente sta funzionando molto bene: diversi tribunali hanno bloccato il contestato ordine esecutivo di Trump sull’immigrazione, le agenzie di intelligence hanno aperto inchieste sui rapporti tra il suo comitato elettorale e il governo russo, e una parte dei Repubblicani al Congresso ha bloccato la riforma di Obamacare proposta dal partito ma appoggiata dallo stesso Trump. «Il fatto più importante della presidenza Trump è che i normali pesi e contrappesi del sistema americano stanno funzionando quasi alla perfezione», ha scritto di recente lo staff di editorialisti del Wall Street Journal.

Questo non vuol dire che il rischio non sia ancora presente, naturalmente: in questi mesi Trump ha dimostrato più volte di avere un concetto distorto della libertà di stampa, di interessarsi molto poco di politica e legislazione, e di fornire informazioni contrastanti o ambigue ogni volta che parla dei suoi rapporti con la Russia o Vladimir Putin. Va detto però che la scarsa esperienza politica di Trump e dei suoi collaboratori, dopo essere stata probabilmente un vantaggio in campagna elettorale, non gli ha permesso di tradurre su un piano pratico diverse cose che aveva minacciato di fare. Al momento il tratto distintivo dell’amministrazione Trump, infatti, non è stata la presunta tendenza verso l’autoritarismo, bensì la confusione dimostrata in più occasioni.

Insomma, Trump ci ha messo anche del suo: ma resta il fatto che oltre a dover far fronte alle proprie difficoltà, ha subìto anche una fortissima opposizione sia istituzionale sia politica. L’opposizione più significativa per la tenuta del “sistema” è la prima: quella di tribunali e agenzie di intelligence.

Uno dei provvedimenti più controversi introdotti finora dall’amministrazione Trump, il cosiddetto “travel ban”, è stato bloccato nel giro di una sola settimana: il divieto è stato introdotto il 27 gennaio, e venerdì 3 febbraio un tribunale di Seattle che ha imposto una sospensione temporanea del divieto; l’amministrazione ha fatto ricorso, poi respinto dalla corte d’Appello di San Francisco. Diversi altri tribunali, nei giorni successivi, hanno contestato la misura. Una volta che l’amministrazione Trump stava per presentare una forma più ammorbidita dello stesso decreto, un giudice delle Hawaii ha sospeso la sua validità in tutto il paese, un giorno prima che entrasse in vigore. Uno scontro del genere tra il presidente degli Stati Uniti e il sistema giudiziario non era mai successo nella storia recente degli Stati Uniti: Trump ha reagito usando i suoi soliti toni aggressivi ed espliciti, lasciando intendere che percepisce il potere giudiziario come un nemico e che nei prossimi anni il rapporto fra giudici e tribunali sarà molto teso.

È ufficiale da pochi giorni, ma già da settimane sapevamo invece che l’FBI sta indagando sull’ingerenza del governo russo nella campagna elettorale americana, e che questa indagine riguarda in parte anche i contatti fra lo staff di Trump e alcuni funzionari russi. All’inizio di febbraio Reuters ha raccontato che sono almeno tre le indagini in corso. Durante la sua audizione al Congresso, il direttore dell’FBI non è sceso nel dettaglio, ma ha spiegato che l’indagine va avanti da luglio 2016 e che riguarda più persone nello staff di Trump. Comey ha spiegato che non è ancora in grado di sapere quando si concluderà l’indagine. Trump si è lamentato più volte dell’indagine, e poche ore fa – difendendo Michael Flynn, suo ex consigliere che si era dimesso dal suo incarico per l’ammissione di aver trattato con la Russia prima dell’insediamento della nuova amministrazione – ha definito l’intera vicenda una “caccia alle streghe” organizzata dai giornali e dai Democratici.

Mentre non c’erano moltissimi dubbi sul fatto che tribunali e agenzie di intelligence potessero funzionare da eventuali contrappesi, ce n’era qualcuno in più sul Congresso: di solito i nuovi presidenti entrano in carica con un grado di popolarità e un credito politico molto elevati, e mettersi contro di loro può risultare impopolare e poco produttivo. Da qualche anno, fra l’altro, i Repubblicani controllano sia la Camera sia il Senato, cosa che faceva temere a molti che il Congresso sarebbe stato in qualche modo costretto ad assecondare Trump.

Al primo importante passaggio legislativo della nuova amministrazione – la modifica della riforma sanitaria di Obama, che i Repubblicani criticano duramente da molti anni – non è andata così: la proposta di legge è stata osteggiata sia dall’ala più conservatrice del partito sia da quella moderata, ed è stata ritirata all’ultimo momento prima del voto per evitare una figuraccia di una sconfitta sia alla presidenza sia ai Repubblicani. La proposta Repubblicana era effettivamente molto debole e non aveva raccolto grandi consensi né dentro né fuori dal partito: molti avevano trovato delle basi per contestarla nel merito, e diversi esperti hanno raccontato di una legge assemblata in fretta in modo da rispettare una delle principali promesse della campagna elettorale (cioè l’abolizione di Obamacare). Anche in questo caso il sistema ha funzionato, quindi, agevolato dalla straordinarietà del profilo di Trump. George C. Edwards, che insegna scienze politiche alla Texas A&M University e si occupa soprattutto del ruolo della presidenza nella politica americana, l’ha spiegato molto chiaramente in una recente intervista a Vox.

In pratica, Trump non ha nessuna carta in mano; spesso i singoli parlamentari sono più popolari di lui, nei loro distretti [il tasso di approvazione è fermo da mesi intorno al 40 per cento], e quindi non pagano nessun prezzo politico quando si oppongono alle sue decisioni. È inoltre davvero difficile per Trump convincere i membri del Congresso quando è così evidente che non sa nulla sui temi più importanti. Anche quando i presidenti capiscono i provvedimenti di cui si sta parlando, è difficile convincere i membri del Congresso [a stare dalla propria parte]. Quando un presidente è sia impopolare sia disinformato, è quasi impossibile.

Al di là dell’inadeguatezza sua e di chi gli sta intorno, Trump è riuscito a catalizzare tutta una serie di altre opposizioni, alcune delle quali si rinforzano a vicenda: è il caso delle numerose resistenze nella burocrazia federale che sta incontrando la nuova amministrazione grazie ai suoi metodi spesso spicci e poco tradizionali, che molto probabilmente è la ragione per cui così tanti documenti e informazioni riservati stanno finendo nelle mani dei giornalisti (oltre alle divisioni interne nel circolo dello stesso Trump). Giornalisti che successivamente li usano in pezzi in cui illustrano le cattive condizioni dell’amministrazione e della presidenza, cosa che a sua volta indebolisce l’immagine pubblica di Trump e rende sempre più conveniente opporsi alle sue decisioni, e così via.

Non sarà facile bilanciare questi contrappesi, anche se trasformare l’opposizione del cosiddetto establishment in consenso personale e successi è stato finora il più grande merito di Trump: sono passati poco più di sei mesi da quando ha vinto a sorpresa le elezioni presidenziali con l’ostilità esplicita della stragrande maggioranza dei giornali, delle celebrità e dei personaggi politici più in vista del paese.

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