(Peer Grimm/picture-alliance/dpa/AP Images)
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  • mercoledì 22 marzo 2017

Mario Cipollini, velocista

Compie oggi 50 anni ed è stato uno dei più forti di sempre e uno di quelli che si è più fatto notare

(Peer Grimm/picture-alliance/dpa/AP Images)

Mario Cipollini fa parte di quel piccolo gruppo di atleti che sono stati capaci di essere i più forti in quello che fanno e che allo stesso tempo si fanno notare per come lo fanno, perché sono particolari, simpatici, mediatici (anche se, magari, a volte esagerati). Restando in Italia, di questo gruppo fanno parte Alberto Tomba e Valentino Rossi, per capirci. Mario Cipollini – che compie 50 anni oggi – è stato qualcosa di simile: si può non seguire il ciclismo, si può non sapere bene cosa e quanto abbia fatto, ma è molto difficile non conoscerlo. Nonostante gran parte dei suoi anni migliori siano coincisi con i migliori anni di Marco Pantani, e nonostante facesse qualcosa di diverso: Pantani emozionava, vinceva Giri e Tour, era uno scalatore; Cipollini è stato un velocista, un grandissimo velocista.

Cipollini ha saputo farsi notare fuori e dentro al ciclismo, e intanto ha vinto tantissimo: un Mondiale, una Milano-Sanremo, 42 tappe del Giro d’Italia, tre della Vuelta di Spagna e 12 del Tour de France. Per tre volte ha poi vinto la classifica a punti del Giro d’Italia, quella in cui si vince grazie ai piazzamenti (e non in base al tempo complessivo con cui si sono percorse le tappe).

Vittorie a parte, Cipollini è stato un personaggio per certi versi paragonabile a quello che ora è Peter Sagan, uno che  di recente, dopo aver perso per un pelo la Milano-Sanremo ha detto che non fa niente, che l’importante è dare spettacolo per il pubblico. Cipollini si è fatto notare soprattutto per gli indumenti – ha spesso usato abiti speciali, con disegni particolari (un po’ come Valentino Rossi fa con i suoi caschi), prendendo anche multe per questo –, per alcune polemiche con altri corridori, per il suo aspetto: con la folta chioma (“Re Leone” è stato il suo soprannome più usato) e i tanti muscoli. È stato un ciclista, ma è stato diverso.

Mario Cipollini, nato il 22 marzo a Lucca, è stato professionista dalla fine degli anni Ottanta fino al 2005 e ha attraversato diverse fasi del ciclismo: dagli anni di Gianni Bugno e Greg LeMond a quelli in cui già iniziavano a correre ciclisti che sono ancora in attività, anche se non più giovanissimi, come Vincenzo Nibali o Alberto Contador. Dagli anni in cui a fare le telecronache per la Rai era Adrian De Zan a quelli in cui quelle telecronache aveva già iniziato a farle Auro Bulbarelli.

Gli anni in cui Cipollini è stato uno dei più forti tra i velocisti in attività – per diversi anni nettamente il-più-forte – sono anche stati quelli in cui il ciclismo se l’è vista più brutta, per i molti casi di doping personale e seriale, di squadra: gli anni di Lance Armstrong, ma anche di diversi altri. Cipollini non è comunque mai stato squalificato per doping: nel 2013 si parlò di un caso che, secondo la Gazzetta dello Sport, lo riguardava, e lui negò.

Il mestiere di Cipollini

Cipollini è stato un velocista, uno dei più forti di sempre. I velocisti sono quei corridori che cercano di vincere in volata, cioè raggiungendo un’alta velocità nelle ultime decine o centinaia di metri di una tappa pianeggiante. Per essere velocisti bisogna avere molti muscoli, per sviluppare molta potenza in poco tempo: serve però anche avere la resistenza per fare i circa 200 chilometri che precedono quegli ultimi metri, restando in gruppo con gli altri corridori: come chiedere a un centometrista di fare quei cento metri dopo una maratona, più o meno. Cipollini è alto un metro e 91 centimetri e ai tempi in cui correva pesava circa ottanta chili; gli scalatori (quelli che vanno forte in salita e puntano in genere, se bravi anche a cronometro, a vincere i Grandi Giri) sono in genere più piccoli e molto più leggeri, con una muscolatura totalmente diversa.

Quindi: nelle tappe di montagna Cipollini non poteva che provare a resistere, arrivare anche qualche decina di minuti dopo i primi ed evitare di arrivare fuori tempo massimo. Nelle gare pianeggianti, o nelle salite in cui pensava di poter resistere nel gruppo, doveva invece chiedere alla sua squadra di evitare che altri andassero in fuga e prendessero troppo vantaggio, arrivare agli ultimi chilometri con un gruppo compatto e lì chiedere alla sua squadra di fare un treno. “Fare un treno” voleva e vuol dire chiedere ai compagni di squadra di un velocista di mettersi uno dietro l’altro lasciando come ultimo “vagone” il velocista. Uno dopo l’altro gli si tira la volata, dando il massimo per raggiungere un’alta velocità per poi farsi da parte e lasciare l’arduo compito a quello dietro. Così via fino a Cipollini, che dopo aver sfruttato la scia degli altri doveva fare il suo sprint. Facile, a leggerlo; più difficile a farlo, soprattutto perché si va a diverse decine di chilometri all’ora, con altre decine di ciclisti attorno che cercano di mettersi dietro, accanto o davanti a Cipollini, per sfruttare il suo treno o la sua scia.

La carriera di Cipollini

Cipollini è cresciuto a San Giusto di Compito, un paesino vicino a Lucca. Iniziò a correre da ragazzino, così come il fratello Cesare, di alcuni anni più grande, e dopo aver vinto circa 80 gare nel 1989 passò al professionismo, firmando un contratto con la Del Tongo, in cui qualche anno prima aveva corso Giuseppe Saronni, altro grande velocista italiano. In seguito Cipollini ha corso con la Mg-Bianchi (1992-1993), la Mercatone Uno-Saeco, la Saeco (la squadra in cui è rimasto dal 1996 al 2001, nel periodo migliore della sua carriera), l’Acqua&Sapone, la Domina Vacanze e la Liquigas Bianchi. Da professionista Cipollini ha disputato 17 stagioni, ottenendo 189 vittorie totali, battendo, di volta in volta, gente come Van Poppel Svorada, Zabel, O’Grady, McEwen e Petacchi (il miglior velocista italiano dal ritiro di Cipollini a oggi). Nella sua carriera Cipollini ha anche indossato per alcuni giorni la Maglia rosa del Giro d’Italia e la Maglia gialla del Tour de France, quelle del corridore che ci ha messo meno tempo a percorreref l’intero percorso fino a quel momento.

La sua maglia più importante è però quella iridata, che per un anno indossa il vincitore del Mondiale, una corsa di un giorno che si corre a Nazionali, ogni anno in un posto diverso e su un percorso diverso (per accontentare di volta in volta un po’ tutti, dagli scalatori ai velocisti). Nel 2002, quando già era abbastanza in là con gli anni, Cipollini vinse a Zolder, in Belgio, il Mondiale. Dopo un grande treno e una grandissima volata in cui batté i due migliori velocisti di quegli anni: l’australiano Robbie McEwen e il tedesco Eric Zabel.

Dopo il ritiro

Dopo il ritiro nel 2005 – e un breve periodo in cui nel 2008 tornò a correre, per l’americana Rock&Republic Racing – Cipollini si è messo a fare apprezzate biciclette da corsa e si è anche fatto vedere in tv, partecipando per esempio a Ballando con le stelle e alla seconda edizione di Si può fare!, entrambi sulla Rai. Di recente è stato intervistato sul Giornale e ha detto: «Il ciclismo italiano non c’è più, siamo il quarto mondo. Abbiamo solo Vincenzo Nibali, l’unico vero talento di cui possiamo disporre. Per il resto sono solo comparse». Ci sarebbe anche Fabio Aru, e al giornalista che gliel’ha fatto notare ha risposto: «Ci dia un segno. Siamo qui. Lo aspettiamo». Commentando la recente Milano-Sanremo ha invece detto: «Sagan è stato battuto soltanto da se stesso. Per eccesso di sicurezza. Se solo fosse partito un attimo dopo».

Recentemente si è parlato di Cipollini perché qualcuno lo criticò perché su Facebook metteva foto e video in cui andava in bici senza casco (non è obbligatorio, ma sarebbe sempre meglio metterlo, soprattutto se si va in bici da corsa), e lui rispose così, da Cipollini:

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