ALESSANDRO DI MEO/ANSA

Dieci partiti che abbiamo dimenticato

Pezzi della recente storia politica italiana, prodotti di scissioni litigi e personalismi, cose con sigle strane che – come NCD – hanno avuto purtroppo vita breve

ALESSANDRO DI MEO/ANSA

Sabato scorso, il ministro degli Esteri Angelino Alfano ha annunciato la trasformazione di Nuovo Centro Destra, il partito che guidava dall’autunno del 2013, quando lasciò Forza Italia, in Alternativa Popolare, un nuovo partito con cui intende partecipare alle prossime elezioni. La trasformazione del partito di Alfano è solo l’ultima di una lunga serie di mutamenti, cambi di nome, alleanza e simbolo che hanno attraversato numerosi partiti italiani nel corso della cosiddetta Seconda Repubblica. Abbiamo compilato una lista dei principali partiti che per qualche tempo sono sembrati a tutti davvero importanti per poi finire, più o meno, nel dimenticatoio: raccontandone la storia e ricordando alcuni grandi momenti. Cominciando dal simbolo di questi partiti dimenticati, Futuro e libertà.

Futuro e libertà
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Nacque nell’estate del 2010 in seguito ai durissimi contrasti tra l’allora presidente della Camera Gianfranco Fini e l’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi (in una famosa riunione, Fini rispose a un attacco di Berlusconi gridandogli dalla platea «Che fai, mi cacci?»). Inizialmente il partito contava su una trentina tra deputati e senatori, quasi tutti fuoriusciti dal PdL come Fini. FL aveva un orientamento liberale e laico e durante il resto della legislatura cercò di formare un polo di centro con altri gruppi centristi. Alle elezioni 2013 il partito appoggiò Mario Monti, ottenne appena lo 0,47 per cento dei voti e nel maggio dell’anno successivo si sciolse nella disattenzione di tutti.

L’attore Luca Barbareschi legge il manifesto di Futuro e Libertà; meno di tre mesi dopo lascerà il partito


La Destra
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Prima della nascita del PdL e poi di Futuro e Libertà, in seguito alla sconfitta del centrodestra nel 2006, il leader di Alleanza Nazionale Gianfranco Fini propose nel corso di una serie di eventi uno spostamento verso il centro del partito che avrebbe dovuto culminare con l’ingresso di AN nel Partito Popolare Europeo, la formazione transnazionale che raccoglie gran parte dei partiti centristi europei. In risposta, l’ex presidente della regione Lazio Francesco Storace lasciò AN per fondare La Destra, un partito di “destra destra”, come lo descrisse lui stesso. Alle elezioni del 2008, La Destra si presentò da sola, con Daniela Santanché candidata presidente del Consiglio. Le elezioni non andarono molto bene e da allora La Destra si è riavvicinata al partito di Berlusconi, riuscendo a far eleggere qualche rappresentante in alcuni enti locali. Lo scorso febbraio, La Destra si è sciolta all’interno del Movimento Nazionale per la Sovranità: Storace è presidente del nuovo partito mentre l’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno ne è il segretario.

Daniela Santanché, candidata presidente del Consiglio de La Destra durante una tribuna politica nel 2008


Italia dei valori
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L’Italia dei Valori venne fondata dall’ex magistrato Antonio di Pietro nel 1998. In precedenza Di Pietro era già stato per un anno ministro dei Trasporti nel governo Prodi e poi senatore. Il partito partecipò per la prima volta alle elezioni nel 2001, ottenendo un risultato di tutto rispetto: 1,4 milioni di voti, la stessa percentuale ottenuto dalla Lega Nord. Da allora, l’Italia dei Valori ha costituito per quasi un decennio un alleato minoritario, ma importante, di tutte le coalizioni di centrosinistra. Il programma del partito era confuso e poco chiaro su quasi tutti i temi tranne la giustizia, dove portava avanti molte delle istanze che poi sono state raccolte dal Movimento 5 Stelle, come la lotta alla casta e l’inasprimento delle pene per i reati commessi da manager e amministratori. L’Italia dei Valori si oppose con durezza a Silvio Berlusconi e criticò sempre tutti i tentativi dei suoi alleati più moderati di collaborazione con il centrodestra. Tra il 2011 e il 2013 ci furono una serie di scandali che coinvolsero Di Pietro e alcuni esponenti del partito (come Antonio Razzi e Domenico Scilipoti, che abbandonarono il partito per sostenere il governo Berlusconi). Alle elezioni del 2013 l’ascesa del Movimento 5 Stelle prosciugò definitivamente il suo bacino di voti. Oggi Di Pietro si è ritirato dalla vita politica e il partito ha ottenuto meno dell’1 per cento nelle città dove si è presentato alle amministrative dello scorso giugno.

Antonio Di Pietro commenta l’uscita dal partito di Antonio Razzi, nel novembre del 2010


Rivoluzione civile
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Fu una lista elettorale che si presentò alle elezioni del 2013. Fu fondata dall’ex magistrato Antonio Ingroia e comprendeva, tra gli altri, Italia dei Valori e diverse formazioni di sinistra radicale. Il suo programma ricalcava quello di Di Pietro e del Movimento 5 Stelle per quanto riguardava la giustizia, ma aveva posizioni chiaramente di sinistra radicale in campo economico. La lista ottenne numerosi appoggi da parte di personaggi famosi come Franco Battiato, Fiorella Mannoia, Sabina Guzzanti, Vauro e l’allora vicedirettore del Fatto Marco Travaglio, che disse che avrebbe votato M5S alla Camera e Rivoluzione Civile al Senato. Il risultato elettorale, però, fu molto deludente. La lista non superò la soglia di sbarramento né alla Camera e né al Senato. Rivoluzione Civile venne sciolta e, dopo pochi mesi, Ingroia decise di abbandonare la politica.

Antonio Ingroia propone di sequestrare il patrimonio di Silvio Berlusconi durante un comizio nel febbraio del 2013


UDEUR
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L’UDEUR venne fondato nel 1999 da Clemente Mastella, un potente politico campano con una lunga carriera nella Democrazia Cristiana e nei numerosi partiti che se ne contesero l’eredità. Nei primi anni duemila, l’UDEUR si occupò soprattutto di politica locale, ottenendo scarsi risultati alle Europee del 2004. Ma sul territorio si rivelò molto forte. Alle amministrative del 2005 ottenne il 7,5 per cento e Sandra Lonardo, moglie di Mastella, venne eletta presidente dell’assemblea regionale campana. Nel 2006, l’UDEUR si alleò con l’Unione guidata da Romano Prodi. L’Unione vinse per pochissimi voti le elezioni e si trovò con una risicatissima maggioranza in Senato. L’UDEUR non passò la soglia di sbarramento alla Camera e riuscì a eleggere soltanto tre senatori, ma Mastella riuscì ugualmente a ottenere uno dei ministeri più importanti, quello della Giustizia. I rapporti con il resto della coalizione, però, peggiorarono rapidamente. Spaventato dal tentativo degli altri partiti di introdurre un sistema maggioritario, che avrebbe annullato il potere dell’UDEUR, e in seguito a uno scandalo che coinvolse la moglie, Mastella si dimise. Pochi giorni dopo votò la sfiducia al governo che cadde anche grazie al voto dei suoi tre senatori. Da allora il partito non è più riuscito a recuperare la sua posizione di importanza nella politica italiana. Ha ottenuto modesti risultati alle elezioni locali e nel 2013 si è sciolto in Forza Italia. La scorsa estate, il suo fondatore Mastella è stato eletto sindaco di Benevento.

Clemente Mastella durante il discorso in cui annuncia la sfiducia al governo Prodi leggendo una poesia falsamente attribuita a Neruda


Partito dei comunisti italiani
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Il Partito dei Comunisti Italiani nacque nel 1998 quando Rifondazione Comunista, all’epoca guidata da Fausto Bertinotti, decise di ritirare il suo appoggio al primo governo Prodi, in contrasto con le sue decisioni di politica economica. Una parte del partito, guidata dal presidente Armando Cossutta, decise scindersi da Rifondazione e confermare la fiducia al governo – che cadde comunque, per un solo voto di scarto. Nei tre anni successivi, il PDCI rimase al governo. Fu una scelta per certi versi curiosa: da un lato il PDCI appoggiò un governo sostenuto da numerose forze centriste, dall’altro scelse di recuperare tutti i simboli del vecchio Partito Comunista che erano stati abbandonati con il passaggio a Rifondazione (ma sotto minaccia di cause legali dovette cambiare il fondale del simbolo di partito da rosso ad azzurro). Nel 2001 e nel 2006 si presentò sempre alleato con la principale di coalizione di centrosinistra, di cui costituiva l’estrema sinistra (nel 2006 divenne proverbiale il modo di dire “da Mastella a Diliberto” per definire l’eterogeneità della coalizione che sosteneva il secondo governo Prodi).

Oliviero Diliberto e Armando Cossutta al congresso del Partito dei Comunisti Italiani nel dicembre 2001
Diliberto Cossutta


Scelta civica
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All’inizio del 2013, dopo settimane di speculazioni giornalistiche, il presidente del Consiglio Mario Monti annunciò che alle successive elezioni si sarebbe presentato con una sua lista. Il nome scelto fu Scelta Civica e il partito si alleò con Futuro e Libertà e UDC, formando una coalizione centrista e liberale. Su Scelta Civica si concentrarono molte aspettative e in molti immaginavano che la formazione di Monti avrebbe costituito l’alleato naturale per un governo guidato dal Partito Democratico. Alla fine, sia il PD che SC ottennero risultati inferiori alle aspettative (SC prese circa il 10 per cento dei voti, mentre i sondaggi la davano a più del 16 per cento). Il partito di Monti risultò insufficiente a garantire una maggioranza di coalizione. Il pessimo risultato elettorale causò profonde divisioni nel partito e ad ottobre 2013 Monti decise di lasciarne la presidenza e ritirarsi dalla politica, restando comunque senatore a vita. Da quel momento, senza una guida chiara, Scelta Civica ha continuato a scindersi e dividersi. Oggi il partito fa ufficialmente parte del gruppo ALA-Scelta Civica, formato insieme ai seguaci di Denis Verdini. I componenti originali del partito sono finiti in parecchie formazioni, tra cui le principali sono PD, Area Popolare e i Civici e Innovatori.

Mario Monti ospite delle Invasioni Barbariche su La7, durante la campagna elettorale per le elezioni politiche 2013


Alleanza per l’Italia
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La prima scissione dai ranghi del PD non è stata quella dei bersaniani: nel 2009, due anni dopo la fondazione del partito, l’ex sindaco di Roma Francesco Rutelli decise di uscire dal partito accusando gli allora dirigenti di essere schierati troppo a sinistra e di non aver rispettato la componente centrista che aveva contribuito a fondare il partito. Il movimento fondato da Rutelli comprendeva diversi fuoriusciti dal PD e provenienti da altri partiti di centro. Tra i dirigenti c’erano Lorenzo Dellai, Linda Lanzillotta e Bruno Tabacci. Il partito partecipò ad alcune elezioni locali, senza ottenere grandi successi. Nel 2012, il presidente dell’assemblea del partito, Bruno Tabacci, partecipò alle primarie del PD, arrivando quinto su cinque. A causa della continua serie di scarsi risultati, Rutelli decise di non partecipare alle elezioni politiche del 2013. Nel 2016 il partito è stato formalmente sciolto.

Francesco Rutelli al termine del congresso di API del 2011, dice che il partito «È un miracolo che sta crescendo»


Fermare il declino
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Fu un movimento nato nell’estate del 2012 da un gruppo guidato dal giornalista Oscar Giannino, dal gruppo di economisti che gestisce il blog Noise From Amerika, dall’economista Luigi Zingales e dall’avvocato Alessandro De Nicola. A dicembre, la direzione del movimento decise di presentarsi alle elezioni del 2013 con una lista, Fare per Fermare il Declino, di ispirazione liberale. Il movimento fece molto parlare di sé grazie soprattutto alle trovate di Giannino e alla sua fama come commentatore economico sopra le righe. Pochi giorni prima delle elezioni, il 18 febbraio, l’economista Zingales lasciò il partito, rivelando che Giannino sosteneva di avere conseguito una laurea in economia all’università di Chicago che in realtà non aveva mai ottenuto. Alle elezioni il partito raggiunse a malapena l’1 per cento dei consensi alla Camera. Alla elezioni europee si alleò con Scelta Civica appoggiando la lista Scelta Europea. Non riuscì a eleggere nessun deputato e da allora ha cessato le sue attività.

Un intervento di Oscar Giannino alla manifestazione di Fare per Fermare il Declino a Milano, nel febbraio 2013


Sinistra Democratica
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In un certo senso, nemmeno quella di Rutelli fu la prima scissione dal PD. I primi che lasciarono il partito lo fecero quando il partito stava ancora nascendo. Nella primavera del 2007, durante il congresso in cui i DS decisero di sciogliersi nel PD, la sinistra del partito guidata da Fabio Mussi e Gavino Angius decise di abbandonare il partito con lo scopo di riunire tutte le forze di sinistra in un unico movimento. Da loro punto di vista, l’inclusione dei centristi della Margherita nel PD avrebbe spostato eccessivamente l’asse del partito verso il centro, lasciando scoperta l’area a sinistra del partito. Subito dopo la scissione, Mussi cercò di organizzare una grande formazione di sinistra con gli altri partiti dell’area, come Rifondazione Comunista, i Comunisti Italiani e i Verdi. Il risultato fu la lista Sinistra Arcobaleno, che alle politiche del 2008 andò malissimo, riuscendo a ottenere poco più del 3 per cento e finendo fuori dal parlamento. Due anni dopo venne deciso lo scioglimento del partito dentro Sinistra Ecologia Libertà di Nichi Vendola.

Il segretario di Sinistra Democratica Fabio Mussi in una fotografia del 2007
Fabio Mussi

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