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  • giovedì 2 marzo 2017

Juncker ha un nuovo piano: fate voi

La Commissione Europea ha chiesto agli stati membri di scegliere fra cinque approcci molto diversi per il futuro dell'UE

(JOHN THYS/AFP/Getty Images)

Il presidente della Commissione Europea Jean Claude-Juncker ha presentato mercoledì un documento atteso da mesi negli ambienti delle istituzioni europee: il cosiddetto White Paper, un elenco di cinque possibili approcci e scenari futuri dell’Unione Europea da qui al 2025, uno dei quali (o più di uno: ci arriviamo) dovrà essere formalmente approvato dal Consiglio europeo, l’organo composto dai capi di stato e di governo dell’UE. Il documento è lungo 32 pagine e si può leggere qui (PDF) in italiano.

In queste ore diversi funzionari e giornalisti hanno cercato di spiegare che il White Paper non è il solito generico documento diffuso dalle istituzioni europee, pieno di concetti astratti e tecnicismi: i cinque approcci sono in effetti piuttosto comprensibili e riflettono cinque idee diverse di cosa dovrà diventare l’Unione nei prossimi anni. Il documento però non è vincolante, e non ci sarà nessuna multa o procedura di infrazione per gli stati che non rispetteranno gli impegni presi.

Il documento sarà ufficialmente consegnato agli stati membri il 25 marzo a Roma in occasione delle celebrazioni dei 60 anni dalla nascita della Comunità economica europea (CEE), avvenuta proprio a Roma con la firma di alcuni trattati il 25 marzo 1957. Ciascuno stato avrà tempo fino a dicembre per dire la sua e proporre modifiche: la Commissione stima che alcune “conclusioni preliminari” saranno tratte nella riunione del Consiglio europeo che si terrà a dicembre del 2017.

Ciascuno dei cinque approcci ha un titolo che ne riassume brevemente il contenuto, i possibili scenari futuri che genererebbe, e i loro pro e contro.

• Approccio 1: Avanti così
• Approccio 2: Solo il mercato unico
• Approccio 3: Chi vuole di più fa di più
• Approccio 4: Fare meno, in modo più efficiente
• Approccio 5: Fare molto di più insieme

white paper

L’approccio 1, Avanti così, significa semplicemente: andiamo avanti a fare le cose come le abbiamo sempre fatte. Prevede quindi un’integrazione graduale fra gli stati membri, senza però la possibilità di intervenire su diversi temi rilevanti, e quindi col rischio di esporsi in continuazione – come ora – ad accuse di inefficienza (o viceversa, di eccessiva ingerenza nelle politiche di ciascuno stato su alcuni singoli temi). Il secondo approccio – Solo il mercato unico – è forse il favorito dai più europeisti fra gli euroscettici, diciamo: concentriamoci solo sulle questioni economiche – cioè sulla libera circolazione di beni, servizi e denaro – e lasciamo perdere il resto, cioè diritti civili e sociali e politica internazionale. Per contro, l’approccio 5 – Fare molto di più insieme – è il sogno di ogni europeista: diamo più poteri all’Unione, tutti quanti, col rischio però di non avere la necessaria legittimità politica per farlo dati i recenti successi dei partiti nazionalisti e “sovranisti”.

Gli approcci più graditi alle istituzioni europee, e probabilmente anche alla maggior parte dei leader nazionali, sono il 3 e il 4. L’approccio 4 – Fare di meno in modo più efficiente – è forse il più pragmatico a breve termine: prevede di restringere gli ambiti di intervento dell’Unione Europea alle cose di cui si occupa già, soprattutto per rispondere alle critiche di inefficienza e per non perdere tempo, soldi ed energie in progetti troppo a lungo termine (per esempio la vecchia idea di formare un esercito europeo). L’approccio 3 – Chi vuole di più fa di più – è invece la cosiddetta “Europa a più velocità”, di cui si parla con sempre più insistenza nelle istituzioni e giornali che si occupano di Europa. Ryan Heath, giornalista dell’edizione europea di Politico che cura una newsletter giornaliera sulle istituzioni europee, ha spiegato che «nessun funzionario lo ammetterà mai ufficialmente, e il loro approccio è aperto a varie opzioni, ma l’idea di Europa a più velocità composta da “coalizioni di stati volenterosi” a lavorare su un certo tema è chiaramente la base per l’azione futura». Parlando con Euractiv, un funzionario della Commissione che ha voluto restare anonimo ha spiegato: «la strada che vogliamo prendere è questa».

L’idea circola già da anni ma ultimamente sta prendendo piede, sia perché al momento non esistono altre credibili riforme del sistema delle istituzioni europee, sia perché è una teoria espressa più volte – a febbraio, l’ultima – dalla cancelliera tedesca Angela Merkel, il più credibile e influente leader politico europeo di questi anni. L’idea alla base della cosiddetta “Europa a più velocità” è lasciare liberi di farlo gli Stati che vogliano intensificare la cooperazione in certi ambiti, senza coinvolgere tutti gli stati membri: i suoi sostenitori sostengono sia una pratica positiva sia per gli stati che vogliono maggiore cooperazione e condivisione – che così possono ottenerla più in fretta e con partner convinti quanto loro – sia per quelli che ne vogliono meno, che in questo modo non vengono trascinati in progetti in cui non credono (e inoltre, in teoria, rispondono di questa scelta davanti al loro elettorato). I suoi critici ritengono invece che qualche stato possa rimanere molto più indietro di altri in certi ambiti, e che possano formarsi dei “blocchi” all’interno dell’Unione (che però di fatto esistono già, per questioni politiche e geografiche). È la stessa commissione a fornire esempi concreti di qualche scenario futuro nel caso venga approvato questo approccio:

• Un gruppo di paesi istituisce un corpo di agenti di polizia e magistrati per investigare le attività criminali transfrontaliere. Le informazioni sulla sicurezza sono scambiate in tempo reale e le banche dati sono completamente interconnesse. Le prove di reato prodotte in un paese sono automaticamente riconosciute negli altri.

• I lavoratori di [numero X] Stati membri hanno accesso a diritti supplementari e sempre più simili negli ambiti del lavoro e della previdenza sociale, a prescindere dalla cittadinanza o dal luogo di residenza.

Naturalmente esiste anche la possibilità che il White Paper non abbia nessuna conseguenza sulle politiche future dell’Unione, e venga ignorato dai singoli stati: come molti altri documenti programmatici non è vincolante, e le sue opzioni non si escludono necessariamente l’una con l’altra. Paradossalmente il Consiglio europeo potrebbe approvare una combinazione dei cinque approcci, oppure la versione ammorbidita di uno solo: insomma, non esistono garanzie che il White Paper stimoli davvero un dibattito fra gli stati membri.

La pubblicazione del White Paper era effettivamente attesa da mesi nelle istituzioni europee, ma non ha ricevuto particolari attenzioni né da parte dei giornali né da parte degli stessi europarlamentari: durante il discorso di presentazione del documento tenuto da Juncker e il successivo dibattito, l’aula di Bruxelles era semivuota.

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