Donald Trump al Congresso. (Jim Lo Scalzo - Pool/Getty Images)
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  • mercoledì 1 Marzo 2017

Donald Trump ha parlato al Congresso

E per la prima volta, anche secondo i suoi critici, è sembrato il presidente degli Stati Uniti

Donald Trump al Congresso. (Jim Lo Scalzo - Pool/Getty Images)

Martedì sera, quando in Italia erano le prime ore di mercoledì, Donald Trump ha rivolto un discorso alle camere riunite del Congresso. Tecnicamente non era un discorso sullo stato dell’Unione, perché per prassi il presidente non relaziona sulle condizioni del paese dopo appena 40 giorni di insediamento, ma a parte le definizioni formali è stato proprio come un discorso sullo stato dell’Unione: Trump ha parlato per un’ora delle sue proposte per il paese, avendo davanti a sé i deputati, i senatori, i membri del governo e i giudici della Corte Suprema. Secondo la grandissima maggioranza dei giornali americani, la notizia è che Trump non ha fatto Trump: e che anzi abbia pronunciato un discorso all’altezza della situazione, che sia sembrato per la prima volta un presidente degli Stati Uniti, al di là che si fosse o no d’accordo con i suoi contenuti.

«Questo discorso è l’esempio più chiaro che Trump sta iniziando a capire e far suoi i poteri della presidenza», ha scritto il giornalista di TIME Zeke J. Miller. «È stato di gran lunga il momento più unificante dei suoi divisivi e caotici 39 giorni alla presidenza», ha scritto Eli Stokols su Politico; sempre su Politico, Jeff Greenfield ha scritto che «per la prima volta è sembrato un presidente normale» e che «la cosa più significativa non è stata cosa ha detto ma il tono con cui lo ha detto». Secondo Peter Baker e Maggie Haberman del New York Times, Trump è stato «più presidenziale di quanto non fosse mai riuscito fin qui»; «potrebbe essere stato il miglior discorso da quando è entrato in politica», ha scritto Chris Cillizza del Washington Post.

I discorsi di questo genere solitamente sono una lista-della-spesa: i presidenti cercano di dedicare qualche parola a ogni tema e a ogni proposta, raccogliendo gli input consegnati nelle settimane precedenti dai parlamentari e dalle varie agenzie del governo, cercando di presentare idee e proposte anche molto diverse in modo organico. La visione del mondo descritta da Trump non è cambiata col discorso di stanotte: Trump ha ricordato per esempio che «il mio lavoro non è rappresentare il mondo. Il mio lavoro è rappresentare gli Stati Uniti d’America», e ha definito la sua elezione «una ribellione» e «un terremoto». Ma i suoi toni sono stati ottimisti, concilianti e più moderati che in passato.

Trump ha aperto il discorso con una condanna decisa dell’antisemitismo e poi ricordando che quello in corso è il “Black History Month”: entrambe cose inaspettate da lui. Sull’immigrazione, poi, Trump ha ribadito che sarà costruito un muro ma ha alluso alla possibilità di approvare una riforma anche con i voti dei Democratici; e prima del discorso aveva detto ad alcuni giornalisti che non esclude di prevedere una norma che permetta di ottenere la cittadinanza agli immigrati irregolari (sarebbe in pratica la proposta di Obama, affondata dai Repubblicani al Congresso nella scorsa legislatura, e che Trump aveva molto criticato in campagna elettorale).

Trump ha detto che gli Stati Uniti «sostengono fortemente la NATO» ma ha detto che i suoi stati membri devono farsi carico dello stesso sostegno, anche economico; ha chiesto l’approvazione di una legge che permetta ai lavoratori di usufruire di congedi parentali pagati, una storica proposta dei Democratici che Trump ha fatto sua da mesi su impulso di sua figlia Ivanka, e ha detto che l’istruzione «è la sfida del nostro tempo sul fronte dei diritti civili».

Come spesso accade in questi casi, l’unico passaggio memorabile del suo discorso non ha riguardato però i temi di policy ma è arrivato quando Trump ha ricordato Ryan Owens, il soldato delle forze speciali rimasto ucciso in Yemen alla fine di gennaio nella prima operazione anti-terrorismo dell’amministrazione Trump. Rivolgendosi direttamente alla moglie Carryn Owens, seduta nelle tribune accanto a Ivanka, Trump ha detto:

«Ryan è morto come ha vissuto: da guerriero e da eroe, combattendo il terrorismo e per la sicurezza della nostra nazione. Ho parlato poco fa col generale Mattis, e mi ha confermato – uso le sue parole – che “Ryan è stato parte di un’operazione di successo che ci ha dato una grande quantità di vitali informazioni di intelligence, grazie alle quali otterremo molte altre vittorie”. Il segno che ha lasciato Ryan resterà nell’eternità»

Van Jones, analista politico di CNN di sinistra, nero e notoriamente molto anti-Trump, ha commentato questo momento con particolare sorpresa, sintetizzando bene perché non sia stata una scena come le altre. «Ci sono molte persone che hanno ottimi motivi per avercela con lui e per temerlo. Ma questo è stato uno dei momenti più straordinari nella storia della politica americana, punto. E ha fatto qualcosa di straordinario. Chi spera che Trump diventi pian piano più presidenziale, unificante, dovrebbe essere felice. Chi spera che resti questa specie di macchietta, cosa che trova sempre il modo di fare, dovrebbe essere preoccupato: perché con questa cosa che gli avete visto fare, se trova un modo di farla ancora e ancora, lo vedremo in giro per otto anni. Ci sono molte cose nel suo discorso che sono state false o sbagliate, a cui mi oppongo e mi opporrò. Ma stasera ha fatto anche qualcosa che non può essergli tolto: è diventato il presidente degli Stati Uniti».

Questo passaggio ha messo in evidenza le difficoltà che possono incontrare i Democratici, che hanno passato mesi a descrivere Trump – con ottimi argomenti, e la complicità dello stesso Trump – come un fuori di testa irresponsabile e indegno di abitare la Casa Bianca, ottenendo così il risultato di abbassare l’asticella per Trump: tanto che ora un discorso normale appare straordinario; per Trump oggi il solo apparire e parlare come un normale presidente degli Stati Uniti spiazza gli avversari e indebolisce i loro argomenti, mentre il suo legame con la base del Partito Repubblicano è talmente forte da non poter essere messo in discussione da un discorso del genere (che molti a destra stanno già associando a quelli di Ronald Reagan).

Le difficoltà dei Democratici sono state evidenti anche nella scelta della persona a cui affidare il tradizionale discorso di risposta che l’opposizione rivolge in tv al presidente: di solito è un discorso rivolto da una personalità emergente del partito ma stavolta ha parlato Steve Beshear, un semi-sconosciuto ex governatore del Kentucky. I Democratici con le elezioni sono rimasti orfani praticamente in blocco della loro leadership nazionale – gli Obama, i Clinton e Biden – e non hanno molti giovani parlamentari emergenti; i senatori Bernie Sanders ed Elizabeth Warren sono entrambi piuttosto anziani e più di sinistra della media del partito, mentre altri hanno preferito non prendersi questa responsabilità e aspettano un momento migliore per farsi avanti.

Dal punto di vista dei temi, oltre all’immigrazione Trump ha toccato altre due questioni che saranno molto attuali nei prossimi mesi: ha chiesto al Congresso di approvare una legge che investa mille miliardi di dollari in infrastrutture – «sia pubblici che privati» – e ristrutturi e costruisca ponti, strade e ferrovie creando nuovi posti di lavoro. È una proposta che potrebbe piacere ai Democratici – molti hanno detto di essere disposti a ragionarci – e che è centrale nelle idee nazionaliste di Trump: la parte difficile sarà convincere i Repubblicani ad approvare un esborso del genere, vista la loro attenzione per l’austerità nella gestione dei conti pubblici. Un discorso simile si può fare per la sanità: Trump e i Repubblicani hanno promesso a lungo di voler abolire e sostituire la riforma di Obama, ma ora stanno avendo molte difficoltà nel capire come: Trump stesso ha ammesso di aver capito solo da poco che la sanità «è una faccenda complicatissima» e che non si possono abolire le parti più impopolari della riforma di Obama senza che vengano meno anche quelle più popolari, a meno che il Congresso non decida di metterci molti soldi, e si ritorna quindi al punto di prima.

Il punto rimane anche perché Trump ha proposto una «storica riforma fiscale» che tagli moltissimo le aliquote per le grandi imprese e la classe media, e allo stesso tempo ha proposto di aumentare le spese militari e il budget a disposizione del dipartimento della Difesa. Come ha scritto Jeff Greenfield su Politico, «com’è possibile tutto questo senza aprire un buco da migliaia di miliardi nel deficit del paese? Bella domanda. Il presidente non lo ha detto perché il presidente non lo sa; né lo sanno i suoi compagni Repubblicani al Congresso, che hanno passato sette anni a criticare Obamacare a basta». Rimane però che non è un discorso come quello di stanotte – che ha toccato molti temi diversi e che Trump ha pronunciato leggendo da un gobbo elettronico, come da prassi degli altri presidenti – quello da cui ci si attendono i dettagli sulla riforme da approvare, e che la notizia non sia stato il cosa ma il come.

I passaggi che seguono, per esempio, sono molto diversi dalle cose che Trump ha detto nel suo tetro discorso di insediamento, quello sul «massacro americano»:

«Le industrie morenti torneranno alla vita. I nostri eroici reduci di guerra avranno le cure di cui hanno disperatamente bisogno. Le infrastrutture pericolanti saranno sostituite con nuove strade, ponti, tunnel, aeroporti e stazioni su tutta la nostra bellissima terra. Questa terribile epidemia di tossicodipendenza rallenterà e alla fine si fermerà. I centri negletti delle nostre città rinasceranno nella speranza, nella sicurezza e nelle opportunità. Tutto quello che non funziona può essere aggiustato. Ogni problema può essere risolto. E ogni famiglia che soffre può trovare sollievo e speranza. Ogni generazione americana passa alla successiva la torcia della verità, della libertà e della giustizia, in una catena senza fine che ci porta al presente. La torcia ora è nelle nostre mani»

Trump è il più impopolare presidente degli Stati Uniti a questo punto del suo mandato, almeno da quando si fanno i sondaggi per misurare la popolarità dei presidenti: ma scomponendo il dato è evidente che Trump piace parecchio ai Repubblicani, e il suo indice di popolarità è così basso soprattutto perché è basso senza precedenti tra gli elettori che si dichiarano Democratici o indipendenti. Un sondaggio realizzato da CNN subito dopo il discorso ha riscontrato che secondo il 69 per cento degli spettatori le proposte descritte da Trump faranno andare il paese nella giusta direzione (erano il 58 per cento prima del discorso), e che in generale il 57 per cento ha reagito al discorso in modo “molto positivo”, il 21 per cento in modo “in qualche modo positivo” e il 21 per cento in modo “negativo”.