(MARCO BERTORELLO/AFP/Getty Images)

Cosa aspettarsi dalla direzione PD

Inizierà alle 14.30 e secondo i principali quotidiani Renzi si dimetterà per fare un congresso e andare a votare il prima possibile (ma prendete tutto con le pinze)

(MARCO BERTORELLO/AFP/Getty Images)

Lunedì 13 febbraio si riunirà la direzione nazionale del Partito Democratico: la riunione inizierà alle 14.30 al centro congressi “Roma Eventi” e si potrà seguire in streaming. La direzione nazionale è composta da 120 persone ed è il luogo di discussione e approvazione di più ampie o controverse scelte di programma e politica nel Partito Democratico: è il luogo in cui si decidono linea, scelte e indirizzo politico. Alla direzione di oggi sono stati invitati anche i parlamentari, i segretari provinciali e regionali.

Di solito la direzione si riunisce ogni due o tre mesi, i membri si iscrivono a parlare per una serie di interventi e c’è un voto sul discorso del segretario e su eventuali altre mozioni presentate. Secondo la gran parte degli osservatori politici, durante la riunione di oggi Matteo Renzi dovrebbe presentare le sue dimissioni da segretario, per puntare poi a fare subito un congresso per ottenere una nuova legittimazione e andare alle elezioni il prima possibile; oppure potrebbe rimandare la decisione di qualche giorno e dimettersi all’Assemblea nazionale. Secondo le stime dei giornali il congresso per eleggere un nuovo segretario si potrebbe fare entro maggio, mentre per il voto nazionale non è ancora chiaro il quando (quest’anno o a fine legislatura, nel 2018), come (con quale sistema elettorale e di conseguenza con che tipo di eventuale coalizione) e con che approccio nei confronti dell’attuale governo guidato da Paolo Gentiloni, che ha ancora il consenso della maggioranza del Parlamento.

Dove eravamo rimasti

L’ultima riunione della direzione nazionale del PD si è tenuta il 12 dicembre, dopo la vittoria del No al referendum sulla riforma costituzionale e quando Matteo Renzi – che è ancora segretario del PD – si era già dimesso da presidente del Consiglio. A quella riunione aveva fatto seguito pochi giorni dopo una riunione dell’assemblea nazionale – una specie di Parlamento interno al partito – in cui Renzi aveva fatto una specie di “analisi della sconfitta” e aveva proposto il cosiddetto “Mattarellum” – la legge elettorale in vigore fra 1993 e 2005 – come base di proposta per una nuova legge elettorale.

Nel frattempo, a fine gennaio, la Corte Costituzionale ha bocciato il ballottaggio e modificato le pluricandidature dell’Italicum, proponendo per la Camera un meccanismo elettorale proporzionale con premio di maggioranza. Il risultato è che ora in Italia ci sono due leggi elettorali piuttosto diverse per Camera e Senato. Quella per la Camera è un proporzionale corretto da un largo premio di maggioranza, che non prevede coalizioni e dove la soglia di sbarramento è fissata al 3 per cento. Quella in vigore al Senato, il cosiddetto “Consultellum” frutto della modifica del 2014 alla legge elettorale voluta dal governo Berlusconi nel 2006 (il famoso “Porcellum”), è un proporzionale puro senza premio, in cui è prevista la possibilità di presentarsi in coalizioni. Le soglie al Senato sono fissate all’8 per cento per i partiti fuori dalle coalizioni e al 3 per cento per i partiti all’interno di una coalizione. Questa discrepanza fa sì che per ottenere un governo stabile le due leggi vadano “armonizzate”: è per questo che Renzi ha proposto il Mattarellum, e in ogni caso sono in molti a ritenere che i principali partiti dovranno accordarsi per forza per modificare la legge vigente.

Intanto, nel Partito Democratico

Gli ultimi giorni sono stati piuttosto movimentati, anche per gli standard del PD degli ultimi mesi. Alcuni dirigenti dell’ala sinistra del partito hanno parlato apertamente di una possibile scissione, per vari motivi. In molti – ministri del governo, piccoli partiti della maggioranza e l’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano – si sono espressi contro la possibilità di andare a votare prima della fine della legislatura, cosa che invece vorrebbe fare Renzi. In un articolo di lunedì 13 febbraio il Corriere della Sera scrive che anche per Romano Prodi si deve votare «nel 2018», così come per il sindaco di Milano, Giuseppe Sala.

Ma prima delle elezioni politiche, va risolta la questione del segretario: il segretario del PD diventa di norma il candidato indicato dal partito alla presidenza del Consiglio. Il mandato di Renzi scade nell’autunno 2017; da qualche mese la minoranza del PD chiede un congresso anticipato per eleggere un nuovo segretario, e da qualche giorno sembra che anche Renzi possa scegliere di fare un congresso anticipato (e da quando sembra che Renzi voglia un congresso anticipato, sembra che questa opzione alla minoranza non piaccia più). Una possibile alternativa è che si facciano delle primarie, più semplici e più veloci di un congresso, che richiedono circa quattro mesi. Le primarie permetterebbero di scegliere il candidato del partito alla presidenza del Consiglio senza dover votare un nuovo congresso: ma la minoranza del partito non sembra d’accordo e sta accusando Renzi di volere una “scorciatoia” per farsi rapidamente rieleggere alla segreteria.

La direzione nazionale, il congresso

Lo statuto del PD dice che il congresso può essere anticipato nel caso di sfiducia al segretario da parte dell’Assemblea nazionale o di sue dimissioni, e quest’ultimo sembra essere lo sviluppo più probabile. Renzi però non ha mai parlato di questa opzione in pubblico: nelle ultime settimane ha parlato di rado, e la maggior parte delle sue intenzioni sono solo presunte, perché non sono frutto di dichiarazioni o interviste ma solo retroscena di varia attendibilità. I principali quotidiani italiani scrivono che Renzi sarebbe intenzionato a dimettersi per far sì che si possa fare un congresso entro maggio. Mario Lavia ha scritto sull’Unità che sarebbero «tempi stretti» ma «praticabili», e che comunque «ad oggi la previsione è che l’orientamento prevalente sia il no ad elezioni». Gran parte della minoranza, nonostante abbia richiesto il congresso, è contraria a votare subito (probabilmente perché in caso di vittoria di un suo candidato vorrebbe ottenere del tempo per costruire la sua futura candidatura). Come ha scritto Dino Martirano sul Corriere della Sera:

La richiesta di promuovere un confronto interno, prima di un eventuale voto anticipato, era arrivata dalla minoranza del Pd ma ora, dopo che il segretario ha detto sì al congresso subito, ampi settori non renziani del Pd puntano a tempi più lunghi, in linea con la scadenza naturale della legislatura.

E dopo?

In realtà Renzi non ha mai detto «sì al congresso subito», ma è quello che gli attribuiscono praticamente tutti i retroscenisti e commentatori politici, così come quella di volere votare in tempi brevi. In maniera molto eloquente, domenica 13 febbraio il Corriere della Sera ha titolato: “Voto e governo, i piani di Renzi“. Nell’articolo di prima pagina, Marco Galluzzo ha argomentato così le presunte intenzioni di Renzi:

Il congresso del Pd, immediato, servirà a chiarire i rapporti di forza; il passo successivo nelle intenzioni di Renzi dovrebbero essere elezioni politiche anticipate: a giugno, se il governo di Paolo Gentiloni riuscirà ad apportare delle minime modifiche alle norme elettorali in grado di rendere i sistemi di Camera e Senato più omogenei, anche senza un passaggio parlamentare. Oppure, al più tardi, a settembre, ma prima del voto tedesco, che dovrà riconfermare o meno la Cancelliera Angela Merkel e la sua maggioranza.

Secondo Galluzzo, «lo scenario che si aprirebbe un attimo dopo il voto anticipato, sarebbe un governo di coalizione fra PD e partito di Silvio Berlusconi». Come ha scritto Giovanna Casadio su Repubblica, sarebbe però difficile per Renzi «sfiduciare Gentiloni» e far cadere il suo governo, anche perché c’è un documento firmato da 41 senatori del Partito Democratico che hanno fatto capire di essere contrari a elezioni anticipate.

Ma quindi la minoranza vuole o no il Congresso?

Sì, ma non in questi termini; cercando di fare una sintesi di posizioni diverse, parzialmente mutate nelle ultime settimane. L’11 febbraio Roberto Speranza, che ha 38 anni ed è considerato il candidato della minoranza alla segreteria, intervistato per Repubblica ha spiegato:

E se Renzi propone un congresso in tempi strettissimi, voi ci state?
“Il 2017 è l’anno del congresso, che io ho chiesto per primo a febbraio 2016. Il punto, però, è non trasformarsi nel partito dell’avventura. Se tutto si risolve in una gazebata, organizzata in quattro e quattr’otto, allora significa che non abbiamo capito nulla di quanto accaduto”.

Scusi, prima chiedete un congresso e poi sostenete che è meglio non fare in fretta?
“I renziani hanno varato l’hashtag “efamostocongresso”, il mio è: “facciamouncongresso vero”. Non accetto una sfida tipo figurne Panini, con le faccine di Renzi o Speranza. Dobbiamo riempire questo appuntamento di sostanza. Ragionare sulla lettura troppo morbida della globalizzazione data in questi anni. Guardare alla crisi della sinistra. Interrogarsi sulla svolta francese con Hamon”.

La lettera
Lunedì 13 febbraio i principali quotidiani hanno pubblicato un’anticipazione delle parti di una lettera che, dicono, Matteo Renzi manderà agli iscritti alla fine della direzione: «Cari amici e compagni del Pd, da troppe settimane la discussione del nostro partito è incardinata sulle polemiche, sulle accuse e sulle divisioni. Che peccato! È come se la sconfitta referendaria avesse riportato indietro le lancette dell’orologio: caminetti, correnti, equilibri interni. Tutta la politica italiana sembra tornata alla Prima Repubblica». Nella lettera ci sarebbe scritto che «dobbiamo rilanciare il Pd come motore del cambiamento… Non possiamo lasciare l’Europa al lepenismo, al populismo. Dobbiamo avanzare le nostre idee e i nostri valori». E ancora: «Abbiamo bisogno di un congresso libero e sincero nel pieno rispetto dello Statuto e proponendo le stesse regole del passato, evitando le discussioni di questi mesi sui cavilli parlamentari». Renzi nella lettera avrebbe infine scritto che per il cambiamento del partito «abbiamo bisogno di due cose, un grande coinvolgimento popolare e una leadership legittimata da un passaggio popolare. Ma abbiamo anche bisogno che chi perde un congresso o le primarie il giorno dopo rispetti l’esito del voto. Essere democratici non significa solo chiedere i congressi ma anche rispettarne i risultati, quali essi siano».

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