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  • venerdì 3 febbraio 2017

L’accordo fra Italia e Libia sui migranti

Il governo Gentiloni ha promesso nuovi aiuti a quello di Fayez al Sarraj per ridurre le partenze, ma non è chiaro se avranno davvero effetto

ANSA/ETTORE FERRARI

Il governo italiano e quello libico di unità nazionale hanno firmato un accordo che ha l’obiettivo di ridurre il flusso di migranti che da anni cercano di raggiungere l’Italia dalle coste libiche, approfittando della guerra civile in corso nel paese. L’accordo è stato firmato sia dal presidente del Consiglio italiano Paolo Gentiloni sia da Fayez al Sarraj, primo ministro del governo di unità nazionale libico, che ieri era a Roma. Il documento (qui il testo integrale) prevede in sostanza nuovi aiuti del governo italiano alle autorità libiche che si occupano di accoglienza e contrasto all’immigrazione clandestina, nel tentativo di ridurre il traffico illegale via mare. L’accordo fra Gentiloni e Sarraj arriva in un momento particolare: oggi il presidente del Consiglio italiano sarà a Malta per un summit dell’Unione Europea incentrato sull’immigrazione, e ci si aspetta che l’accordo con la Libia entrerà nel dibattito.

Nel 2016 sono arrivate via mare in Italia più di 180mila persone, molte delle quali hanno raccontato di essere partite dalla Libia. L’Italia cerca da tempo un accordo con la Libia sull’immigrazione, ma negli ultimi anni qualsiasi tentativo di cooperazione è stato complicato dalla guerra civile e dal fatto che fino a circa un anno fa non c’era un governo riconosciuto come unico legittimo dall’Occidente. Ancora oggi in Libia ci sono di fatto due centri di potere, uno a est e uno ovest, oltre a decine di milizie le cui alleanze sono molto fluide. Sarraj ha moltissimi problemi a governare anche solo la parte ovest della Libia, quella attorno a Tripoli – poco tempo fa ha dovuto difendersi anche da una specie di tentato colpo di stato – e non si capisce molto in che modo sarà effettivamente in grado di rispettare gli accordi presi col governo italiano.

I punti principali dell’accordo prevedono che le autorità italiane forniscano «supporto tecnico e tecnologico agli organismi libici incaricati della lotta contro l’immigrazione clandestina», cioè fondamentalmente alla Guardia Costiera libica, e migliorino le condizioni dei centri di accoglienza in territorio libico, finanziando l’acquisto di medicine e attrezzature mediche e la formazione del personale che ci lavora. Sono due obiettivi molto complicati da raggiungere: la Guardia Costiera libica è già fortemente appoggiata dall’Unione Europea – i suoi dipendenti vengono formati in Europa e le sue attrezzature sono fornite dall’Italia – eppure al suo interno soffre di un sistema di corruzione “endemico”, come lo ha definito un recente rapporto dell’ISPI. Le condizioni di vita nei centri per i migranti sul territorio libico, inoltre, vengono da anni criticate dalle principali ONG che si occupano di immigrazione, che riportano moltissimi casi di violenze, abusi sessuali e altre violazioni dei diritti umani. Sintetizzando le critiche, Medici Senza Frontiere – una della ONG più impegnate nell’accoglienza e nella gestione dei migranti in Europa – ha spiegato di essere scettica sul fatto che la crisi dell’immigrazione in Libia possa essere risolta «con un po’ di addestramento e dei soldi».

Nello stesso giorno dell’incontro fra Gentiloni e Sarraj, il ministro degli Esteri Angelino Alfano ha annunciato la creazione di un progetto da 200 milioni di euro chiamato “Fondo per l’Africa”, che materialmente si occuperà di finanziare le attività di sicurezza di alcuni paesi africani coinvolti nelle tratte di migranti. I paesi citati da Alfano come principali partner sono la Libia, la Tunisia e il Niger. È quasi certo che l’accordo firmato fra i due governi sarà parzialmente finanziato da questo fondo; anche Reuters ha fatto notare che il governo italiano non ha specificato quanti soldi intende dare alla Libia, e che più in generale – tenendo conto anche dei fondi europei arrivati in Libia – siamo molto lontani dalle cifre di un simile accordo preso fra Turchia e Unione Europea all’inizio del 2016 (cioè un finanziamento massimo di 6 miliardi di euro).

L’applicazione dell’accordo dipenderà comunque dagli sviluppi del governo Sarraj, che è l’unico interlocutore riconosciuto dalla comunità internazionale ma che formalmente non è mai stato riconosciuto come legittimo dal parlamento di Tobruk, l’entità statale non riconosciuta dalla comunità internazionale né dal potente capo militare Khalifa Haftar, che controlla ancora buona parte dei territori orientali della Libia e che controlla di fatto le principali infrastrutture petrolifere del paese.

L’accordo sull’immigrazione non è l’unica forma di collaborazione fra il governo italiano e quello di Sarraj. Lo scorso 9 gennaio l’Italia aveva riaperto la sua ambasciata a Tripoli, nella quale si è poi insediato il nuovo ambasciatore Giuseppe Perrone. Il ministro degli Interni Marco Minniti aveva anche parlato della necessità di collaborare con Sarraj per combattere più efficacemente i traffici di droga e di essere umani tra i due paesi, ma era andato anche oltre: aveva citato la volontà dell’Italia di «rafforzare la sicurezza economica e sociale» della Libia. L’apertura dell’ambasciata italiana a Tripoli aveva provocato reazioni molto dure dallo schieramento di Haftar, che aveva definito le operazioni italiane nel paese «nuovi atti di colonialismo dei nipotini di Mussolini». Il governo italiano aveva cercato di riparare i rapporti con Haftar offrendo l’invio di medicinali e altri aiuti umanitari, proposta però rifiutata dal governo orientale.

Sabato 21 gennaio un’auto piena di esplosivo è esplosa a circa 350 metri dall’ambasciata italiana a Tripoli, uccidendo i due uomini a bordo e danneggiando alcune macchine parcheggiate lì vicino. Non è ancora chiaro chi ci sia dietro l’attentato: la procura di Tripoli sospetta che siano stati gli uomini di Haftar, ma questa versione va presa con le molle. Da allora la posizione dell’Italia in Libia – e di conseguenza il rispetto degli accordi passati e futuri fra i due governi – si è fatta molto più fragile e delicata.

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