L'ayatollah Akbar Hashemi Rafsanjani, all'Università di Tehran, 17 luglio 2009 (AP Photo/Hayat News Agency, Meisam Hosseini)
  • Mondo
  • lunedì 9 Gennaio 2017

Perché Rafsanjani era importante

L'ex presidente dell'Iran morto domenica era uno storico leader della fazione riformista e uno degli avversari più temuti dai conservatori

L'ayatollah Akbar Hashemi Rafsanjani, all'Università di Tehran, 17 luglio 2009 (AP Photo/Hayat News Agency, Meisam Hosseini)

Domenica 8 gennaio è morto a 82 anni Akbar Hashemi Rafsanjani, che fu presidente dell’Iran tra il 1989 al 1997. Rafsanjani è morto in ospedale a Teheran dopo un infarto; la notizia è stata annunciata dalla televisione di stato. Rafsanjani fu uno dei fondatori della Repubblica islamica, uno dei più stretti collaboratori dell’ayatollah Khomeini, uno dei leader della guerra contro l’Iraq negli anni Ottanta e fu presidente per due mandati, dal 1989 al 1997. Era tuttora una persona molto autorevole in Iran e secondo molti osservatori la sua morte avrà importanti conseguenze sulle presidenziali del prossimo maggio: considerato uno dei leader della fazione “moderata” e riformista, Rafsanjani era anche uno degli avversari più temuti dai conservatori iraniani.

Ali Akbar Hashemi Rafsanjani era nato il 23 agosto del 1934 a Bahraman, città della provincia di Rafsanjan, nella regione di Kerman, a sud ovest del paese. Suo padre era un coltivatore di pistacchi (la coltura più importante e redditizia del paese) e aveva altri quattro figli. Quando aveva quattro anni Rafsanjani fu trasferito a Qom, la città santa sciita, e cominciò a studiare teologia diventando uno dei discepoli dell’ayatollah Ruhollah Khomeini (“ayatollah” significa letteralmente “segno di Dio”, è un titolo di grado elevato che viene concesso agli esponenti più importanti del clero sciita). Prima del 1979 – l’anno che segna il prima e il dopo nella storia dell’Iran, con la rivoluzione – Rafsanjan venne incarcerato cinque volte per la sua opposizione allo Scià, rimanendo in stretto contatto con i religiosi in esilio, tra cui appunto Khomeini. In quegli stessi anni sposò Effat Marashi, della cui famiglia facevano parte diversi importanti religiosi sciiti. Ebbe cinque figli, due femmine e tre maschi.

Un piccolo passo indietro. Prima del 1979 a governare l’Iran c’era lo scià: si chiamava così il re di Persia, che di fatto guidava una monarchia. Dal 1941 al 1979 lo scià fu Reza Pahlevi, che ereditò la carica dal padre, Reza I, costretto ad abdicare nel 1941 durante la Seconda guerra mondiale. Alla fine della guerra il Regno Unito, che era stato la potenza dominante in Medioriente fino a quel momento, decise di disimpegnarsi dall’area: il nuovo governo laburista britannico preferì usare le risorse per la ricostruzione nazionale e il welfare, piuttosto che per la politica estera. Gli Stati Uniti avevano bisogno di un alleato che la sostituisse: scelsero l’Iran dello scià, considerato sufficientemente affidabile, che accettò il ruolo anche se inizialmente con qualche reticenza. Nel 1979 però in Iran ci fu la rivoluzione più incredibile della storia recente del Medioriente, e anche la più importante e significativa dal punto di vista della politica internazionale: è chiamata anche rivoluzione khomeinista per via del religioso che la guidò, Ruhollah Khomeini.

(Cinque cose per capire l’Iran)

La nuova Repubblica Islamica si sganciò presto dal sistema di alleanze dello scià: nel 1979 i rapporti tra Iran e Stati Uniti si ruppero del tutto a causa della cosiddetta “crisi degli ostaggi”, poi ci fu la guerra contro l’Iraq di Saddam Hussein, che durò otto anni e che fu uno dei più lunghi e sanguinosi conflitti della storia del Medioriente; poi iniziò la collaborazione sempre più stretta con alcuni regimi considerati nemici o avversari dell’Occidente (Siria, Corea del Nord, Cina) e con alcuni movimenti politico-terroristici mediorientali, tra cui il libanese Hezbollah. Dal 2006 il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite impose diverse sanzioni economiche e commerciali sull’Iran, per fermare i tentativi di costruzione della bomba atomica. Si arriva così alla storia più recente, cioè all’accordo sul nucleare firmato nel luglio del 2015 tra Iran e paesi del cosiddetto gruppo “5+1″, formato dai membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU (Francia, Cina, Regno Unito, Stati Uniti e Russia) più la Germania. L’accordo è arrivato dopo una serie di aperture diplomatiche verso l’Occidente fatte dal nuovo presidente iraniano, Hassan Rouhani, che sembrano avere stravolto le politiche aggressive del precedente presidente, Mahmud Ahmadinejad. A queste aperture si sono opposti con forza gli ultraconservatori guidati da Ali Khamenei, la Guida suprema dell’Iran, la carica politica e religiosa più importante e anche quella che dalla fondazione della Repubblica Islamica ha rappresentato le istanze più conservatrici del paese. Rafsanjani è stato uno degli uomini politici più influenti del paese in ciascuno di questi momenti.

Dopo la rivoluzione del 1979 Rafsanjāni entrò nel Consiglio Rivoluzionario dell’Iran. Nel 1980 fu eletto presidente del Parlamento (Majles), carica che conservò fino al 1989. Nel marzo del 1988 Khomeyni lo nominò comandante in capo delle forze armate iraniane; un mese dopo decise, di fatto, il cessate il fuoco con l’Iraq. Nel febbraio del 1989 fu nominato presidente del Consiglio per il Discernimento, un organo il cui scopo è risolvere le dispute tra il parlamento e la più importante istituzione iraniana, il Consiglio dei Guardiani della Costituzione. Fu confermato alla presidenza più volte, fino alla sua morte. Durante la sua presidenza del paese, tra il 1989 e il 1997, Rafsanjani affrontò la ricostruzione del paese dopo la guerra contro l’Iraq. Promosse l’apertura e non l’isolamento dell’Iran, e avviò il paese verso una lenta normalizzazione dei rapporti con la comunità internazionale. Fu anche il presidente della liberalizzazione dell’economia, dei mercati del petrolio e del gas: le sue politiche furono però popolari soprattutto tra le classi imprenditoriali del paese, mentre le classi più povere non ebbero grandi miglioramenti della loro situazione. Come presidente, Rafsanjani dimostrò poca tolleranza verso il dissenso: mentre da una parte cercò di migliorare i rapporti con l’Occidente, insistette sul diritto dell’Iran a sviluppare un proprio programma nucleare e non rimosse la fatwa dichiarata da Khomeini contro lo scrittore Salman Rushdie. Secondo i suoi critici la sua presidenza coincise anche con la diffusione della corruzione nel paese.

Durante la sua lunga carriera politica, Rafsanjani costruì un vero e proprio impero economico e commerciale accumulando grandi ricchezze: la sua famiglia arrivò a possedere la seconda più grande compagnia aerea iraniana, a esercitare quasi un monopolio sul redditizio commercio dei pistacchi e a controllare la più grande università privata dell’Iran. Rafsanjani aveva importanti interessi anche nel settore immobiliare, delle infrastrutture e del petrolio. Nel 2003 la rivista Forbes lo citò come uno degli uomini più ricchi al mondo.

Nel 2005 Rafsanjani si candidò per un terzo mandato, ma fu sconfitto dall’allora sindaco di Teheran Mahmud Ahmadinejād. Il suo ruolo, sotto la guida di Mahmoud Ahmadinejad tra il 2005 e il 2013, venne notevolmente ridimensionato. Mantenne comunque il suo incarico al Consiglio per il Discernimento assumendo nel 2007 anche la giuda dell’Assemblea degli esperti, l’ente incaricato di monitorare l’operato della Guida Suprema. Nel 2013 venne escluso dalle elezioni presidenziali e diede il suo appoggio al moderato Hassan Rouhani, che vinse e che nominò molti dei sostenitori di Rafsanjani nel suo governo e nei ruoli più importanti.

Per comprendere l’influenza che Rafsanjani continuava ad avere nella storia più recente del paese, basti citare uno scambio dello scorso marzo tra lui e Ali Khamenei, la Guida suprema dell’Iran. Khamenei scrisse: «Quelli che dicono che il futuro è nei negoziati e non nei missili, sono o ignoranti o traditori. Se la Repubblica Islamica porta avanti dei negoziati senza alcun potere difensivo, dovrà fare marcia indietro contro le minacce provenienti da qualsiasi paese debole». Il commento di Khamenei era rivolto a Rafsanjani, che aveva scritto su Twitter che «il futuro è nel dialogo, non nei missili». Rafsanjani si riferiva ai test sui missili balistici compiuti all’inizio di marzo dalle Guardie della rivoluzione, un corpo militare molto conservatore, molto potente e molto vicino a Khamenei.

Dopo la sua morte, il New York Times ha scritto che Rafsanjani è sempre stato considerato un politico molto abile e “machiavellico”, un uomo pragmatico, dalle posizioni centriste, incline al liberalismo economico e all’autoritarismo politico. Entrambe queste posizioni erano parte di una strategia per garantire la sopravvivenza del sistema politico ibrido iraniano, che tuttora combina le caratteristiche di una democrazia con quelle di una dittatura clericale. Dai critici, Rafsanjani è stato accusato di corruzione e anche di aver usato metodi molto duri per affrontare il dissenso. Tutti sono comunque concordi nel dire che la sua morte avrà conseguenze sul fragile equilibrio politico del paese e nella tradizionale contrapposizione tra moderati/riformisti e ultraconservatori. Per la maggior parte degli analisti, lo spazio politico dei riformatori (che Rafsanjani appoggiava anche finanziariamente) si è significativamente ridotto: il prossimo maggio ci saranno nuove elezioni e una riconferma di Rouhani, sostenuto nel suo primo mandato da Rafsanjani, non è affatto scontata. D’altra parte, sostengono altri, la morte di Rafsanjani potrebbe invece aiutare Rouhani e una nuova generazione di moderati a prendere la guida del paese senza essere danneggiati da un’associazione, per non tutti positiva, con il loro vecchio leader.