Un gruppo di persone davanti ai fiori e le candele portate al mercato dell'attentato di lunedì sera a Berlino. (Sean Gallup/Getty Images)
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  • mercoledì 21 Dicembre 2016

Perché Berlino

Filippomaria Pontani racconta come "senza nemmeno volerlo è rimasta l’unico emblema di una scommessa aperta"

di Filippomaria Pontani
Un gruppo di persone davanti ai fiori e le candele portate al mercato dell'attentato di lunedì sera a Berlino. (Sean Gallup/Getty Images)

Era nell’aria. Ma non erano solo, materialmente, le recenti memorie di Monaco, le circostanziate minacce via web, o gli zainetti pieni di chiodi lasciati a inizio mese da un dodicenne di origine irachena nel mercatino di Ludwigshafen, e rimasti fortunosamente inesplosi grazie a un tempestivo intervento. In una strategia di terrore globale, la Germania era chiaramente il posto sul quale puntare: non è solo un paese che si avvia a elezioni nell’anno che sta per cominciare, ma anzitutto una comunità il cui dibattito pubblico – franco, a tratti aspro, ma raramente becero – ruota da mesi attorno al tema dell’immigrazione e del diverso. Nei teatri, sui taxi, negli stadi, financo nei foyers dei concerti (l’altra sera al Konzerthaus dopo Ma Vlast diretta da Barenboim la gente dibatteva sulla legittimità del nazionalismo ceco di Smetana in rapporto a quello tedesco odierno). Così, mentre l’Inghilterra si ripiega nell’avito isolazionismo isolano, l’Italia si balocca con referendum e leggi elettorali, e la Francia – già ferita a morte nei suoi ideali più sacri – prolunga lo stato di emergenza, Berlino senza nemmeno volerlo è rimasta l’unico emblema di una scommessa aperta, la porta di un continente che solo un anno fa si apriva in uno sforzo inusitato di accoglienza, e che ancora l’altroieri provava a ostentare quel flair di libertà e di leggerezza (pochi poliziotti in giro, poche transenne, nessun controllo negli spazi pubblici) perito a Parigi sotto le volte dei metal detector e i cordoni dei gendarmi. “Frei, miteinander, und offen” (“liberi, insieme, e aperti”), come ha insistito Angela Merkel nel chiudere la conferenza stampa di martedì mattina, con una sorta di nuovo, triplice slogan da sovrapporre a quello della Marianna.

La Germania era il posto giusto non solo perché vi alligna un partito di estrema destra a carattere francamente xenofobo come l’AfD (il fatto che sia per ora dato come terzo partito al 13 per cento non è tranquillizzante se si pensa alla precedente, vertiginosa ascesa del Front National nel giro di pochi anni): era il posto giusto perché nello stesso partito della cancelliera, la CDU-CSU, albergano posizioni assai distanti, con la logica della fermezza e della chiusura che pare ormai affatto prevalente. Non si tratta di dispute astratte o posizionamenti di corrente, bensì di decisioni da prendere ogni giorno. Nella città di Berlino, per esempio, si pone il serio problema di dove allocare le migliaia di migranti che da molti mesi occupano i palazzetti dello sport di diversi quartieri, o i giganteschi hangar di Tempelhof come quello perquisito martedì dalla polizia alla ricerca di una pista per la strage: il piano di redistribuzione dei migranti – che interessa tutte le aree della città tranne Mitte, il centro – è ormai pronto, ma non è semplice (non lo era ieri, figuriamoci oggi) farlo digerire agli abitanti destinati a trovarsi d’emblée dei nuovi vicini di casa; né è chiaro come si potrà impiegare il tempo di tutti questi rifugiati, presso alcuni dei quali l’esasperazione e il sentimento di impotenza iniziano a essere sentimenti diffusi, in grado potenzialmente di generare mostri.

Poi c’è la questione dei rimpatri: colpiva, nei giorni scorsi, leggere su giornali “borghesi” prese di posizione così radicalmente diverse sull’iniziativa del governo di rispedire a Kabul 34 profughi afghani che non avevano titolo per lo status di rifugiato: sulla più battagliera Berliner Zeitung una satira mordace parodiava le parole del ministro Thomas De Maizière invitando sarcasticamente a considerare l’Afghanistan un paese ormai sicuro e pacificato e il rimpatrio come un atto di grande civiltà (ma pochi politici, perfino tra i Verdi, sono ormai disposti a trasformare questa in una battaglia di principio); mentre con tutta serietà sulla più conservatrice (ma affatto liberale) Frankfurter Allgemeine Zeitung si sosteneva il rimpatrio sistematico come misura indispensabile, per quanto costosa, per ristabilire l’ordine e la sovranità regolare contro un’immigrazione altrimenti incontrollabile.

Più di ogni altra cosa, nei giorni precedenti la strage di lunedì sera, teneva banco un episodio forse perfino più velenoso della Sylvesternacht 2016 di Colonia: la notte del 16 ottobre, nella tranquilla e verdissima (politicamente e di fatto) città di Friburgo, una studentessa è stata violentata e uccisa mentre tornava in bici da una festa studentesca. Si è accertato non molti giorni fa che il colpevole è un immigrato afghano 17enne o forse 18enne, già detenuto per un analogo reato di violenza in Grecia (per la precisione nel carcere minorile di Volos, che è il teatro del profetico documentario di Marianna Ikonomou, La strada più lunga), il quale poi – complice, proprio come nel documentario, l’incertezza sulla sua maggiore età – era stato scarcerato ed era giunto in Germania per vie tuttora poco chiare, venendo gratuitamente accolto in casa da una famiglia tedesca. Nell’episodio di Friburgo si concentrano e si saldano una serie di elementi forse perfino più esplosivi dell’orrore di Breitscheidplatz: l’attacco all’indipendenza delle donne (che in Germania è sacra), l’offesa ai centri del sapere (l’Università, che è una delle più note del paese e la vera anima della cittadina della Brisgovia), il tradimento dell’ospitalità disinteressata, la sfiducia verso la Grecia (un paese non solo indebitato fino al collo, ma presentato come incapace di trattenere i criminali, o almeno di rispedirli al paese loro), e il sospetto nei confronti dell’Europa che in fondo rende possibile tutto questo. Nadine Zeller e Birte Fuchs, sulla Zeit di giovedì, inquadravano la pericolosità di questo evento ben oltre la dimensione del lutto locale: non è un mistero che la propaganda dell’AfD – ormai non solo un partito di vecchi livorosi, ma rappresentata da molti quadri giovani sul territorio, e di gran lunga il più attivo sui social media – si contrapponga nel modo più fermo proprio alla politica di apertura e tolleranza (letta come intollerabile moralismo) incarnata dai Verdi, partito che governa a Friburgo da secoli e che l’AfD è certa di superare nei consensi alle prossime elezioni.

La Germania era il paese da colpire anche perché nonostante tutte le difficoltà sta producendo un ragguardevole sforzo intellettuale per comprendere il fenomeno in atto, e per mettere in discussione anche se stessa, il proprio presente e il proprio passato. Non serve entrare nelle librerie letteralmente strapiene di volumi sul tema (tra questi spicca – ma meriterà un discorso a parte – l’approfondita analisi di Stephan Lessenich sui reali, spaventevoli presupposti dell’ordine mondiale imposto dall’Occidente). Basta passare di fianco al Deutsches Museum – dinanzi al Duomo e al cantiere del nuovo Castello ricostruito sulle ceneri dell’antico Palast der Republik della DDR – per notare una mostra che per la prima volta affronta in modo organico il tema, spesso dimenticato, del colonialismo tedesco: dai proclami razzisti contro i Congolesi agli esperimenti medici sulle cavie Ottentotte ai saccheggi delle isole polinesiane, dalle ambizioni frustrate con la disfatta della I guerra mondiale alle latenti pulsioni coloniali del nazionalsocialismo (il testo sacro di Hans Grimm “Popolo senza spazio”, in cui si teorizza la necessità del “posto al sole”, è del 1926, e l’autore aveva lungamente vissuto in Africa). In questa mostra si parla finalmente dei fronti di liberazione della Namibia, si narrano le storie dei deportati e le pulizie etniche, insomma si compie tutto un prezioso lavoro che porta a galla un “pregresso” troppo spesso rimosso all’interno della più ampia e generica damnatio del periodo hitleriano, al quale il fenomeno – a rigore – preesiste.

Né serve occuparsi di storia remota: una mostra necessaria si svolge alla Akademie der Künste, ai margini dell’Englischer Garten, e allinea una ragguardevole serie di artisti di vari paesi che si esprimono in situazioni di crisi: “Uncertain States“. L’idea, geniale quanto problematica, è giustapporre e far dialogare due diverse tipologie di materiali: da un lato le opere di artisti profughi dei nostri tempi, che riflettono sulle loro patrie, dall’Iran alla Siria, dal Libano all’Algeria (su tutte, segnalo il video “Western Union, Small Boats” di Isaac Julien, di rara potenza in specie per noi Italiani); dall’altro, una vasta sezione centrale che raccoglie documentazione sugli esuli tedeschi degli anni Trenta, dall’ultimo passaporto di Walter Benjamin al revolver di Kurt Tucholsky, dai documenti con cui Käthe Kollwitz fu cacciata dall’Accademia al manoscritto Dalla qualifica di emigrante di Bertolt Brecht. Le analogie che si creano nella mente di ogni visitatore (e di ogni tedesco, in particolare, perché quelle personalità e quegli artisti sono parte centrale della loro cultura) possono oscillare tra il generico (il male del mondo, e uno spontaneo lamento contro un indistinto fascismo-capitalismo-colonialismo, giudicato severamente da alcuni recensori) e lo specifico (le torrette di avvistamento di Gaza fotografate da Taysir Batniji e quelle del muro di Berlino; i Numbers dei palazzi distrutti in Cecenia esposti da Aslan Gaisumov e le targhe nell’ebraico Scheunenviertel; le ricostruzioni della vita iraniana pre-1979 di Moradi Maziar e i film di Fassbinder; i rivoluzionari senza mezzi filmati da Bouchra Khalili e le associazioni europee di resistenza antifascista; le scarpe infinite di Graciela Sacco e quelle cambiate da Brecht in A coloro che verranno), ma in ogni caso non possono non suscitare una forma di “empatia”, non possono non sollecitare riflessioni che vanno nella direzione opposta rispetto a quella dello scontro e dell’irrigidimento, così lucidamente perseguita da chi semina il terrore. E lo fa nei luoghi più simbolicamente e storicamente adeguati, come già a Parigi e a Istanbul: la Gedächtniskirche di Berlino, come ben sanno i seguaci di Wenders e di Fassbinder, è in certo modo l’emblema del patto democratico della Bundesrepublik, e nel contempo il garante di quella gabbia di passato da cui il risorgente nazionalismo patriottardo vorrebbe liberare la Germania per renderla, senza complessi, “padrona in casa propria”.

Oggi è un giorno grigio, “ein grauer Tag”, come recita il titolo di un dipinto di Grosz esposto in una splendida mostra di pittori poco noti dell’età di Weimar allestita davanti a Charlottenburg, a poche centinaia di metri dal luogo dell’attentato. In quel dipinto, del 1921, si vedono reduci di guerra rabbiosi, operai indifferenti senza volto né voce, impiegati sospettosi dei loro traballanti privilegi, e, in primo piano, uno strabico burocrate pronto a misurare con la squadra i danni subiti dai militari per valutare l’ammontare della loro pensione. Siamo lì: se l’Europa, per incapacità o per convenienze elettorali, si ridurrà a un gruppo di occhiuti misuratori dei danni, del prodotto e dei denari, non provvedendo a creare un discorso comune che dia un senso alla vita associata lenendo le paure e ammansendo gli atavici rancori dei suoi cittadini, i giorni grigi si moltiplicheranno.