Cosa farà il presidente Donald Trump?

Trump ha avuto qualsiasi posizione su qualsiasi tema, nella sua vita: ma se mantenesse le promesse fatte in campagna elettorale, farebbe questo

(Win McNamee/Getty Images)

Durante la sua campagna elettorale Donald Trump ha detto di voler deportare milioni di persone, di voler mettere in prigione la sua avversaria Hillary Clinton, di voler costruire muri e di voler denunciare le donne che l’hanno accusato di molestie sessuali, di voler ostacolare gli accordi commerciali firmati dagli Stati Uniti e di voler cancellare tutto quello fatto da Barack Obama. Ha detto di voler fare anche molto altro: «Tutte cose che danneggerebbero molte persone», riassume il New York Times. Tuttavia, molte delle persone che gli stavano vicino avevano avvertito che la maggior parte di quelle proposte non erano dei veri e propri piani e che, dunque, non dovevano essere prese alla lettera. Lo stesso Trump, una volta, ha descritto alcune sue proposte come un “suggerimento”. Ora che diventerà il quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti si saprà che cosa pensa davvero. O almeno quello che cercherà di fare. E c’è da sperare, dice il Washington Post in un editoriale, che «sia migliore di quanto temiamo».

Molte delle cose promesse da Trump potranno essere fatte direttamente da lui, con una firma. Altre richiederanno invece un passaggio al Congresso, a maggioranza Repubblicana per almeno due anni. Ma stando a quello che finora sappiamo e che ha detto, che cosa potrebbe succedere? La premessa necessaria è che Trump nel corso della sua vita ha detto davvero qualsiasi cosa: è impossibile prevedere cosa farà da presidente. Dovesse decidere di mantenere le promesse che ha fatto in campagna elettorale, però, sarebbe questo.

Immigrazione
Gli osservatori dicono che le cose cambieranno molto. Mentre con Obama il sistema dell’immigrazione statunitense si era mosso in una direzione di maggiore apertura, è molto probabile che Trump farà l’esatto contrario, abbracciando una visione nativista che attribuisce un carattere innato di idee e attitudini alle persone: gli immigrati sono stati descritti regolarmente da Trump come concorrenti per i lavoratori statunitensi e i profughi come dei potenziali terroristi. Lo stesso vale spesso per i cittadini americani, ma di origini straniere.

Durante la campagna elettorale Trump aveva detto più volte che se fosse stato eletto avrebbe fatto costruire un muro sul confine messicano per impedire l’immigrazione clandestina e che lo avrebbe fatto pagare al Messico. La seconda parte del piano sembra impossibile, sulla prima alcuni esperti hanno calcolato che il costo per la costruzione potrebbe essere quattro volte superiore rispetto a quello che lo stesso Trump ha stimato durante la campagna (il muro sarebbe lungo per una distanza equivalente a quella tra Napoli e Mosca). A parte questo, non sono poi prevedibili le conseguenze umanitarie di una tale decisione.

Trump aveva anche proposto la deportazione automatica per chiunque fosse entrato illegalmente negli Stati Uniti – ci sono oltre 11 milioni di persone irregolari negli Stati Uniti, e i loro figli se sono nati in America sono americani – e la creazione di una lista di paesi “a rischio” da cui fermare i flussi migratori: la legittimità di un programma di questo tipo sarà quasi certamente contestato in tribunale come discriminatorio. Tuttavia, Trump rischia di essere sostenuto dal Congresso. L’inizio del piano potrebbe prevedere operazioni di controllo e incursioni diffuse nelle comunità o nei luoghi di lavoro. Otto milioni di immigrati irregolari lavorano o cercano lavoro e rappresentano il 5 per cento della forza lavoro del paese.

Trump ha anche detto che avrebbe annullato il DACA (Deferred Action for Childhood Arrivals), programma avviato nel 2012 da Obama e indirizzato ai più giovani per fornire una serie di garanzie contro l’espulsione (l’espansione di quello stesso programma attraverso degli ordini esecutivi era stato bloccato dalla Corte Suprema lo scorso giugno). Se Trump facesse comunque quello che ha detto, migliaia di persone perderebbero il lavoro o le borse di studio ottenute con l’avvio della prima parte del programma.

Clima
Scrive il Guardian: «La più grande economia del mondo è ora guidata da un uomo che crede che il cambiamento climatico sia una bufala, forse perpetrata dai cinesi».

Lo scorso settembre Cina e Stati Uniti avevano annunciato la ratifica dell’accordo sul clima di Parigi, raggiunto nel dicembre 2015 durante la Conferenza mondiale sul clima, nota anche come Cop21. L’accordo era stato firmato da 195 paesi, tra cui Cina e Stati Uniti, e prevedeva un impegno a ridurre le emissioni inquinanti in tutto il mondo, a contenere l’aumento delle temperature, a smettere di incrementare le emissioni di gas serra e a finanziare i paesi più poveri per aiutarli a sviluppare fonti di energia meno inquinanti.

Trump ha minacciato di ritirare gli impegni degli Stati Uniti sul clima, giustificando dunque le posizioni riluttanti di altri paesi come India e Polonia. Ha detto anche di voler chiudere l’EPA (l’Agenzia americana per la Protezione dell’Ambiente) definendola «una disgrazia». Non potrà farlo facilmente, ma nel corso della sua amministrazione potrebbe certamente indebolirne i regolamenti. Attualmente in 28 stati sono in corso cause legali contro i regolamenti dell’EPA: il caso potrebbe arrivare alla Corte Suprema e con la nomina di un giudice vicino alle posizioni di Trump, il nuovo presidente potrebbe raggiungere i suoi obiettivi.

Trump ha anche promesso di tagliare tutte le spese per lo sviluppo di energia pulita e le centinaia di milioni di dollari inviate come aiuto ai paesi più a rischio a causa dei cambiamenti climatici. Infine, ha detto di voler sostenere il ricorso al carbone e anche al gas naturale, promuovendo il rilancio della pratica del fracking per l’estrazione di gas di scisto. Non ha comunque spiegato in che modo intende raggiungere questi obiettivi contraddittori, dato che il maggiore impiego del gas naturale è una delle cause del calo del carbone.

Salute
Trump ha promesso di cancellare il “Patient Protection and Affordable Care Act”, cioè la riforma sanitaria voluta e approvata tra molte controversie dall’amministrazione del presidente Barack Obama. “Obamacare”, come la chiamano soprattutto i media e quelli che vogliono abolirla. La riforma è stata una delle più importanti approvate dall’amministrazione Obama e anche quella con gli effetti più immediati sugli americani: milioni di persone che prima non erano assicurate oggi hanno una copertura sanitaria. Era stata approvata nel marzo del 2010 dopo anni di discussioni, ma è tuttora contestatissima dai Repubblicani che di tanto in tanto hanno provato ad abolirla ma senza successo. Fino a ora.

Ci sarebbero comunque diversi problemi nel superare la riforma e il processo di abolizione, anche solo di una parte, potrebbe essere molto lungo: alcune disposizioni della legge sono ormai profondamente radicate nel sistema sanitario ed eliminarle sarebbe una sfida politica e pratica molto complessa. Inoltre ci vorrebbe un piano molto chiaro su come sostituirla. Prima dell’ottobre 2013 circa 42 milioni di cittadini americani non avevano una copertura sanitaria; oggi sono 28,9 milioni. Di questi 13 milioni di persone in più, 11,4 hanno comprato un’assicurazione utilizzando i sussidi federali. Altri 8 milioni di persone hanno approfittato dei sussidi per migliorare la propria assicurazione. Altre persone ancora sono state coperte grazie all’espansione del Medicaid, il programma sanitario federale per i più poveri reso facoltativo da una sentenza della Corte Suprema, che ha permesso a ogni stato di decidere se finanziarla o no e a cui hanno aderito comunque 31 stati.

Trump e i Repubblicani al Congresso potranno comunque cambiare direzione sulla questione, riducendo il ruolo del governo nel mercato delle assicurazioni, riducendone la regolamentazione e dunque i costi e permettendo alle persone di acquistare l’assicurazione dove è più conveniente. Il piano di Trump prevede anche una maggiore importazione di farmaci dall’estero e un ridimensionamento di contraccezione, prevenzione e aborto: Trump ha infatti dichiarato di essere contrario al ricorso di Medicaid per coprire le spese di un’interruzione di gravidanza per le donne a basso reddito.

Donne
Venti donne hanno accusato Trump di molestie sessuali. La maggior parte delle accuse sono arrivate dopo la pubblicazione di un video del 2005 in cui Donald Trump dice che grazie alla sua posizione può fare “quello che vuole” con le donne e loro “non possono opporsi”, e di solito lui le bacia e le “prende per la figa” senza il loro consenso. La pubblicazione del video e le successive accuse di molestie sono state lo scandalo peggiore di tutta la campagna elettorale per Trump. Già in precedenza Trump aveva pronunciato moltissime frasi sessiste ed era sospettato di aver tenuto in più di un’occasione comportamenti inappropriati.

Senza contare dunque le posizioni sessiste, violente e misogine di Trump e il pensiero che lui legittima, la questione ha a che fare anche con le politiche che sceglierà di attuare. Trump vorrà sostenere politiche di assistenza all’infanzia? Manterrà in vigore le decisioni dell’amministrazione Obama sulla violenza sessuale nei campus universitari? Preserverà gli ordini esecutivi che proteggono le persone transgender dalla discriminazione? Durante la campagna elettorale Trump non ha mai dato una risposta specifica a queste domande, ma se si vanno a vedere le posizioni dei Repubblicani, la risposta a tutte le domande sarebbe: “No”. E ancora: sceglierà dei giudici della Corte Suprema contrari all’aborto? E cosa farà dei fondi pubblici per Planned Parenthood, l’organizzazione di cliniche private che permettono tra le altre cose di interrompere una gravidanza?

Wall Street
Trump ha avuto fino ad ora un rapporto complicato e confuso con Wall Street. I mercati azionari sono andati bene il giorno prima delle elezioni, quando l’FBI aveva annunciato che non avrebbe riaperto la sua indagine sulle e-mail di Hillary Clinton. Mercoledì, dopo la sconfitta di Clinton, i mercati non sono andati bene, ma hanno recuperato velocemente dopo il discorso della vittoria di Trump. La minaccia di modificare le regole fiscali, di aumentare le aliquote sui rendimenti dei titoli finanziari e l’instabilità a cui potrebbe portare la sua politica estera non contribuirebbero in modo positivo sulla finanza e sulle banche. «Wall Street ci ha causato enormi problemi. Tasseremo Wall Street», aveva detto Trump lo scorso gennaio.

D’altra parte Trump ha promesso di prendere una serie di iniziative molto favorevoli alla deregolamentazione dei mercati. La vittoria di Donald Trump alle presidenziali degli Stati Uniti non ha quindi avuto i previsti effetti negativi sulle borse e il risultato è stato reso possibile dal buon andamento dei titoli nel settore finanziario, in quello assicurativo e in quello delle grandi costruzioni, che potrebbero comunque ottenere dei vantaggi dalla sua presidenza.

La prima prova di Trump potrebbe essere la mega fusione tra AT&T e Time Warner. Lo scorso ottobre l’azienda di telecomunicazioni americana AT&T aveva infatti annunciato di aver trovato un accordo per comprare Time Warner, gruppo di canali televisivi e produzione cinematografica di cui fanno parte CNN, HBO, Cartoon Network e gli studi Warner Bros, tra gli altri. Trump aveva definito la cifra dell’accordo (85,4 miliardi di dollari cioè circa 78,5 miliardi di euro), una minaccia alla democrazia e aveva detto che avrebbe cercato di bloccarlo, una volta eletto: «C’è troppa concentrazione di potere nelle mani di poche persone». Se farà così Wall Street, dice il Guardian, potrebbe cominciare a preoccuparsi.

Armi
La vittoria di Trump è una vittoria enorme per la National Rifle Association (NRA), la lobby statunitense che difende i possessori di armi da fuoco, che lo ha sostenuto da subito nella corsa alla presidenza. Trump ha parlato di liberalizzazione delle armi, di eliminazione delle restrizioni e dei controlli preventivi, i cosiddetti “background check”, che sono effettuati per gli acquisti di armi nei negozi. Trump ha più volte rivendicato il diritto alla difesa degli americani e ha promesso di nominare una giudice alla Corte Suprema favorevole alla difesa del Secondo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti – che stabilisce il diritto dei cittadini di portare armi – e delle altre leggi sull’argomento.

Ogni anno più di 30mila americani vengono uccisi da un’arma da fuoco; considerando i feriti, il numero sale a quasi 100mila. Secondo il dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, le persone coinvolte in crimini nei quali viene usata un’arma da fuoco (anche se solo mostrata) sono quasi 500mila all’anno. Per ridurre questo tipo di violenza, Trump ha sostenuto che l’applicazione della legge dovrebbe essere più “dura”. «Il crimine violento in città come Baltimora, Chicago e molte altre è fuori controllo. Agli spacciatori di droga e ai membri delle bande viene data una pacca sulla spalla e vengono lasciati liberi per la strada. Questo deve essere fermato». Trump ha anche sostenuto che le leggi che potenziano il possesso di armi sono «un altro modo per combattere il crimine».

Giustizia
Trump ha parlato di “legge e ordine”. Ha però detto spesso cose false sui tassi di criminalità a livello nazionale e senza fare alcun riferimento al loro contesto storico. Trump è stato piuttosto vago su una possibile riforma della giustizia, ma ha più volte promesso sostegno agli agenti di polizia e alle forze dell’ordine. Ha anche dimostrato interesse per la privatizzazione delle carceri e ha criticato il presidente Obama perché durante la sua presidenza ha concesso 562 commutazioni di pena nel tentativo di porre rimedio alle conseguenze delle politiche carcerarie particolarmente dure verso chi ha commesso reati non violenti legati alla droga. Trump ha infine proposto una legge per dare la pena di morte a chiunque venga condannato per aver ucciso un agente di polizia.

Alcuni osservatori dicono che molto probabilmente Trump annullerà una serie di ordini esecutivi firmati da Obama nel maggio 2015 per limitare per esempio il trasferimento di attrezzature militari ai dipartimenti di polizia. La presidenza Trump, poi, metterà quasi certamente fine a ogni forma di collaborazione o mediazione avviata tra Obama e i movimenti in difesa dei diritti umani – come “Black Lives Matter” – che si sono rafforzati dopo le molte stragi e le uccisioni di neri avvenute nel paese.

Economia
Con un presidente come Trump e con un congresso Repubblicano è molto probabile che ci sarà un cambiamento radicale nella politica economica degli Stati Uniti. Trump ha proposto una serie di riforme piuttosto “classiche” per la destra americana: tasse più basse sia per le imprese che sui redditi e meno regolamentazioni, con la promessa, però, anche di una riduzione dei rapporti commerciali con le altre nazioni. Durante la campagna elettorale Trump e i suoi consiglieri hanno insistito sul fatto che i tagli delle tasse non avrebbero portato a un aumento del debito federale, in parte perché, dicono, porteranno a una crescita più rapida e dunque a un conseguente aumento del gettito. Diversi esperti hanno però stimato che con i piani di Trump il debito federale aumenterebbe di 5.300 miliardi di dollari nei prossimi dieci anni, e che aumenterebbe anche il rapporto tra debito e prodotto interno lordo.

Trump ha anche promesso di tagliare la spesa federale, ma allo stesso tempo ha detto di voler aumentare quella stessa spesa nel settore militare e delle infrastrutture. Ha parlato di voler semplificare la burocrazia, assecondando i più influenti gruppi di affari che hanno accusato l’amministrazione Obama di aver ostacolato la crescita economica, ampliando in modo significativo le regolamentazioni nei settori di tutela dell’ambiente e dei lavoratori.

La particolarità di Trump rispetto ad altri politici della destra americana è che ha detto di essere ostile alla globalizzazione e alla gran parte degli accordi commerciali sottoscritti dal suo paese. Trump è un isolazionista, secondo cui l’economia americana dovrebbe chiudersi alle importazioni e penalizzare le industrie che trasferiscono i loro stabilimenti all’estero. Trump ha infatti detto di voler aumentare la produzione degli Stati Uniti e di voler ridurre le importazioni dalla Cina e da altre nazioni. La sua vittoria significherà quasi certamente la scomparsa della proposta Trans-Pacific Partnership (TTP) che riguarda il commercio fra paesi che si affacciano sull’Oceano Pacifico e che coinvolge 12 paesi: Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore, Vietnam e soprattutto Stati Uniti. Trump ha anche promesso più volte di rinegoziare o di abbandonare gli accordi commerciali esistenti, in particolare il North American Free Trade Agreement (NAFTA), accordo di libero scambio fra Stati Uniti, Canada e Messico Nafta. Ha infine minacciato di applicare una serie di sanzioni contro le aziende statunitensi che trasferiscono parte della produzione all’estero, anche se la legittimità di tali misure non è chiara.

I Repubblicani – che in linea di massima sono d’accordo con Trump su tasse e deregolamentazioni – potrebbero avere maggiori riserve circa le sue opinioni sul commercio. Il partito sostiene da tempo un aumento della necessità degli scambi tra le nazioni, e posizioni in generale più liberiste in economia.

Sicurezza nazionale
Trump avrà presto il controllo del vasto apparato di sicurezza degli Stati Uniti, con tutto il potere che ne consegue.

La chiusura di Guantanamo è stato uno degli obiettivi di Obama fin dalla sua prima elezione nel 2009, fallito per l’indisponibilità del Congresso. La prigione di Guantanamo, che si trova a Cuba, è stata aperta per la prima volta nel 2001 dopo gli attacchi dell’11 settembre. Trump ha più volte attaccato Obama, accusandolo di essere morbido con i terroristi e di consentire a molti di uscire da Guantanamo «anche se non dovrebbero essere rilasciati». Trump ha anche ipotizzato che i cittadini americani accusati di terrorismo dovrebbero essere processati dal tribunale militare di Guantanamo, cosa che la legge attualmente non permette. Trump si è molto concentrato durante la campagna elettorale sull’aumento dei controlli delle comunità musulmane: non ha escluso una sorveglianza speciale nelle moschee e nemmeno la creazione di un database di musulmani americani. Sarà fondamentale capire chi sceglierà alla guida delle agenzie di intelligence.

Politica estera
Trump ha passato la campagna elettorale a minacciare di sconvolgere l’attuale ordine internazionale, la rete di trattati e organizzazioni multilaterali che regolano i rapporti globali. Ha detto che avrebbe rinegoziato i trattati commerciali, che gli Stati Uniti dovranno rivedere le loro alleanze, soprattutto con i paesi europei, e valutare se uscire da alcune organizzazioni internazionali che finora sono state centrali nella politica estera nazionale, per esempio la NATO.

In politica estera la posizione di Trump è stata molto ondivaga e incerta, al punto da essere stata definita pericolosa da una lunga lista di giornalisti, esperti ed ex membri del governo, anche Repubblicani. Sostanzialmente anche in politica estera Trump è un isolazionista che intende aumentare le spese militari e diminuire l’appoggio agli alleati. Trump è favorevole a mantenere buone relazioni con la Russia e ha detto che non andrà automaticamente in aiuto degli alleati baltici della NATO (Estonia, Lettonia e Lituania) in caso di attacco russo. Trump ha detto di aver un piano per distruggere lo Stato Islamico, ma di non volerlo rivelare per non avvantaggiare il gruppo terrorista.

Ciò di cui si parlerà maggiormente sarà comunque il rapporto tra Trump e Putin. Trump è un ammiratore di Putin da quasi dieci anni. Lo ha definito un leader migliore di Obama, ha appoggiato il suo intervento militare in Siria e ha detto di non credere alle accuse di essere il responsabile di numerosi omicidi politici. In diverse occasioni ha detto che la Russia non rappresenta una minaccia per gli Stati Uniti e ha sempre avuto posizioni molto morbide riguardo all’intervento militare russo in Ucraina. Gli osservatori si aspettano che nella fase iniziale della nuova presidenza ci sarà un vertice Trump-Putin in cui le relazioni USA-Russia saranno ridefinite secondo una linea che potrebbe assecondare la Russia sia per quanto riguarda le sue aree di influenza in Medio Oriente sia sul confine russo.

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