Due peshmerga a Bartella, in Iraq (AP Photo/ Khalid Mohammed)
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  • giovedì 27 ottobre 2016

Dieci giorni di battaglie per Mosul

Le forze della coalizione si stanno avvicinando alla città irachena sotto il controllo dello Stato Islamico, che per difendersi sta usando tattiche tipiche della guerriglia

Due peshmerga a Bartella, in Iraq (AP Photo/ Khalid Mohammed)

Dieci giorni fa è cominciata la battaglia per la riconquista di Mosul, la più grande città irachena ancora sotto il controllo dello Stato Islamico (o ISIS). È una battaglia di cui sappiamo molto e che viene raccontata quotidianamente dai giornalisti che seguono i militari iracheni o i soldati peshmerga, l’esercito del Kurdistan Iracheno. È importante perché lo Stato Islamico, persa Mosul, potrebbe tornare a essere quello che era fino a qualche anno fa, almeno in Iraq: un gruppo estremista clandestino che fa attentati terroristici contro le forze regolari, senza disporre del controllo di ampi territori. Come già detto da molti negli ultimi giorni, non sarà una battaglia facile e breve: per riconquistare Mosul ci vorranno settimane, più probabilmente mesi. Intanto vale la pena capire cosa sta succedendo e a che punto siamo.

mosulUna mappa continuamente aggiornata sulla battaglia di Mosul (qui). Lo Stato Islamico è in grigio, i curdi sono in giallo e l’esercito iracheno è in rosso. I simboli col kalashnikov indicano le zone dove si sta combattendo; i simboli con la fiamma, a sud, indicano i pozzi di petrolio incendiati dallo Stato Islamico (Liveuamap.com)

Mosul circondata
Negli ultimi dieci giorni, semplificando un po’, è successo questo: i peshmerga sono avanzati da nord e da est, prendendo il controllo di diverse cittadine attorno a Mosul fino a pochi giorni fa governate dallo Stato Islamico. La linea della battaglia più vicina alla città è attualmente a est di Mosul, in prossimità dei quartieri periferici della città. Quei territori sono stati conquistati dai curdi, che ora stanno lasciando campo libero alle forze speciali irachene che fanno parte della cosiddetta “Golden Division”, una specie di corpo di élite addestrato dagli Stati Uniti e considerato il più preparato a riprendere il controllo delle aree urbane. Vale la pena tenersi a mente questo nome, per capire gli sviluppi della battaglia di Mosul. La Golden Division è stata istituita nel 2003, poco dopo l’invasione americana in Iraq: è stata addestrata, armata e rifornita dalle forze speciali americane allo scopo di compiere operazioni militari complesse. È la divisione armata irachena più professionale e meno settaria ed è considerata dagli americani molto più affidabile dell’esercito regolare. Non è mai stata messa sotto il controllo del ministero della Difesa e risponde direttamente al primo ministro iracheno. Il New York Times ha scritto:

«Quando nel 2014 lo Stato Islamico avanzò nell’Iraq centrale e settentrionale, le forze di sicurezza irachene crollarono. Gli ufficiali se ne andarono e i loro soldati furono costretti a una umiliante ritirata, molti si strapparono via l’uniforme e lasciarono indietro armi e Humvees. Ma non le forze speciali, che mantennero le loro posizioni e divennero una fonte di orgoglio nazionale.»

Da sud ha cominciato ad avanzare l’esercito iracheno, incontrando diverse difficoltà: da qualche giorno lo Stato Islamico sta bruciando i pozzi di petrolio nell’area di Qayyarah per ridurre la visibilità dall’alto, di modo da scoraggiare la coalizione internazionale anti-ISIS a compiere attacchi aerei in appoggio all’offensiva di terra.

Come sta rispondendo lo Stato Islamico
Da quanto si è visto finora, lo Stato Islamico non sembra avere intenzione di ritirarsi senza combattere, uno scenario che invece era stato considerato possibile prima dell’inizio dell’offensiva. Sembra anzi che abbia individuato quattro modi per rispondere all’attacco della coalizione. Il primo è l’uso di attacchi diversivi, come è successo a Kirkuk, la città a sud-est di Mosul sotto il controllo dei curdi. Qui una settimana fa almeno 100 miliziani dello Stato Islamico e attentatori suicidi, inclusi alcuni membri di “cellule dormienti” che da tempo vivevano in città, hanno attaccato gli edifici chiave di governo e polizia, invitando i sunniti a rivoltarsi contro il governo locale. L’attacco è stato respinto ma in parte ha raggiunto il suo scopo: circa duemila peshmerga impiegati altrove nell’offensiva di Mosul sono stati richiamati a Kirkuk per respingere gli assalitori.

Il secondo è l’uso di autobombe. Come ha spiegato Richard Galpin, l’inviato di BBC a Erbil, la vista di file di auto o furgoni diretti verso il fronte dell’offensiva sono fonte di paura tra i soldati iracheni e i peshmerga. Gli attentati suicidi avvengono così: i soldati della coalizione non riescono a fermare tutti i mezzi in avvicinamento – spesso sono blindati, su cui le armi leggere non hanno efficacia – e qualcuno riesce a raggiungere il fronte e a farsi esplodere.

Il terzo modo è l’uso di una rete molto estesa di tunnel sotterranei, scoperta dai soldati iracheni e peshmerga durante l’avanzata verso Mosul. I tunnel sembrano essere di natura principalmente difensiva, ha scritto Gaplin, e cioè destinati a proteggere i miliziani dagli attacchi aerei e di artiglieria. All’interno sono stati trovati sacchi a pelo, riserve di cibo e acqua. Sono strutture che però possono essere usate anche per compiere degli attacchi: qualche giorno fa per esempio è stato diffuso un video che mostrava un miliziano dello Stato Islamico uscire improvvisamente da un tunnel fuori Mosul e cominciare a sparare contro un gruppo di soldati iracheni.

Il quarto modo impiegato dallo Stato Islamico per rispondere all’offensiva verso Mosul è l’uso di scudi umani. Un corrispondente di Reuters ha incontrato diversi abitanti delle cittadine a sud di Mosul che gli hanno raccontato che i loro parenti sono stati usati come scudi umani per coprire la ritirata dello Stato Islamico da quelle aree. Diversi osservatori e analisti pensano che sia probabile che lo Stato Islamico possa usare la stessa tattica anche nel centro abitato, quando le forze della coalizione riusciranno a entrare in città e comincerà la fase più complicata e violenta, quella della guerriglia urbana.

Un’idea su Raqqa
Mentre l’attenzione di tutti è concentrata su Mosul, gli Stati Uniti stanno pensando di cominciare la battaglia per conquistare Raqqa, la principale città siriana sotto il controllo dello Stato Islamico. Un funzionario del dipartimento della Difesa americano ha detto al New York Times che l’offensiva su Raqqa potrebbe iniziare presto, nel giro di qualche settimana. Stephen Townsend, il comandante delle forze americane in Iraq, ha parlato della necessità di agire rapidamente per neutralizzare il pericolo che lo Stato Islamico possa compiere nuovi attacchi terroristici in Occidente.

A parte gli annunci, comunque, non sembra che gli Stati Uniti abbiano risolto il problema più grande, che riguarda le forze che dovrebbero partecipare all’offensiva a Raqqa. I militari americani ritengono che i combattenti migliori siano i curdi siriani dell’YPG, che però sono considerati terroristi dal governo turco, membro della NATO e alleato degli Stati Uniti nelle operazioni militari che si sono svolte nelle ultime settimane nella Siria settentrionale. La Turchia ha esplicitamente chiesto agli americani che i curdi rimangano fuori dalla riconquista di Raqqa, per evitare che si rafforzino troppo e che possano poi avanzare richieste territoriali e di indipendenza per la costruzione di uno stato curdo. Al momento la situazione è bloccata e non è chiaro in che modo il governo americano proverà a sbrogliarla.

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