(AP Photo/ Evan Vucci)

Perché Trump dice che le elezioni sono truccate

Ha parlato di irregolarità nelle procedure di voto senza offrire alcuna prova: in molti credono stia preparando il terreno per non accettare una sconfitta

(AP Photo/ Evan Vucci)

Domenica il dibattito politico sulle elezioni americane si è concentrato sul alcuni tweet del candidato Repubblicano Donald Trump, che ha definito “truccate” le elezioni previste per l’8 novembre (che in realtà sono già in corso: in queste settimane molti elettori stanno già votando per posta). Molti dei suoi ultimi tweet e dichiarazioni pubbliche sono sopra le righe persino per gli standard di Trump: fra le altre cose ha insinuato che la candidata Democratica Hillary Clinton si sia drogata prima dell’ultimo dibattito tv. Diversi analisti credono che Trump stia alzando i toni per preparare il terreno per un’eventuale sconfitta alle elezioni, ad oggi considerato lo scenario di gran lunga più probabile (gli ultimi sondaggi lo danno indietro di una decina di punti rispetto a Clinton). In questo caso, credono in molti, Trump non accetterebbe la sconfitta, come succede solitamente, ma darebbe la colpa ai giornali e in generale ai presunti “poteri forti”.

Domenica Trump ha iniziato la giornata twittando che i media stanno “truccando” le elezioni «assieme alla campagna di Hillary Clinton, dando conto di storie che non sono mai accadute». Il riferimento è alle centinaia di articoli che sono usciti in queste settimane sulle donne che stanno accusando Trump di averle molestate: per ora siamo a nove donne, molte delle quali hanno deciso di rendere pubbliche le loro storie dopo la diffusione di un video del 2005 in cui Trump si vantava di aver molestato e importunato molte donne. In passato Trump aveva già accusato la stampa americana di stare “truccando” le elezioni, sostanzialmente perché a suo dire si stavano occupando eccessivamente di lui. Domenica pomeriggio si è spinto oltre: ha scritto su Twitter che «senza alcun dubbio» le elezioni sono truccate non solo dai media, ma anche in «molti seggi elettorali». Lunedì mattina ha aggiunto: «è evidente la presenza di una truffa elettorale, prima e durante il giorno delle elezioni. Perché i leader Repubblicani lo negano? Che ingenui!».

Quelle di Trump sono accuse molto pesanti: sia perché sono generiche e false – non ci sono prove di irregolarità nel voto, anche secondo i governatori degli stati Repubblicani – sia perché potrebbero essere “pericolose”, come sostengono molti. Negli Stati Uniti il dibattito politico è già molto polarizzato, e insinuare che le elezioni siano state truccate rischia di rendere ancora più profonda questa divisione, arrivando persino a delegittimare una delle cariche ancora oggi più rispettate nel paese: la presidenza.

Domenica il tweet di Trump sulla regolarità delle votazioni è paradossalmente arrivato dopo un’intervista del candidato vicepresidente Repubblicano Mike Pence al talk show Meet the Press in cui Pence aveva spiegato che lui e Trump accetteranno «sicuramente» il risultato delle elezioni. Ma Pence aveva anche evitato di dissociarsi completamente da Trump – come ha già fatto altre volte in questa campagna elettorale: per esempio sul video del 2005 – spiegando che in un certo senso le elezioni sono sì “truccate”, dall’atteggiamento ostile con cui i media stanno trattando Trump.

L’ambiguità di Pence riflette quella di molti altri politici e dirigenti Repubblicani: fino a pochi anni fa sarebbe stato impensabile che il candidato a presidente del Partito Repubblicano – che da più di un secolo è uno dei due partiti “istituzionali” degli Stati Uniti – potesse mettere in dubbio il risultato delle elezioni, e tantomeno che questo sospetto fosse condiviso dalla sua base elettorale. Il guaio è che molti Repubblicani sembrano pensarla esattamente come Trump, sempre per via della progressiva polarizzazione della politica americana: secondo un recente sondaggio di Associated Press, solamente un terzo dei Repubblicani crede che le elezioni si svolgeranno senza irregolarità, mentre metà delle persone che ha un’opinione favorevole di Trump ha poca o scarsa fiducia nella correttezza delle procedure di voto.

È un altro aspetto del problema politico che molti Repubblicani stanno affrontando in questi giorni: conviene di più scaricare Trump adesso, rischiando di indispettire i propri elettori – ha vinto nettamente le primarie e i sondaggi dicono che la base del partito è ancora in maggioranza dalla sua parte –, o restare con lui, e rendendosi in qualche modo complici dei suoi disastri e offrendo per anni un efficace argomento politico al Partito Democratico? Al momento, fa notare Politico, non sono moltissimi i dirigenti del partito che si sono apertamente dissociati dalle accuse di Trump. Un articolo del New York Times sulle reazioni provocate dai tweet di Trump ha registrato solamente l’opposizione di Repubblicani di seconda o terza fascia: il segretario di Stato dell’Ohio, un avvocato che collabora col partito Repubblicano, l’ex segretario di Stato del Kentucky, e così via. I surrogates di Trump – cioè i politici che vanno a fare campagna elettorale per conto suo – stanno invece difendendo pubblicamente i tweet di Trump. Di recente David A. Clarke Jr., surrogate di Trump e sceriffo della contea di Milwaukee – negli Stati Uniti anche gli sceriffi vengono eletti – ha postato una foto su Twitter spiegando che «è arrivato il momento delle torce e dei forconi».

Julie Pace, la corrispondente di Associated Press alla Casa Bianca, ha fatto notare che Trump dice e scrive cose del genere perché in gran parte può permettersi di farlo: ha già detto che in caso di sconfitta tornerà ad essere un ricco e potente milionario dall’«ottimo» stile di vita, mentre il peso della delegittimazione della presidenza e della classe politica americana ricadrebbe solamente sui parlamentari Repubblicani – che probabilmente verranno giudicati dai loro elettori anche in base a se e quanto hanno sostenuto Trump – e su Clinton.