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  • venerdì 14 ottobre 2016

Colombia e FARC cercano un nuovo accordo

Dopo l'inaspettata bocciatura del precedente al referendum del 2 ottobre, il governo colombiano ha esteso la tregua e ha cominciato a valutare le proposte dell'opposizione

Marcia per la pace a Cali, Colombia, 9 ottobre 2016 (LUIS ROBAYO/AFP/Getty Images)

Giovedì 13 ottobre il presidente della Colombia Juan Manuel Santos ha annunciato che il cessate il fuoco con le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (FARC) sarà esteso fino al 31 dicembre. Lo scorso 2 ottobre lo storico accordo di pace raggiunto in agosto tra il governo e le FARC era stato respinto inaspettatamente dagli elettori colombiani in un referendum (i voti contrari sono stati il 50,24 per cento del totale). Dopo l’esito del referendum, Santos aveva detto che la tregua condivisa con le FARC sarebbe terminata il 31 ottobre e aveva aggiunto che entro quella data sperava di «essere in grado di concretizzare gli accordi di pace». Con l’estensione del cessate il fuoco, il presidente – che nel frattempo per l’accordo con le FARC ha vinto il Nobel per la pace – ha mostrato di avere bisogno di più tempo per prendere in considerazione e trattare con le opposizioni che hanno presentato alcune proposte di modifica al testo dell’accordo.

Il problema principale dello stallo nel processo di pace non è oggi un disaccordo tra Santos e le FARC – che l’intesa l’avevano già trovata dopo 4 anni di complicate trattative. L’accordo prevedeva, tra le altre cose, un cessate il fuoco bilaterale. La tregua era entrata in vigore il 29 agosto e da allora non c’è stato alcun incidente. Per entrare in vigore, il testo (297 pagine) doveva essere approvato dagli elettori colombiani in una consultazione non vincolante, ma comunque voluta dal presidente per dare maggiore legittimità e forza all’accordo. In vista del referendum alcune importanti personalità del paese avevano fatto campagna elettorale per il “No”, giudicando l’accordo troppo lassista perché assicurava agli ex guerriglieri una certa impunità e immunità, garantiva loro una rappresentanza politica e forniva anche una serie di aiuti economici e sociali per la loro integrazione nella società. Tra quelli del fronte del No c’erano gli ex presidenti della Colombia Alvaro Uribe, Andrés Pastrana e Ernesto Samper.

Dopo la bocciatura al referendum Santos ha ricominciato nuove trattative con i rappresentanti della società civile, con alcuni leader religiosi, con le famiglie dei morti nella guerra e con i suoi principali oppositori, tra cui Uribe. Uribe ha presentato al presidente Santos alcune modifiche al testo dell’accordo, lasciandone comunque invariata buona parte. Santos non ha ancora risposto ufficialmente alle proposte, ma ha promesso di ricalibrare l’accordo per renderlo più equo come chiedono i suoi critici.

(Cos’è stata la guerra civile in Colombia)

Il Washington Post scrive che le proposte di modifica dell’ex presidente Alvaro Uribe sono state scritte in un documento di 26 pagine che si intitola “Basi per un accordo nazionale di pace”: sono prevalentemente tecniche, riguardano alcuni punti precisi e proprio per questo fanno ben sperare in una conclusione del conflitto  tra governo e FARC.

L’accordo iniziale tra Santos e FARC prevedeva sei punti principali: la fine dei combattimenti, il disarmo dei guerriglieri sotto la supervisione di una missione delle Nazioni Unite (che aveva già verificato la distruzione di 620 chilogrammi di esplosivo); l’uscita allo scoperto e il reintegro nella società di quasi 6 mila guerriglieri; riparazioni morali e materiali per le vittime e sanzioni per i responsabili dei reati più gravi; la conversione del gruppo in un movimento politico legale con l’assicurazione di un minimo di cinque seggi alla Camera dei deputati e di cinque seggi al Senato; una riforma agraria per la distribuzione delle terre e l’accesso al credito; la fine delle coltivazioni illecite nelle aree di influenza delle FARC, tra cui quella di cocaina, e un programma sanitario e sociale contro il consumo e il traffico di droga.

L’accordo presentato da Uribe chiede ad esempio che i posti alla Camera e al Senato non vengano occupati da ex guerriglieri condannati per crimini gravi o crimini contro l’umanità e che per quegli stessi reati sia prevista la loro non eleggibilità in generale; si chiede anche le FARC mostrino «rimorso», chiedano «perdono per le loro azioni», e che usino i loro guadagni o le loro proprietà per contribuire a risarcire le famiglie dei morti nella guerra. Prima dell’entrata in vigore dell’accordo, i guerriglieri dovrebbero consegnare una specie di elenco dei loro beni in modo che vengano preventivamente individuati quali saranno utilizzati per la compensazione finanziaria delle vittime. La modifica più importante ha a che fare però con il sistema giudiziario previsto per gli ex guerriglieri: piuttosto che creare un sistema giudiziario indipendente, la proposta dell’opposizione è di aprire dei tribunali speciali all’interno del sistema giudiziario già esistente in Colombia. Confessando pienamente i loro crimini e pagando i risarcimenti dovuti alle vittime, i leader delle FARC potrebbero scontare pene alternative da 5 a 8 anni, evitando il carcere. In questo modo, per chi ha commesso crimini più gravi non ci sarebbe alcun trattamento preferenziale. I soldati semplici del gruppo di ribelli che non sono colpevoli di reati gravi o di traffico di stupefacenti sarebbero infine ammessi nella procedura di amnistia, che probabilmente si applicherebbe alla grande maggioranza dei membri delle FARC, circa 5.800 combattenti.

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